La casa

Si preparava a lasciarla.

Andava via dalla sua casa, divenuta ormai troppo piccola. Aveva deciso: quella nuova l’attendeva.

Rimanevano da raccogliere le ultime cose, il resto stipato in scatoloni e buste, già portati via con i mobili. Impossibile che tutta quella roba si trovasse in un bivano, ma era come se gli oggetti avessero cercato da soli il loro equilibrio. E si fossero adattati nel tempo gli uni agli altri, in una confusione colorata e armoniosa.

 

Stava per chiudersi la porta alle spalle: l’ultima cosa da fare, togliere la targhetta in ottone. L’aveva voluta così, niente nome, niente titoli.

Solo il cognome, breve, essenziale, quasi maschile.

Il nodo alla gola, temuto e negato, ora la pressava.

Le braccia gravate di buste e incarti, una mano che a stento tirava la maniglia, a chiudere finalmente. Ma, come se qualcosa la bloccasse, la porta resisteva.

Lei fu costretta a riaprire: e davanti ai suoi occhi increduli,  si offersero luminosi e scintillanti, simili a immagini trasparenti, i ricordi. Le si affollarono intorno, allegri all’apparenza, ma in realtà malinconici. Sembravano rimproverarla, senza cattiveria. Le ricordavano che li stava abbandonando. Tanti anni vissuti, l’essenza della vita in quelle memorie. E voleva andare via senza di loro.

Come sarebbero vissuti ancora? E come avrebbe tollerato lei il resto del tempo, senza quei grumi densi di emozioni?
I ricordi e quelle mura, chiare e luminose nel primo pomeriggio: così si mostrava la sua casa, mentre si apprestava a lasciarla.

Si sedette per terra, le buste e gli incarti adagiati sul pavimento. E si offrì alla danza colorata di tutti quei frustoli di vita.

“Bella la tua casa” diceva la madre.

“Goditela, figlia mia”.

“Il caminetto lo lascio bianco o variegato di verde?”

“Il verde va bene” diceva il padre.

E lei obbediva, ancora molto figlia anche se adulta.
E poi, la piantina buttata per terra da un vento ingrato e comprata da lei per pietà. L’uomo che la vendeva aveva ormai perso le speranze. E i pomeriggi d’estate a spingere lo sguardo oltre i palazzi, dove scintillava una striscia di mare. E la porta chiusa da un figura maschile e decisa, che andava via senza voltarsi. E ancora, il disperarsi affannoso accanto al suo gatto fatato, morente e inerme.
Adesso le immagini la pressavano da vicino, la danza iniziale si era fatta ossessiva. Stava per raccogliere tutto e fuggire. Ma dalla ridda di gesti e colori emerse un ricordo: il caminetto acceso, gli amici intorno, vino rosso nei bicchieri a festeggiare la casa, quella che lei si apprestava a lasciare.

Allora sciolse il suo pianto, abbondante e profondo. Ringraziò la casa di tutto il vissuto, delle attese, delle gioie e delle sofferenze, perché anche di queste ultime è fatta la vita.

Raccolse le buste e gli incarti e portò con sé, questa volta, anche i ricordi. Erano abbondanti ma leggeri e lei se li poggiò sulle spalle.
Come uno scialle di pizzo, colorato e prezioso.

 

di Gloria Lai

 

photo © Marina Coric

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