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Visioni Notturne. Atti unici con Intervallo (seconda parte)

Visioni Notturne. Atti unici con Intervallo (seconda parte)

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Eugéne Ionesco, nato a Slatina nel 1909 e morto a Parigi nel 1994, per me è sempre stato il più grande drammaturgo del Novecento.  E non credo di esagerare. Tra i maggiori esponenti di quello che chiamano teatro dell’assurdo, io l’ho sempre trovato estremamente razionale.

Del resto, lo stesso Ionesco diceva che non trovava assurda la vita, che la storia era completamente logica nei suoi accadimenti, e che non era all’interno dell’esistenza che si situava l’assurdità.

Bensì, era l’esistenza stessa a essere per lui inimmaginabile, assurda.

Non so se avesse ragione o no, ho sempre avuto un concetto strano di assurdo.

Di sicuro non trovai assurda la sua apparizione, quella sera, mentre ero in pigiama, a cercare un senso a tutto, o almeno un modo per prendere sonno.

Mi apparve come l’avevo visto in un’intervista del 1961, una delle poche reperibili, nella biblioteca multimediale dell’Università.

Quella sera esordì dicendomi che le persone morte erano più numerose di quelle vive. E il loro numero era in continuo aumento. I vivi erano rari.

Era una battuta del “Rinoceronte” la riconobbi subito, perché una volta agli esordi, interpretai la parte della cameriera.

Non so perché, pensai ai miei ricordi legati alla pioggia.

I viventi, anche se meno numerosi, fanno molto più rumore.

Parlammo di molte cose quella sera.

Per lo più fu lui a parlare.

Citava battute dei suoi testi teatrali.

In maniera estemporanea, senza nessuna logica.

Alcune le riconoscevo, altre no.

Eppure tutte rispondevano a qualche domanda che mi ero posta durante quelle serate a portare in giro il nostro spettacolo.

Rispondevano a domande che puntualmente mi ponevo, sull’esistenza, sui mali del mondo, e sulla contemporaneità.

Eppure, fu solo verso lo spuntare del sole che pronunciò la frase che mi cambiò la vita, o forse la settimana.

“Se è assolutamente necessario che l’arte o il teatro servano a qualche cosa, dirò che dovrebbero servire a insegnare alla gente che ci sono attività che non servono a niente, e che è indispensabile che ce ne siano.”

Quella sera, o meglio quella mattina, in un piccolo motel di provincia, di una cittadina di cui non ricordo nemmeno il nome, con il furgone rotto, avevo trovato la ragione per cui, nonostante le difficoltà e i fallimenti, avrei dovuto continuare a cercare di vivere di teatro.

Pochi minuti dopo, Giusy si svegliò.

 

di Erika Cataldo

 

photo Katia Zappulla



        

 

Nessuna risposta.

  1. Lakisha ha detto:

    Πολύ &ec­&lon;νδιαφÎsρ&omipron;inu; η 11.10.Ελπίζω να έχουν φτιάξει το απίστευτο tearing που μου κάνει το ubuntu και τα ubuntuειδοί

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