Chi sei?

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Non ricordo il giorno in cui spiccai il volo.

Forse era un tempo immaginato improvvisamente accanto al mio corpo.

Freddo, per il contatto con lo spazio, e caldo per la mole di pensieri che mi avevano accompagnata fino a quel momento.

Ognuno può sognarlo a suo modo.

Evanescente.

Concreto.

Ispido.

Soffice.

Ognuno può ricordarsene, o dimenticarlo al suo risveglio.

Io mi ero tramandata accuratamente i pensieri, da me a me, purché fossero tutti sviluppi dei dettagli che avevo colto di sfuggita crescendo. Estensioni di una qualche apparenza che resta nella memoria, accattivante, in attesa di venire riformulata.

E proprio in questa stessa maniera, posi la mia prima domanda come su un tavolo d’analisi. Lasciando stare la temperatura del bisturi, la consistenza dei vestiti, o l’esplosione dei contrasti.

La poggiai con la leggerezza che s’affida ai corpi morti, o che stanno per morire, durante la coscienza della loro sofferenza.

Credevo che meritasse tutta l’attenzione che si riserva ad un paziente, quando ci si crede sani, e ancora non mi rendevo conto di quanta prepotenza conservasse in sé.

Era una domanda come molte, e non come nessuna.

Di lettura veloce.

Minimalista.

Così veloce da indietreggiare, dapprima, sulla possenza di certe frasi ricche di punteggiatura e di enfasi. Da confondere l’attribuzione dell’importanza dei significati, da incuriosire la stessa certezza d’amare il contenuto più che la forma.

Io sono nata con le parole a terra, forse come altri.

Magari lunghe decine di centimetri, e affilate come punte da inserire tra le fughe delle piastrelle. Parole che formassero – mi dicevo – prospettive per abbattere le ristrettezze e le distante. Come se tutto il compito di una vita intera fosse misurare la percorrenza di un piano. Inclinato o dritto che sia, purché senza alternative da camminare.

Una parte della vita l’ho spesa costruendo direzioni e controtendenze, mossa da un richiamo verso la diversità di vedute. Senza troppo badare all’etimologia dei vocaboli, giustificavo le improperie, certi blocchi e certe pronunce scorrette. Contava il succo, per me, di ciò che volevo dire, e la ricerca spasmodica del gusto di chi osava assaggiare. Quando mi sciacquavo la bocca, provavo piacere a gustare e rigustare la soddisfazione fugace senza sentirne la trappola.

Così, fino a quel giorno, avevo trascurato la storia.

La giovinezza, di tanto in tanto, si concede l’imperfezione degli atteggiamenti, soprattutto quando ci si sente in diritto e in dovere di spiegare.

Probabilmente contenevo una dote piccola, ed esercitavo il potere alle volte con forza ed altre con dimissione, partendo dai presupposti, ma senza teorizzare mai.

Ogni dato di fatto, però, parte da un’ipotesi ed ogni ipotesi, da una domanda.

Ho concatenato i fatti del mondo con tanta di quella meticolosità e tanto di quell’ordine che, quando un frammento si è depositato a terra, ha mandato a monte tutta la mia logica.

Non era più vera nemmeno la terra, almeno non come avevo inteso la mia posizione, dove giacevano tutte le parole, mie e di altri, e tutte le cose conosciute, mie e di altri.

Negli anni, avevo finito per riempire di linee e di strade ogni superficie.

Ognuno può disegnarsi a suo modo.

Estroverso.

Timido.

Scoraggiato.

Avventuroso.

Ognuno può ricordarsene, o dimenticarlo al suo risveglio.

In quel momento c’erano solo contorni, ai quali mi ero affidata da anni, per iniziare a parlare della mia personalità.

Ma non mi bastava.

Non solo la sicurezza o la rassicurazione.

Non solo la difficoltà o la soluzione.

C’erano il caldo e il freddo, in quella stanzetta grande quando l’angolo di un libro.

C’erano un tavolo d’analisi, un bisturi e dei vestiti.

C’erano i contrasti e, certo, c’ero anche io.

E scoprii che non c’era una volta, sopra il mio volto, né un tetto.

Non appena questo fu detto, la domanda nacque dalla pressione delle paure ed emerse fin sulla cima del monte. Oltre tutta la meticolosità e l’ordine con i quali mi ero abituata a pensare. E non solo, ad agire.

Allora smisi.

Terminò anche il senso di agitazione che aveva contraddistinto il mio sentirmi in difetto.

Senza la consuetudine, senza uno schema, e senza un passato da portare come motivo per ogni scelta futura.

Stavo in un tempo immaginato improvvisamente accanto al mio corpo.

A quel punto mi sentii triste, subito dopo aver lasciato la domanda disperdersi nella mia voce.

Sentii la tristezza di chi non sa rispondere, di chi non si arrende, di chi non comprende nemmeno i propri limiti, di chi vorrebbe soccorrere, di chi non cerca rimedi.

Sentii la tristezza schiacciarmi, il corpo ma non la voce.

Nelle ossa avevo cori di leggi che mi spingevano a terra.

Dentro, una sensazione psichedelica di luminarie appese al cielo.

Tanto più abbassavo le spalle, tanto più innalzavo domande.

Una.

Cento.

Mille.

Così è stato che ho imparato a volare.

 

di Rossana Orsi

0 thoughts on “Chi sei?”

  1. Annawrite ha detto:

    Bellissima!!

    1. Parmelia ha detto:

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    12. « Et “des landes” : comment ne pas penser à toutes ces randonnées au milieu d’une nature encore sauvage…  »What about Heathrow ?

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