Messaggio

Lasciati suonare le mani.

Ti si strugge la linfa nelle vene, mentre osservi tacendo quel fiore rifiorire, un anno sull’altro, a sommare le gelate e le primavere che non giungono.

Hai ripreso il colore del pane, quel tuo solito tono narciso che i più disdegnano credendo si tratti di un’esaltazione all’autocompiacimento.

Le dita verdi di faggio, la polpa cremosa che ha bisogno di una mescolanza ritmata. La tua collina, così tondeggiante sugli spuntoni rocciosi, rasa d’erba chiara che rasenta il cielo se ti ci sdrai.

Lasciati suonare la schiena.

Se non avessi braccia forti di tuono, i tuoi fianchi sarebbero già crollati dentro ai letti dei fiumi.

Dirompi la valle che ti ospita da che è nata, tu e lei in un’unione inverosimile e vera, sembrate le scapole di una statua d’argilla che chiama acqua e restituisce opera.

I piedi che s’ancorano ancora ai satelliti, che insieme a loro compiono il giro dei giorni, una volta sull’altra, ad aggiungere il mutevole a ciò che viene dimenticato.

Scopri la polvere col palmo pulito, lascia che ti si attacchi la terra alla pelle e poi soffiala adagio.

Il miracolo del respiro ti è così a portata di mano.

Lasciati suonare i ricordi.

Non credere a chi, da fuori, ti dice che non devi chiamarti io. Non sa di cosa parli. Tu.

Altri mescolano le definizioni, a loro volta per definire, qualcosa che è ancora da cercare. Parole. Che ancora non esistono, che una parola sola non basta come non mi basta la solitudine.

Invece credi a te stessa e, con la tua metà più naturale, senti, trova la meta, prova a conficcare la domanda dove serve, dove nessun altro osa, dov’è impervio perfino parlare.

Lasciati suonare le lettere.

Esercitati con i ricordi degli altri, con il futuro che nessuno avrà, con lo spavento scampato, con la mole di lavoro arretrata, con la tua città segreta, con i personaggi che ti vivono, con le digressioni che confondono, con le analogie che ti aiutano.

Fila le maglie del suono, con gli occhi chiusi, con la bocca serrata, con i sensi tutti addormentati sotto alla volta celeste, in contemplazione.

Perdi perfino l’abilità di e tutto quello che hai imparato, lascialo sulla scrivania, di sera, mentre ti volti sull’indomani toccandoti la fronte.

Sarai gialla come la voce che arriva da lontano a portarti la nostalgia alla quale non riuscivi a dare spazio.

Sarai un arcobaleno di colori che proverai a pronunciare solo per saper raccontare a chi non li vede, cosa, per farti sentire, la sensazione, per fargli sentire che.

Sarai tutte quelle condivisioni in musica e in filmati, in trafiletti, in citazioni. Ripresi dal tuo stesso cuore per mezzo di qualcuno che ti presta il suo tempo, e l’occasione.

Con apposto un messaggio.

Primordiale.

Che non so ancora decifrare.

Ma che dedico.

A te.

 

ScritturaSpontanea

 

di Rossana Orsi

 

photo: Ketty D’Amico

Rispondi

Related Post

Quando mi si chiede cosa mi spinga a scrivere.

Ho scritto e cancellato più volte, ogni volta convinta di non essere stata sincera fino in fondo.  Certo mi piacerebbe poter dire di essere motivata da nobili fini, ma quasi

Mèmor – CHE SI RICORDA

Tutt’uno. Lui da una parte e lei sulla soglia. Equidistanti dal concetto che li lega e che, allo stesso tempo, li separa. Allora è alternanza. Quando lui ripara le pupille,

ROSSOSANGUE

Di che colore sono, le donne? Io credo rosso-sangue. Il colore di tutto ciò che travolgono e di tutto ciò che le travolge. Il colore di quello che le infiamma