Il Mondo: Un Fantasmagorico Caleidoscopio

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«Certe volte viaggiare è come narrare una storia priva di una trama stabilita.

Pertanto il racconto è un terreno alieno che si presta ad essere sondato mentre, passo passo, vi si accompagna dentro il protagonista: la strada non sarà mai com’era prima che il personaggio la battesse, il personaggio non sarà mai lo stesso una volta addentratovisi.

È dunque impensabile riuscire a tracciare il volto di una Terra senza che vengano presi in considerazione i piedi che l’hanno attraversata, le mani che l’hanno toccata, i respiri che l’hanno vissuta, e risalire così al suo stato primordiale.

Così come è impossibile ripercorrere, nella mente dello scrittore, le intricate forme della pianta e raggiungere il seme che, germogliando, si è fatto storia.»

 

Una volta venuto alla luce, non sarai sempre e solo tu a decidere cosa sarai, ma lo saranno le tue esperienze, parte del tuo patrimonio genetico, la tua risposta agli stimoli esterni e il modo in cui essi verranno poi assimilati al tuo interno.

Non appena inspirato il primo respiro, ti ritroverai catapultato in una porzione infinitesimale del mondo, un mondo che, anche nel momento in cui apri per la prima volta gli occhi, cambia, è cambiato, cambierà talmente velocemente che ti sarà impossibile starvi dietro.

Da nato, sarai già in ritardo.

E il tuo successo dipenderà soprattutto dalla tua capacità di adattarti velocemente ai mutamenti a cui la società è continuamente sottoposta, le cui trasformazioni, innescate da una serie di microscopici meccanismi, avvengono assecondando le azioni degli individui che, ignari, non si accorgono di esse nel momento in cui accadono, ma solo quando il risultato è per questi irreversibilmente visibile in modo evidente.

In questo mondo così mutevole, in cui come affluenti tutte le sue diversità si riversano in un unico fiume che sfocia in seno ad una più ampia e unitaria concezione di “umanità” – un mare sconfinato, un marasma iridescente in cui è troppo difficile fare capo ad ogni specifica fonte, oramai non esclusiva di una singola comunità, ma dominio pubblico –, sempre più complicato diventa stabilire una propria identità, che sia chiaramente diversa da quelle imposte da ogni ruolo in cui l’essere umano è calato.

Il binomio individualità-universalità stressa continuamente la persona, così come lo stesso mondo è usurato da quello localismo-globalismo.

Ma, se da un lato l’accessibilità a più ampie informazioni ha messo a dura prova l’identità di ogni sistema, sia dal punto di vista macroscopico che da quello microscopico, dall’altro ha anche concesso al singolo di guardare all’”altro” con occhi nuovi e, se possibile, curiosi.

Allo sgomento e allo scetticismo iniziali, sono seguiti l’interesse e la brama di approfondire, laddove un tempo sembrava così lontano riuscire a valicare i confini del proprio paese e osservare “oltre la siepe”.

Fautori di questo nuovo modo di vivere l’ambiente circostante sono sicuramente le nuove generazioni.

I mezzi di comunicazione, la fruibilità di internet, la nascita di veri e propri gruppi, i cui membri sono accomunati dagli stessi genuini interessi, e l’emersione di una complessa rete di legami che facilita lo scambio di informazioni e conoscenze, hanno fatto da fomentatori nell’accrescere questo interessamento, alimentandolo in una sete perpetua di scoperta.

Tuttavia, chi si accosta a questa nuova e ancora non del tutto esplorata dimensione, deve vedersi bene dalle insidie che nasconde, troppo spesso rinvigorite dalla loro natura di “virtualità” e manipolate da chi detiene il potere del controllo.

Ciò che infatti rappresenta il lato oscuro di questa crescente accessibilità è l’alimentazione nella creazione di stereotipi, belli o brutti che siano.

“Ma ricorda, ci sono due modi per disumanizzare qualcuno: ostracizzandolo o idolatrandolo” [“But remember, there are two ways to dehumanize someone: by dismissing them, and by idolizing them”], afferma David Wong, e non potrebbe forse questa citazione adattarsi al fenomeno per il quale talune comunità o nazioni vengono idealizzate o, al contrario, immiserite da individui esterni ad esse?

Certamente, quel che più danneggia e svilisce il viaggiatore principiante, è il rapportarsi con una realtà diversa da quella che aveva inizialmente immaginato.

La nobilitazione e l’esaltazione di un dato popolo – che sfociano pericolosamente nel banale fanatismo – rappresentano una condanna al popolo stesso, le cui tradizioni e i cui costumi vengono visti superficialmente come vessilli di una più alta e virtuosa etica, presa poi ad esempio.

