Spezzare le Catene

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Quando le cose non girano più nel verso giusto, quando cerchi delle risposte ma non sai se le domande che ti poni sono quelle esatte, quando senti che ti manca qualcosa e non sai cosa, proprio allora ancora non puoi saperlo, ma hai perso la percezione di te stesso. E le risposte non arrivano perchè le cerchi fuori da te.
Io mi sentivo così, qualche mese fa, mentre attendevo l’arrivo di un grande evento che mi avrebbe cambiato la vita. Sentivo che mi mancava la terra sotto ai piedi e che le mie poche certezze non bastavano a darmi il coraggio che mi serviva per andare nella giusta direzione.
Per caso, nella homepage di facebook, un link condiviso da un amico ha attirato la mia attenzione. Era un corso che prometteva di insegnarti a spezzare le catene di tutti i giorni, quelle malsane, attraverso il metodo di Louise Hay, una donna americana ormai anziana che, negli anni ’90, ha fatto dei suoi dolori la sua forza, imparando ad indirizzare i suoi pensieri su vie diverse, fuori dai soliti binari.
Senza sapere se fosse la situazione adatta a me, a quello che cercavo, mi sono iscritta ad occhi chiusi, certa che, per spezzare le catene che mi tenevano ferma, avrei dovuto fare io il primo passo, un salto nel buio e, al massimo, mi sarei dovuta rialzare da un rovinoso scivolone.
Pensavo che, il trovarmi in una classe di sconosciuti, m’avrebbe fatto innalzare i soliti muri come difesa. Ed invece ho capito da subito, appena mi hanno accolta sulla porta, che non sarebbe stato così. 
Nessuno mi giudicava. 
Eravamo tutti lì perchè avevamo bisogno di tornare a sentirci liberi. 
Il maestro – un counselor fantastico – dopo una breve introduzione teorica sull’importanza del pensiero positivo ci ha mostrato come, con alcuni esercizi, non solo ci si poteva aiutare, ma prometteva che tirando fuori le emozioni si sarebbe scatenata una tempesta ma anche che, dopo, sarebbe tornato il sereno.
Non mi ero mai soffermata sul mio modo di respirare. 
Mi sono accorta che, prendere fiato ad intermittenza e mai a pieni polmoni, non mi liberava la mente. Anzi, non faceva che accrescere il mio senso di ansia. 
Quando respiri lentamente la testa si svuota. 
I più bravi riuscivano anche a vedere, a focalizzare le immagini che la voce guida indicava. 
Il subconscio può farti vedere di tutto, un bosco fitto anzichè la calma del mare. Un leone inferocito può materializzarsi dalla rabbia ad esempio. 
Io non vedevo niente, respiravo e basta. L’aria entrava abbondante dal naso ed usciva forte dalla bocca, dopo aver fatto piazza pulita dei pensieri nel cervello. 
Guardare negli occhi un estraneo mi ha suscitato emozioni contrastanti. All’inizio studiavo i contorni del suo viso. Poi, concentrandomi sui soli occhi, ho cominciato ad essere scossa da sussulti, come se quegli occhi sconosciuti, azzurri come acqua marina, mi chiamassero a sè. Avevo la sensazione di dover rispondere ad una richiesta di soccorso, di dover tendere una mano. Quegli occhi erano i miei, me lo hanno spiegato solo dopo, ero io che inizialmente stentavo a crederci. 
L’esercizio seguente consisteva nel guardarsi in uno specchio, nel ripetersi mentalmente “Ti amo e ti accetto così come sei… Sei al sicuro, puoi fidarti di me, va tutto bene”. 
Ora, non potendo sfuggire ad i miei occhi che mi fissavano, mi è toccato guardarmi. E non parlo della solita occhiata frettolosa del mattino nè tantomeno di quella che fa le facce buffe in ascensore. Non potevo e non volevo sbagliare, così è stato come scavare ed aprire una voragine a mani nude in un terreno che credevo roccioso ed invece era fatto di terra friabile. 
Ho pianto senza vergogna. 
La mano tesa che avevo visto prima in altri occhi, dovevo porgerla a me stessa, smettendola di voltarmi le spalle come mi ero mal abituata a fare.
Tornati sulla respirazione, e riacquistato il controllo di me stessa, ci toccò l’esercizio che gli esperti in materia chiamano ” esercizio dell’8 “. 
Questo numero, visto da una diversa angolatura, rappresenta il simbolo infinito e tale simbolo spesso può essere confuso con una catena. Alcuni legami il nostro SuperIo li percepisce come corde ai polsi che sanno legarti a persone nel modo sbagliato. Il bello è che i nodi si sciolgono quando acquisti sicurezza, quando fai valere i tuoi pensieri, se vuoi andartene anzichè restare perchè è così che vuole qualcuno, ma non tu.
Imparare a dire di no è il passo successivo, scrivere su dei biglietti due domande a cui non sai dare un rifiuto anche quando non ti va, ripiegare i foglietti e metterli in un’ampolla, mescolarli alle richieste degli altri e pescare a caso delle domande, non tue se sei fortunato. Quindi leggerle ad alta voce e sentirti dire no, e dover rispondere no, forte e chiaro, senza sensi di colpa. 
Già, sembra facile. Lo è se non ti senti fare da un estraneo la stessa domanda che avevi scritto tu, e allora proprio di fortuna non si può parlare. Direi che per me è stato come affrontare dei fantasmi, ed ho detto no. 
Poi ho anche sorriso.
Mi sono sentita finalmente libera, ed improvvisamente mi è stato chiaro il senso di tutta la giornata. 
Bastava pronunciare una sillaba senza sentirsi in colpa, senza la preoccupazione di ferire, certa che fare qualcosa per obbligo non fosse il passo giusto sulla via da percorrere. Perchè non è importante seguire un sentiero diritto, io volevo zigzagare, saltare a destra e poi magari anche a sinistra come e quando volevo, strizzando l’occhiolino e facendo una linguaccia.
Quando ho capito che prima o poi tutti abbiamo bisogno di scendere a patti con noi stessi, che il modo migliore per farlo è accettare aiuto anche quando non lo cerchiamo, allora ho visto mani di sconosciuti che si tendevano a me. E li ho riconosciuti, non erano altro che il mio riflesso.
Quel giorno, alla fine del corso, ho ricevuto grandi abbracci da persone che mi hanno vista fragile nonostante lo nascondessi, nonostante conoscessero di me solo un viso ed un corpo. 
Mi hanno abbracciata e ringraziata come se fossi meritevole di averli visti davvero come loro non sanno guardarsi. 
Esattamente come me, che non reggo il confronto se mi vedo riflessa in un vetro.
Anzi, reggevo. 

Diomira Aghilar

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