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Romeo e Giulietta: un amore tutto italiano

Romeo e Giulietta: un amore tutto italiano

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La storia di Romeo e Giulietta è la storia dei due amanti perennemente avvolti da un destino fosco ed avverso che li priva della manifestazione aperta di quel loro grandissimo amore, in modo tale da renderlo clandestino ed ingiustificabile alla società dell’epoca, perciò punito proprio da un’incomprensione fatale.
È nota a tutti, e in maniera speciale ai lettori italiani, essendo, i protagonisti omonimi, due ‘giovani bene’ delle due grandi famiglie della Verona trecentesca, i Montecchi e i Capuleti, che si tramanda da più autori fossero (ma non v’è testimonianza certa) in accesa lite e poi condotte alla ragione dal famoso signore Bartolomeo della Scala.
Come è noto, citando i loro nomi, la memoria si ricollega immediatamente a William Shakespeare, il più celebre autore e drammaturgo inglese, che scrisse e mise in scena quest’opera all’incirca nel 1597, probabilmente anche recitandovi egli stesso come era uso nella rappresentazione teatrale dell’epoca dove gli autori erano allo stesso momento attori.
Circa questa tragedia sono stati espressi i giudizi più disparati. Sì come le critiche più varie, in virtù del fatto che essa fosse molto diversa dalle successive ‘grandi tragedie’ shakespeariane: alcuni la denominarono ‘tragicommedia’, altri ‘commedia rovesciata’, altri ancora ‘tragedia lirica’, e ancora in tanti altri modi.
Come mai, allora, tutta questa divergenza di opinioni come anche di poetica stessa?
A ciò si può rispondere che questa tragedia non è in realtà nata come tragedia.
A tantissimi lettori parrà assurdo crederlo, ma la storia di Romeo e Giulietta è quasi interamente presa da una novella. L'”Istoria novellamente ritrovata di due nobili amanti”, di un ‘anonimissimo’ autore di origini italiane, e nello specifico di area vicentina, Luigi Da Porto, il quale fu più conosciuto come poeta di stampo petrarchista e come soldato vagante per l’italia, tuttavia ben legato alla cerchia e alla lezione di Pietro Bembo e del suo classicismo volgare raffinato e letterario.
La cosa più curiosa, un’altra fra le mille cose curiose di ogni letteratura, è che Da Porto non è mai stato conosciuto come novelliere. Non si ha traccia alcuna di una sua raccolta di novelle.
In sostanza, questa è stata la sua unica novella in tutta la sua produzione letteraria, e chi avrebbe inizialmente mai potuto credere che da questo vero e proprio hapax letterario sarebbe nata una storia immortale arrivata addirittura alle soglie del nuovo millennio come film, e riarrangiata in chiave moderna nella famosa versione con Di Caprio?
Fu dunque Luigi che, si presume negli anni precedenti al 1530 (data della prima stampa della novella), diede forma alla tormentata trama dei due amanti sposi veronesi, e forma era questa di rigorosissimo quanto preziosistico dettame rifatto alle ultime tendenze della storia letteraria e linguistica dell’Italia dell’epoca, codificate dall’onnipresente figura di Bembo: linguaggio ispirato al Boccaccio prosatore più alto, cioè quindi alla maniera latina, con alta densità di frasi subordinate e di trasposizione di sintagmi, dove il verbo spesso si trova alla fine dell’intero periodo, e forme desuete a livello lessicale poco compatibili, quindi, con una versione teatrale.
Per far capire che cosa si troverà di fronte, a chi si spera volesse imbattersi nella lettura dell’originale, ecco alcune parole di Giulietta dopo l’identificazione di Romeo successiva al ballo:
“O sciocca me, a qual vaghezza mi lascio io in così strano labirinto guidare? Ove, senza scorta restando, uscire a mia posta non ne potrò, già che Romeo Montecchi non m’ama, percioché per la nimistà, che ha co’ miei, altro che la mia vergogna non può cercare”.
In questo bello stile narrata, la novella si presenta molto efficace per via della sua non eccessiva lunghezza e della compattezza compositiva in ogni suo punto, grande dote del novelliere Da porto, che non lascia la sua novella divagare verso strade atte a distogliere l’attenzione e ancor più l’angoscia da un intreccio così complesso e articolato. Fu questa ‘brillante brevità’ che sicuramente portò la miserevole storia ad avere imitazioni sempre più importanti fino all’immortalità letteraria con il grande autore inglese.