Ogni aspetto e sfumatura caratterizzanti la storia e la cultura di uno Stato vengono così spogliati di ogni loro contesto e mai approfonditi, tale che la conoscenza si tramuta in generalizzazione e falsità.

Ma, questa ormai diffusa disinformazione, si riflette anche nella società stessa in cui l’individuo è calato, il quale, decantando una certa cultura da un lato, sminuisce e denigra la propria da un altro, stigmatizzando se stesso a vivere un’identità che non sente sua, a volte semplicemente per puro anticonformismo.

Questo tipo di viaggiatore inesperto, dunque, finisce per rimanere deluso da una società diversa, a volte molto dura e per certi aspetti del tutto uguale a quella dalla quale è fuggito.

Lo scontro con la rigida e grezza concretezza di questa realtà, inizialmente così tanto inneggiata, sembra celare il vero motivo che può spingere un giovane a spostarsi altrove, e cioè la volontà di ricacciare la propria monotonia, cercando in altri luoghi ciò che la sua società gli nega: felicità, lavoro, divertimento o, più semplicemente, una vita facile e senza affanni; questo senza i dovuti accorgimenti ed approfondimenti che rivelerebbero la verità di un’esistenza impegnativa e complicata indipendentemente dal luogo in cui ci si trova, le cui difficoltà assumono sfaccettature diverse di paese in paese.

È un giovane giramondo che spera e si illude, finendo per assistere inconsciamente al passaggio dal sogno allo sgomento, che lascia spazio poi alla rabbia e allo scetticismo verso una realtà a cui ora guarda con diffidenza ed un popolo che gli appare troppo insolito e distante, quasi incomprensibile, con cui non vuole più raffrontarsi.

La genuinità di chi viaggia, al contrario, sta nella consapevolezza delle sue origini e, successivamente, nella paura di scoprire un mondo selvaggio e ostico, non senza però la volontà di comprenderlo, ascoltarlo, farne proprie le bellezze e le brutture in ogni caso.

La vera ricchezza sta infatti nel superare l’apparenza ed uscire da una propria e personalissima visione del mondo, aprendosi ad esso con una mente più critica e, al tempo stesso, capace di calarsi nel “diverso” e accorciandone le distanze, impinguando così il proprio animo.

Certamente, la propria curiosità e la propria sensibilità non sempre assicurano l’integrazione nella data comunità.

Sebbene si viva ormai in un mondo fortemente globalizzato, la diversità viene tuttora sentita con distacco e sospetto e, anzi, la stessa globalizzazione ha contribuito a vedere nello straniero un pericolo per la preservazione delle tradizioni autoctone, incrementando xenofobia ed etnocentrismo.

Non sono forse però queste le avversità che un valido pioniere deve affrontare?

Oltrepassare aspettative e pregiudizi propri, far oltrepassare timore e preconcetti altrui, promuovere la circolazione di proprie usanze senza includerle a forza in quelle di altri paesi, ottenere la fiducia degli ospitanti e con questi rivalutare il significato di “umanità”; questo a proprio vantaggio, questo a vantaggio d’altri.

Questo mutuo scambio va a guadagno di entrambe le figure coinvolte e soprattutto al viaggiatore che, di volta in volta, instaura lo stesso tipo di legame ma con genti differenti.

Quel viaggiatore consapevole della diversità del mondo e detentore di una identità poliedrica.

Qualcuno, ragionevolmente, potrebbe affermare che possedere una tale identità costituisca la perdita della stessa, nella sua totale mancanza di rigidi schemi o forme edificate, ma invero la sua eccezionale articolazione è sintomo di pace interiore nell’accoglimento di una concezione del mondo ampia e complessa, che vede nel diverso non un vincolo, ma un’opportunità.

Dunque il figlio di ogni luogo, col quale luogo è in comunione, non limita la propria personalità investendo quella che gli è stata attribuita, ma sceglie piuttosto quella che più abbraccia il suo modo di essere. E non è forse questo indizio di libertà?

 

«Certe volte viaggiare è come vivere una vita priva di un piano stabilito.

Pertanto essa diventa scelta immediata e non totale abbandono a quella forza superiore che comunemente si fa coincidere con il destino.

E coloro che vivono facendo di questa idea una filosofia, sono autentica espressione dello spirito e in esso si realizza, grandiosa, la loro più grande virtù.»

 

Rita Berardi

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25 risposte a "Il Mondo: Un Fantasmagorico Caleidoscopio"

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