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Di pioggia, sterline e caffè amari.

Di pioggia, sterline e caffè amari.

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Quando Il Fandom e la vita reale collidono.

Esistono forze fisiche inalienabili ed imperscrutabili secondo le quali tu sei — e rimarrai — soltanto una sfigata che passa troppo tempo al computer, il cui sedere ha assunto la forma del divano e che può vedere i propri attori preferiti – quelli che “amore della mia vita” scansate proprio che sei solo un poraccio — soltanto nelle foto di Tumblr.
E tutto questo è vero, o almeno lo è 364 giorni l’anno.
Ma c’è quel giorno, quell’1 su 365 in cui i pianeti si allineano, Plutone torna a far parte del sistema solare conosciuto, la “gioia” finalmente si discosta dal “mai”, gli uomini smettono di farsi le sopracciglia ad ali di gabbiano e tu puoi – anzi devi —alzarti alle sei del mattino, in una città di mare – mai tanto – lontana da casa tua e salire su un treno che da Brighton Station ti porterà a London Victoria.
Ora, per chi non ha passato ¾ della sua vita davanti ad una tv, o con un libro o fumetto in mano, o davanti allo storico Megavideo, o semplicemente davanti ad un sito di streaming col buffering che mai si caricava, la stazione di London Victoria poco dirà.
Ok, sei a Londra.
Bella.
Un po’ di London Bridge, Big Ben, Buckingham Palace, Fish and Chips. Quindi?
E quindi niente, fondamentalmente avete ragione. Le cose da vedere a Londra sono tantissime e conosciutissime, ma se hai visitato la città già tre volte, se conosci Camden Town quasi come le tue tasche, il 21 maggio del 2016, quel singolo giorno su 365, diventa la versione reale e concreta del binge-watching.
Per chi non fosse del mestiere: dicasi “Binge-Watchin” l’arte di starsene per ore – alcune volte anche giorni – a guardare serie tv come se non ci fosse un domani. In questo specifico caso, però, Binge-Watching lo intendo come l’arte di cambiare ben 5 linee metropolitane – dopo due ore di treno – ed immergersi in ben 3 Fandom diversi, in meno di 6 ore.
Prima di passare a quello che può essere considerato come un racconto delirante di come abbia versato più lacrime in poche ore a Londra che in ventidue anni di vita, meglio però partire da zero su cosa sia un Fandom e su come mi sia ritrovata, alle undici di sera del 20 Maggio 2016 a pensare che un giorno nella capitale britannica sarebbe stato assolutamente sprecato se non mi fossi recata nei posti di cui sto per raccontarvi.
Comincerei quindi, da un po’ di filologia, se la cosa non vi annoia, perché é probabile che ci siano lettori che non hanno la minima idea di cosa sia un Fandom e potrebbero trovare tutto ciò abbastanza sopra le righe – per non dire “scritto da una che si è fumata qualcosa di avariato prima di mettersi al computer”.
La semplice parola “Fandom” deriva dalla lingua inglese, è un prestito linguistico entrato in italiano per passaparola o globalizzazione.
Nasce dall’aggiunta di due morfemi: •“Fan”- nient’altro che l’abbreviazione della parola “fanatic”, “appassionato”. • e “-dom”, un suffisso sempre di origine inglese presente in parole come “Kingdom”, e che ha lo specifico significato di “comunità di persone”. Facendo due più due, quindi, “Fandom” non significa altro che “Regno/Mondo degli appassionati di qualcosa”. Specifico “di qualcosa” perché un Fandom può nascere davvero su qualsiasi cosa, lo stesso tifare per una squadra di calcio fa di voi “partecipanti di un Fandom”.
Ad esempio, se tifate per il Napoli – squadra presa puramente a caso eh – fate parte della comunità di tifosi del Napoli, ergo fate parte del Fandom del Napoli. Il problema però, sta nel fatto che oggi questo termine si riferisce per lo più a persone che sono appassionate di fumetti, manga, serie tv, film e libri.
Questo dovrebbe già farvi capire dove si andrà a parare in questo articolo e come mai io sembri così vaneggiante.
Sta di fatto che il Fandom ha incrociato la mia Real Life proprio nel giorno sopracitato e nonostante fossi da sola in una gigantesca metropoli, sebbene abbia dovuto prendere la metro quindici milioni di volte – nelle quali 12 volte mi sia ritrovata sperduta in luoghi a me sconosciutissimi, cioè mi sono persa – è stata una delle esperienze che mi porterò nel cuore fino alla mia dipartita.
Erano le sei, dicevo qualche riga su, le sei di mattina ovviamente, e ricordo perfettamente che avevo ancora i postumi della serata precedente passata a scolare Guinness come se non ci fosse un domani. Invece un domani ci sarebbe stato, but I regret nothing. Vi risparmio le seguenti ore, perché non penso vi interesserebbe sapere come e quanto abbia litigato con la macchinetta del caffè – quella inglese ovviamente – e come abbia corso giù per la collina troppo alta dove si trovava la mia host-house, ingurgitando un Bagle alla cannella e rischiando di cadere quattro volte su tre. Ho quasi rischiato di perdere il bus che mi avrebbe portato alla stazione, perché il mio spirito italiano fa sì che io sia sempre in ritardo anche in un paese in cui i ritardi non possono esistere, data la magnifica efficienza dei mezzi di trasporto inglesi.
