Ciò che resta. Riflessioni sull’apparenza.

 

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È come vivere in un paradosso, vivere in una società che impone il raggiungimento di determinati modelli di bellezza e – allo stesso tempo – esorta ad amarci per come siamo.

È una lotta eterna, la più dura forse, riuscire ad accettarsi, la chiave di tutto: della serenità, dell’amore. Una lotta che, in molti, si trovano a combattere, ma che pochi amano raccontare.

Quando è iniziato tutto questo?

Era un giorno come un altro.

Sembra capitare sempre così, per caso.

Immaginate.

Ricordo.

Immaginate di frequentare la seconda, o la terza media.

Ricordo che, arrivata a casa da scuola, mi chiudo in camera mia. Non voglio più mangiare. Devo dimagrire. Devo farlo, non per me stessa, ma perché gli altri non mi accettano. Però, se fino a quel momento gli “altri” erano un gruppo di ragazzini antipatici, quel giorno, in quello stesso gruppo, entra a far parte anche un adulto: il professore di ginnastica che mi dice “Sei grassa. Non vai bene.”

Io sono una bambina sveglia, brillante, brava a scuola, ma sono grassa. Conta solo quello in quel momento e, forse, nelle parole di chi giudica, non c’è nemmeno cattiveria. Solo superficialità. Ma è davvero così netto, poi, il confine fra le due?

Anni dopo mi ritrovo a vivere da sola in una città nuova, sconosciuta. Frequento un’Università che non fa per me. Affronto problemi che mi travolgono e che non so affrontare.

Così inizia, prima, un crollo nervoso e, poi, fisico.

Perdo dieci chili.

Forse di più.

“Sei dimagrita. Ti trovo bene”.

Invece nessuno capisce che, se sono dimagrita, è proprio perché non sto bene.

Dopodiché subentrano problemi fisici di vario tipo.

Mi armo di coraggio e mollo tutto.

Torno alla mia solita vita. Torno dalle stesse persone di sempre, ma sono cambiata.

Ho qualche chilo in meno, e qualche paura in più.

C’è questa tremenda paura di fallire. La voglia di raggiungere un obiettivo che si scontra con i troppi ostacoli che incontro. È un dolore troppo grande da reggere, un’insoddisfazione che non mi lascia tregua. C’è stato un periodo in cui ho avuto paura di non farcela, paura di essere diventata troppo diversa da me stessa.

Se da allora ad oggi qualcosa è rimasto, di quel periodo, è l’ansia continua che non mi abbandona mai.

Non si vive per accontentare gli altri, ma non si sopravvive alla paura di aver deluso tutti.

Tutti.

O semplicemente se stessi.

Si passa oltre ai giudizi, agli sguardi, alle critiche. Si passa oltre alle risate, alle battutine. Si passa oltre tutto, ma qualcosa resta dentro, a ricordare che si è sbagliati.

O che lo si è stati in un passato non molto lontano.

Lo si era quando non ci si sentiva liberi di vestirsi come si sarebbe voluto, perché si correva il rischio di  attirare occhiatacce che facevano male come lame. O quando non si aveva il coraggio nemmeno di fare certe cose, magari cose che si desideravano con tutto il tuo cuore, solo perché non ci si sentiva all’altezza. O ancora quando la vergogna impediva di vivere.

Qualcosa si sedimenta in un angolo della tua anima e, con il tempo, cresce in silenzio, lasciando spazio a felicità e a momenti tranquilli, ma senza andarsene mai del tutto.

Non ho ancora imparato ad amarmi. Pian piano sto imparando ad accettarmi.

Continuo a vedere in me sempre troppi difetti, ma ho imparato a sorridere di più per mascherare il mio disagio.

È che quando ti fanno sentire diverso o sbagliato, e non sei abbastanza forte da lasciarti tutto alle spalle, diventa difficile, poi, riuscirsi a guardare dicendosi “Sì, vado bene così”.

Perché non ci sentirà mai abbastanza per loro. Mai abbastanza per se stessi.

Non è facile descrivere cosa si prova a non sentirsi mai adeguati.

È una sensazione che lascia l’amaro in bocca e un buco nello stomaco.

Un buco che si allarga ad ogni commento, ad ogni ricordo doloroso.