Imitazioni, o meglio rielaborazioni, della novella daportiana che qui mi sento di rendere note sono la “Giulietta e Romeo” uscita nel 1554 assieme ad altri suoi libri di novelle di, in questo caso, un novelliere ‘professionista’, Matteo Bandello, frate domenicano e prosatore strepitoso fra i migliori del XVI secolo che seppe, in maniera perfetta, rendere molto più dettagliatamente e quasi naturalmente tanto i dialoghi quanto l’ambiente narrato, in maniera più espansa rispetto alla lineare e sobria versione originale. Bandello riesce a rendere più viva e visibile la successione delle azioni, diversamente dal Da Porto che si concentrava maggiormente sul non sforare dalla sua controllatissima sobrietà ed efficacia narrativa a scapito magari di una minore particolarizzazione e introspezione dei personaggi, cosicché la molto più lunga versione bandelliana riesce comunque a coinvolgere, pur nella sua ingente dettagliatezza, probabilmente anche per il fatto che Bandello fosse di sua natura un novelliere e che, quindi, avesse molta più dimestichezza col genere rispetto a Da Porto e al suo unico ‘esperimento’.
Riguardo invece le fonti della novella, i ‘maestri’ cui attinse il Da Porto, dove potremmo cercare se non dal novelliere più grande, cioè ovviamente Boccaccio? Nel suo Decameron vi sono tantissime novelle riguardo i temi toccati nella Romeo e Giulietta daportiane: il tema della finta morte è trattato nella novella III,8 di Ferondo e l’abate e anche nella X,4 di Madonna Catalina, senza poi contare invece di tanti altri nella raccolta che finiscono vivi nelle bare per via di inganni spesso adulterini.
Il tema dell’amore tragico occupa tutta la quarta giornata con novelle di riferimento nella IV,1 e nella IV,10; le figure monacali son spesso prese in giro e impiegate in storie amorose dal Boccaccio, e anche in questo caso si può citare l’abate della III,8; la pozione soporifera ritorna, oltre alla solita novella dell’abate, anche in IV,10. Tuttavia, oltre a questo evidente modello di riferimento per ogni novelliere, la novella di Luigi è assai probabilmente ispirata ad una precisa novella di uno scrittore del ‘400, Masuccio Salernitano, che nella sua novella “Mariotto e Ganozza” tratta l’amore di due giovani sposi che finirà tragicamente dopo un’incomprensione di Mariotto in esilio da Siena, il cui rientro per vedere l’amata gli costerà la vita; la novella di Masuccio però risulta molto meno elaborata stilisticamente, molto breve e assai più cruda rispetto alla versione daportiana, e la sua unica efficacia è quella di raccontare spietatamente le conseguenze di un fraintendimento senza soffermarsi sull’accettazione per la società del matrimonio di Mariotto e Ganozza, in quanto sposi liberi non perseguitati da vendette famigliari.
L’opera daportiana quindi è una versione se non originalissima infinitamente più curata e dalle tematiche ben più profonde, derivate anche da una nuova moderna concezione della letteratura che in quegli anni stava prendendo piede in Italia, nel periodo splendente del Classicismo.
Rimane infine da chiedersi quanto la versione di Da Porto sia simile alla enormemente più famosa versione shakespeariana; chi vuole approfondire si trovera davanti oltre alla osticità della lingua anche qualche altra chicca inaspettata.
Forse nell’originale non sarà presente la figura di Mercuzio?
Magari la famosissima scena del balcone sarà differente?
Il conte Paride duellerà con Romeo oppure si farà vedere pochissimo?
Tutte queste domande verranno chiarite dalla lettura dell'”Istoria”, e se voleste leggere la rielaborazione fatta dal Bandello avrete solo da guadagnarci in diletto e piacevolezza.
Ecco ora quindi, come appunto fece il frate letterato alla fine della sua novella, io dedico alla vera origine dei due grandi infelici amanti un sonetto come epitaffio e come memoria alla nuova generazione perché siano e siamo fieri della nostra storia letteraria e del nostro genio:

Di voi miseri amanti il gran modello
Luigi da Porto al mondo diè, e del brutto
fato infedel, ché vi frammise il lutto
che vi condusse comune all’avello;

ma un altro frate ancor, Matteo Bandello,
v’amò, real Lorenzo: eterno frutto
fe’ per il mondo e di lettere e tutto
elevandovi, oltre il destin fello;

ultimo venne, dopo gli italiani,
Guglielmo Crollalanza, autor attore:
quest’amor fece in scena oltre le norme.

Torna gli autori ad onorar nostrani
ché il genio abbiamo in noi che giammai muore,
se d’amanti e poeti segui l’orme.

Luca Menta Sto Solinas

 

 

Nessuna risposta.

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