L’arrivo alla stazione di London Victoria era previsto per le 10 a.m., ed è lapalissiano dirvi che a quell’ora mi sono ritrovata a scendere dal treno, quasi in lacrime, non avendo mai provato l’ebrezza di arrivare in orario da qualche parte.
Capitemi.
Scesi dal treno pronta all’attacco, carica come se avessi dovuto affrontare Massimo Decimo Meridio in persona, ma le amiche con cui avevo programmato quella gita fuoriporta avevano deciso – anche per me – di andare ad assistere al cambio della guardia al palazzo reale. Non me ne vogliate a male, faccio il tifo per la corona inglese da secoli, anche se so che non è amata dal popolo, ma il cambio della guardia – in qualsiasi paese si faccia – lo vedi una volta e poi la seconda già vuoi suicidarti.
Due ore, due intense ore a vedere cavalli e guardie camminare, ed io dietro le transenne a godermi quei piccoli momenti con le mie adorate amiche ma contemporaneamente a morire dentro perché c’erano tantissime cose che avrei voluto vedere – ma soprattutto provare – quel giorno.
Quel maledetto cambio della guardia era finalmente finito, e – essendo in ritardissimo sulla mia tabella di marcia – cominciavo a farneticare cose assurde su quanto avessi il bisogno fisico di vedere determinati posti. Ricordo perfettamente quanto camminassi veloce, lungo la Birdcage Walk, sentendo le mie amiche ripetermi che dovevo darmi una calmata perché tanto avremmo avuto tutta la giornata. Cosa che era vera ma, conoscendomi, sapevo perfettamente che avrei perso tempo dato il mio scarso senso dell’orientamento.
Immersa nel verde, procedevo spedita, svincolandomi tra i turisti che continuavano ad urtarmi e a darmi spallate che poco ci mancava mi lussassero le articolazioni – perché non ci vuole molto a spingere un metro e sessantacinque di donna, soprattutto se sei un bifolco alto due metri e mezzo.
Procedevo, dicevo, con lo sguardo fisso davanti a me, cercando una qualsiasi stazione della metro, che ovviamente non trovavo, o almeno non trovai fino a che non spiccò davanti ai nostri occhi l’imponente Big Ben.
Eravamo arrivate a Westminster, perfetto, da lì avrei immediatamente preso la prima linea e mi sarei diretta dove il cuore mi diceva. Peccato che avessi dimenticato per un istante quanto fosse bella Londra sotto la pioggia e con il cielo scuro. Vidi una delle mie amiche quasi commossa alla vista del Tamigi, del London Eye che si stagliava da lontano tra le nuvole, era la sua prima volta nella capitale e assieme a lei mi commossi anche io. Non era la mia prima volta, ve l’ho detto, ma era passato così tanto tempo dall’ultima volta che avevo calpestato quelle strade e respirato quell’aria fresca che una lacrima scese anche a me.
Ero di nuovo a casa, la mia vera casa, la prima città straniera che avevo visitato. Quella che, lasciarla, era sempre una questione di vita o di morte. E così sarebbe stato anche quel giorno. Dimenticai, solo per un attimo, il programma, e mi lasciai estasiare da quella piazza così enorme che però conoscevo come le mie tasche.
Ho solo ricordi felici che mi legano a quel posto, alle cabine telefoniche rosse, al parlamento inglese che tanto avrei voluto visitare, ai palazzi che sanno di altre epoche e che ricordo perfettamente di aver riconosciuto in milioni di film.
Non ricordo nessun’altro luogo in cui sia stata così tanto felice, libera da ogni pensiero negativo. Come tante altre volte, in quel momento c’eravamo solo io e lei, l’unico vero amore della mia vita.
Ma non era quello il momento per perdersi nei sentimentalismi, perché tanto avrei pianto altre milioni di volte quel giorno. Salutai le mie amiche, che mi avevano intanto accompagnato alla stazione di Westimnster.
“Abbiamo il treno alle 19. Per piacere, per una volta cerca di essere in orario o ti lasciamo qui.”
Controllai l’orologio, erano già le 13:00, il che significava che avrei dovuto fare tutto in meno di sei ore.
Come si fa a riunire almeno 10 anni di vita in meno di sei ore?
Beh, se hai a disposizione una rete metropolitana vastissima e super efficiente, ce la fate, perché ce la feci quel giorno. Riuscii persino ad arrivare in anticipo.
Io, in anticipo, non si era mai visto prima di allora.
Scesi le scale della metro di corsa e ringraziai la me sempre ansiosa e preparata per avermi convinto a comprare un biglietto unico, molti giorni prima, con cui avrei potuto fare spostamenti illimitati.
La prima tappa segnata sulla cartina era Baker Street, e soltanto leggerne il nome mi faceva venire la pelle d’oca.
Tutto quello che avevo letto su quella strada, tutte le puntate che avevo visto e rivisto di notte stavano per prendere forma.
Avrei visto, avrei camminato sulla strada in cui Mark Gatiss e Steven Moffat avevano girato alcuni spezzoni per le puntate di Sherlock. Avrei potuto immaginare la carrozza del 1800 del signor Holmes, quella di cui Conan Doyle aveva spesso scritto, viaggiare lungo quella strada.

Ipswich Myrtle R. Clearwater

 

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