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Due albe uguali per due corpi diversi

Due albe uguali per due corpi diversi

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I miei genitori sono uomo e donna, così come la natura vuole. Proprio così mi disse un giorno un prete e, dopo una settimana, diventai ateo.

Eppure credo che, se fossero stati entrambi di sesso maschile, li avrei amati come li amo adesso.

E perché li avrei amati?

Perché nascendo e crescendo avrei guardato quei due uomini come adesso guardo i miei genitori, con lo sguardo amorevole di un ragazzo che ha avuto la fortuna di crescere nelle braccia di due esseri umani che, oltre a curare l’abbigliamento e altre stronzate materialiste, gli hanno curato anche l’anima.

Sì, perché io penso che ognuno di noi, prima di nascere, non desideri altro che possedere la fortuna di essere cullato da quattro braccia. E che queste braccia appartengano a due uomini o a due donne, o ad un uomo ed una donna, non fa niente.

Non è il sesso che determina la vita futura di un feto che prima o poi si troverà comunque a fare i conti con la vita.

Perché alla fine della favola è la vita quella che crea incognite e punti interrogativi dentro di noi, che determina se un domani nel tuo letto troverai una ragazza con cui leggere poesie e fingere di capirle o un ragazzo con il quale abbracciare l’alba e fumare fino a quando i polmoni non chiedono pietà.

La famiglia tradizionale non esisteva ai tempi di Cristo, figuriamoci ora che il massimo della coppia consiste nell’avere una moglie che finge l’orgasmo e un marito che va a puttane.

E poi, scusate. Devo chiedere scusa perché con la favola della “donna e uomo unica famiglia possibile” e “la donna e i suoi nove mesi sacri di maternità” stiamo massacrando, calpestando, distruggendo i sentimenti di tutti quei bambini che sono stati abbandonati, adottati e cresciuti da nonne, gay, lesbiche, suore, zie, sconosciuti. Chiedo scusa anche alle madri, che siano donne o uomini (a me non frega un cazzo), che fanno crescere i loro figli con amore, nonostante le difficoltà, nonostante un’Italia che difende chi va a puttane e ignora chi davvero desidera una vita che sia il più dignitosa possibile. Qui, in Italia, dopo trent’anni di lotte abbiamo finalmente avuto i diritti civili, possiamo morire in pace, sapendo che un domani, dietro la porta di casa, non ci sarà il classico parente serpente che pretende quello con cui con il proprio compagno si è condiviso per tutta la vita. Un passo avanti verso la civiltà, vero, però guai se si hanno figli, quelli non vengono citati nei diritti civili. In fondo si volevano soltanto gli stessi diritti degli etero, visto che qualunque omosessuale, lesbica o trans paga le tasse e paga soprattutto gli stipendi di personaggi politici (che non citerò per non inquinare questo mio scritto) che sterilizzerebbero le proprie mogli o i propri mariti se mai avessero il dubbio di diventare genitori di un “gay”. Grazie soprattutto a questi splendidi stronzi dei nostri politici che nasce il family day che altro non è se non un ritrovo di repressi, di suore in attesa che lo Spirito Santo le faccia diventare gravide come Maria di Nazareth, di vescovi con attici e sguattere filippine nelle loro stanze vaticane, convinti che le unioni civili siano un’alternativa della famiglia naturale, dimenticando “volutamente” che anche il sacerdozio lo è, o il padre di famiglia che la notte prima è andato a puttane, o il leader politico sposato, divorziato e risposato, che tra una trans e una minorenne trova il tempo di gridare al mondo come è bella la famiglia tradizionale.

Slogan.

E credibilità zero.

Peccato però che, a questo circo per mancanza di attrazioni chiamato family day, mancassero le oltre 100 donne uccise dai mariti nel corso del 2015.

Ultima cosa.

Credo che alla comunità LGBT dobbiamo più delle nostre scuse, del nostro rispetto e della nostra stima. Dobbiamo la nostra umanità più sincera e umile possibile. Perché se pensiamo agli anni 60 e 70 quando gli omosessuali venivano stipati nei manicomi a subire terapie dissacranti che a volte sfociavano perfino nell’elettroshock, perché l’omosessualità veniva considerata una malattia mentale e non potevano lavorare negli uffici pubblici per via della propria identità sessuale, se pensiamo agli insulti e alle mazzate subite in tutti questi anni solo per una voglia sessuale diversa dalla norma, c’è davvero da vergognarsi.

Ed io non capisco. Perché fortunatamente sono sempre stato in grado di non giudicare e nemmeno di pensare che qualcuno possa essere migliore o peggiore di me solo perché è gay, negro, cattolico, cinese, etc.etc.

Si è combattuto per arrivare a oggi, così come ha combattuto ogni minoranza, o presunta tale, per i propri diritti.

Perché se c’è una cosa che ho imparato crescendo è che se appartieni ad una minoranza la maggioranza ti vedrà sempre come un diverso. Quindi o si accetta questo, o ci si ammazza. Perché essere diversi è una lotta, non solo con tutto ciò che vive intorno a noi, ma soprattutto con se stessi. Perché a volte è più semplice camminare e cadere in gruppo che rimanere soli ad osservare la persona che eri, camminare per le strade chiedendosi se mai ritornerai ad amarla.

In quasi tutto il mondo il matrimonio egualitario è arrivato, ma la guerra per i diritti non è finita. Di certo non finirà presto, ma credo che un domani, lontano o vicino che sia, potremmo finalmente guardare l’estraneo o il fratello con lo stesso sguardo con cui osserviamo una persona che amiamo.

Fieri e privi di giudizio.

 

di Antonio Prencipe

 

(photo Katia Zappulla)

 

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