Un pensiero sul cambiamento. Chi nasce tondo non può morire quadrato.

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Il titolo già chiarisce un poco la posizione da cui si parte: il cambiamento non esiste! Almeno il cambiamento come viene inteso all’interno di un “modello ortopedico”, dove da un punto A si deve raggiungere un punto B. L’ortopedico che fa? Aggiusta le tue ossa rotte, le rimette a posto. Eppure chiunque si sia rotto qualcosa sa perfettamente che niente torna “come era prima”.
Eppure si fa un gran parlare del cambiamento. Li senti parlare, i fanatici del cambiamento, persone smart, che ti dicono, che cambiare è bello, è fico, cool, e te lo dicono come se fosse facile, cambiare. Queste persone li trovi in ogni categoria professionale e parlano di un cambiamento a prescindere. A prescindere dai contesti, dalle storie, dalle esperienze delle persone, dalle emozioni. Quoque tu, anche tu, in molte occasioni ti sei ritrovato ad essere un integralista del cambiamento, a cercare di diventare quadrato dato che sei nato incredibilmente TONDO, ma sopratutto perché, fai, o meglio SEI uno psicoterapeuta e anche un operatore sociale, e sei convinto che le persone che incroci nel tuo lavoro, possono/devono cambiare…sennò tu, che esisti a fare?

Le persone possono scegliere due strategie per confrontarsi con l’errore la strategia automatizzata, che porta a ripetere gli stessi comportamenti pensati come corretti  senza assumerne di nuovi e la strategia esploratoria che considera come informazioni e non come errori gli eventi imprevisti; è la condotta di chi, confrontato con una situazione nuova cerca di conoscerla esplorando le ipotesi possibili.
Certo, in questo caso la possibilità di sbagliare è molto più alta rispetto ad una strategia automatizzata che “gioca sul sicuro”, per questo non è una strada molto battuta dato che sbagliare ti lascia dentro una sensazione spiacevole. Cito qui Montale, tra i miei poeti preferiti: Incespicare

Incespicare, incepparsi
è necessario
per destare la lingua
dal suo torpore.
Ma la balbuzie non basta
e se anche fa meno rumore
è guasta lei pure. Così
bisogna rassegnarsi
a un mezzo parlare. Una volta
qualcuno parlò per intero
e fu incomprensibile. Certo
credeva di essere l’ultimo
parlante. Invece è accaduto
che tutti ancora parlano
e il mondo
da allora è muto.

E. Montale, da Satura (1971)

Nella mia testa il cambiamento, per come in realtà, lo penso, è fortemente legato al concetto di errore. Sbagliando si impara, dice il proverbio. I bambini crescono perché sbagliano, provando ed esplorando nella realtà. “Cambiamento” etimologicamente deriva dal greco KAMBEN, KAMPTEIN e significa curvare, piegare, girare intorno [KAMPE’curvatura, tortuosità, giravolta] – Tramutare o Permutare una cosa per un’altra; ha sempre a che fare con una crisi, che mette in discussione la realtà e la sua categorizzazione per come l’abbiamo sempre pensata. Ed è questa la parte più difficile accettare che il cambiamento passi per il dolore, la crisi, appunto. Chi desidera soffrire? Nessuno. Meglio rimanere all’interno di una strategia automatizzata per ridurre al minimo la possibilità di sbagliare e quindi di soffrire? Forse, e alle volte è anche raccomandabile. Eccoci dentro questa grande ambiguità insita nel “cambiamento”: andare o restare? Forse è per questo che intorno a tutto ciò si fa un gran parlare e non si può dare una lettura definitiva del cambiamento. Di certo c’è una dialettica sempre in piedi tra autoconservazione e trasformazione: senza le funzioni che presiedono all’autoconservazione il cambiamento non avrebbe senso.

Torniamo un attimo al concetto dell’errore. Per come lo intendiamo l’errore è una informazione, non un qualcosa da riparare da riportare a quel che era prima. Rappresenta quell’opportunità preziosa, inconscia, che apre a nuove ipotesi di sviluppo. Ed è per questo che pensiamo che il cambiamento a priori non esista, quello che l’essere umano può fare lo fa sulla base delle proprie esperienze e sulla propria pelle. Conoscete McGyver? È un personaggio di un datato telefilm americano che, per superare vari ostacoli, costruisce gli oggetti che gli servono con quello che riesce a rimediare in giro. Insomma Mcgyver ci suggerisce un modello del tipo: “fai quel che puoi con quel che hai”.

Ecco il punto, secondo me. Forse non è possibile cambiare i temi di base della personalità di una persona ma certamente si possono conoscere, analizzare, alle volte ci si può anche giocare. Questo rappresenta il cambiamento: essere presenti a sé stessi, il più possibile, sapendo che siamo fatti di parti, di gruppi interni, di ambiguità che devono coesistere. Mia nonna diceva: “Ogni testa è un tribunale!”.

Concludendo il titolo dell’intervento “chi nasce quadrato non può morire tondo” non ha a che fare con l’impossibilità di cambiare ma con quello che una volta ho letto sul portale di una chiesa a New York: “Grant me the serenity to accept the things I cannot ch’ange. Courage to change the thing I can and the wisdom to know the difference”. Dammi la serenità per accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quello che posso cambiare e la saggezza per capire la differenza.

A questo punto pensiamo che si possa affermare di essere convinti sostenitori del cambiamento anzi, di più, che sia l’oggetto permanente di interrogazione sia individuale che sociale all’interno della nostra professione.


Questo articolo è stato scritto grazie a delle letture che ho fatto negli anni, Renzo Carli, Franco di Maria, Diego Napolitani. Ma è frutto anche dell’integrazione di queste letture con la mia vita, quella professionale e quella di tutti i giorni e grazie alle storie che delle fantastiche persone giornalmente mi consegnano.

 

“L’articolo è stato preso dal libro DISCORSI SUL METODO, a cura di Zito, Simmini, Fedeli. Ed. Exorma.

 

di Alessia Fedeli

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