Si può anche cercare approvazione in altro modo. Nei modi sbagliati, per esempio, e spesso con le persone sbagliate. Si lascia che siano altri a decidere, a dire come essere, come comportarci, come apparire.

Tutto per essere accettato.

Ogni volta che ci si guarda allo specchio, però, si sentono ancora le risate, gli scherni, e ogni volta ci si ripete che non dovrà più accadere, ma accade.

Ci sono cose che non superi solo con la tua forza di volontà.

Ci sono ferite che non si rimarginano, che restano lì a sanguinare.

Poi arriva il momento – perché arriva sempre – in cui tocchi il fondo e capisci realmente cosa conta nella vita.

Conta ciò che tu pensi di te stesso.

Tanto che sembra una banalità senza senso.

Così io ho capito che il problema non era il giudizio degli altri, ma il mio odio verso me stessa, ed ho iniziato a cambiare. Ho iniziato a farlo per me.

Sono ancora lontana dal raggiungere un equilibrio interiore che mi permetta di avere un rapporto sereno con il mio corpo, e di viverlo appieno.

Ma ho smesso di colpevolizzarmi. Ho smesso di piangere chiedendomi perché i miei sacrifici non portassero mai ai risultati sperati. Ho smesso di voler essere come tutti mi vogliono ed ho iniziato a volere essere – semplicemente – quella che sono e che mi piace.

Io.

Con i miei chili di troppo, con la mia ironia, con il sarcasmo pungente e con un sorriso sempre pronto.

A ricordarmi che non devo permettere mai – mai più – a nessuno di dirmi chi (né come) essere.

Io.

 

di Donna Pasini

 

photo Marina Coric

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24 thoughts on “Ciò che resta. Riflessioni sull’apparenza.

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    9. "Ó, tanítványok! Aki a tudathoz ragaszkodik, nem látja az igazságot, ami a tudaton túl van. " Na de a tudatosság egy fontos eszköz az úton, nem? Legfeljebb nem szabad hozzá ragaszkodni, s tudni kell, hol érdemes elengedni… Azt hiszem.

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  1. 同年(明治9年)11月、ウラジオストック港貿易事務官、瀬脇寿人がロシア領に赴く。第十三号 明治9年12月19日松島開島願書幷建言千葉県 下総国印旛郡佐倉田町 斉藤七郎兵衛第十四号 (明治10年)4月25日明治十年 平信第一貿易事務官 瀬脇寿人第十四号附 浦潮港日記抄(2通)   明治9年12月18日   明治10年3月22日   (貿易事務官 瀬脇寿人)第十五号 (明治10年)5月明治十年 平信第二 番外甲号(貿易事務官 瀬脇寿人)第十六号 明治10年5月6日松島開島之建白 露領浦潮港在留 武藤平学第十七号 明治10年6月25日公信第三号貿易事務官 瀬脇寿人第十八号 明治10年7月2日明治十年 第八号 在浦潮港貿易事務官 瀬脇寿人第十九号 (明治10年?)8月6日松島異見 坂田諸遠第二十号  明治11年8月15日松島開拓願(連名)長崎県 肥前国高来郡神代 下村輪八郎千葉県 下総国印旛郡佐倉田町 斉藤七郎兵衛第二十一号 日付なし (明治11年8月15日以降)松島巡視要否ノ議(甲乙丙の論)     公信局長 田邊太一第二十二号 日付なし 第二十一号以降記録局長 渡邊洪基第二十三号 日付なし 第二十一号以降 第二十二号と同時か丁(甲乙丙の論に次ぐ、丁の論)公信局長 田邊太一 æ˜5ä#»ï¼‘3年9月、 天城艦、松島を測量第二十四号 明治13年9月13日水路報告第渉十三号水路局長 海軍少将 柳楢悦&#6Ž288;松島 韓人之ヲ鬱陵島ト称ス&²65289;第二十四号附 (図面)  (松島 一名 欝陵島)(結論) 明治14年8月    北澤正誠Gerry,北澤正誠 first showed 1877 戸田敬義 article, but after that, the papers are in order of the date.So, maybe I was wrong.右二書 means 武藤and 兒玉, and 渡邊洪基 松島之議 一、二 were written in 1876.

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