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Straniera ovunque, senza paura

Straniera ovunque, senza paura

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Non conosce la paura e la diffidenza, chi viaggia.

Non conosce angustie, non conosce violenza.

Non c’è razzismo e promiscuità.

Ah, caro mondo, vorrei poterti attraversare e mirare ogni orizzonte che mi poni dinanzi gli occhi mai colmi, mai spenti. Il viaggio, quello che mi abita dentro, che mi ha reso bimba e poi donna, uomo, fragile e poi ancora più forte, i viaggi che cambiano le prospettive.
Il viaggio che compio ogni volta che mi alzo, che mi porta nelle profonde savane dell’africa, o in un grazioso chalet nelle colline londinesi, il viaggiatore vive e muore, rivive e si reincarna in quell’aquila che gli volò affianco.  

Rimaner gravidi e dar alla luce un linguaggio universale; quello del cambiamento, della forza che hai quando hai potuto muoverti e destreggiarti nell’ignoto e nel diverso, nel poter dire che nulla di più saziante esiste quando si è affamati, quando la curiosità e la scoperta diviene forza motrice, quando si ritrova pace in terre lontane.

Vorrei poter nascere geisha e morire soldato.

La prima volta che presi un aereo avevo all’incirca 3 anni.

Mia madre e mio padre decisero di andar nella vicina Italia a cercar fortuna e, da lì, è come se avessi generato un’altra madre, l’Italia, ed un altro padre, il Marocco.
Ogni tanto ritorno nella terra rossa. Dio, quanta poesia ho potuto raccogliere tra i campi arsi e la gente assetata.

L’Africa è sesso, quello selvaggio, quello pieno, sfrenato. Può apparire timida, ma ogni sua incanalatura riserva storie sofferte e risate colme.

Io son Africa. Contraddittoria nei silenzi e feroce quando qualche scheggia oltrepassa le mie regole. Africa son le immense cascate che, spavalde, riempiono ogni suono circostante. L’odore d’incenso e di camomilla nell’aria, una droga che assopisce anche il più tormentato degli uomini. L’essenziale si materializza sui piedi scalzi, sulle mani nodose di mio nonno contadino, burbero, perché la vita in quel modo gli ha detto d’essere, ma che la sera accendeva il fuoco per i nipoti e i figli emigrati, e raccontava loro storie, assieme al thè caldo con la menta ruvida, nonostante i perenni 42 gradi.

La pelle brucia, laggiù. Assieme ad essa bruciano anche quelli che comunemente vengon chiamati progetti, ma che lì son sogni effimeri.

Ed è un ossimoro vivente sentirsi così ricchi con un solo cestello di pane e melograno. Dio mio, non avrei scambiato con nient’altro al mondo l’ardore e la vita che mi colmava il cuore in quei momenti.
Andateci. Almeno una volta nella vita. Andate laggiù e, prima di dar a qualcuno una monetina, chiedete in cambio di raccontarvi una storia.

Io ho avuto questo privilegio, ed è chiuso a chiave tra i lembi di questa mia scura pelle.
Mi son sempre sentita un po’ straniera ovunque.

Io.

Bimba fortunata e ricca, per le genti di lì, e bimba africana e povera, per quelli di qua.

Incredibile come possa il mondo non riconoscersi con un solo mare di distanza.

Eppure, eppure

Questa fame che ho, questa vorace voglia di rivalsa, la devo a quel cordone strappato forse un po’ troppo presto.
Viaggio: è mia madre giovane in terra straniera.

 

di Ahlam Taouil

 

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