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L’Azzurro di Clara

L’Azzurro di Clara

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Da che ne ho ricordo, mi hanno sempre chiamata Nonna Clara.

Vivo in un paese dove tutti si conoscono dall’infanzia. Ci contiamo ogni giorno, centoquindici anime, tanti gatti e un attaccamento alla terra che solo chi vive nelle zone arroccate di montagna può avere.

La mia casa è troppo grande e i miei davanzali sono colmi di piante aromatiche. Mi piace affondare la faccia dentro a quelle foglie e confondere le mie rughe alla loro fragranza.

Vivo sola, e di me non so dire altro. Ho l’artrite che mi assale e i ricordi che scappano, la memoria mi ha tradito e non ricordo neanche da quanto tempo.

Per me ogni giorno finisce alle 21.00 quando mi arrendo al sonno, ed inizia all’alba quando gli occhi si affacciano oltre la mia stanza ammobiliata all’antica.

Faccio lunghe passeggiate, di passi piccoli e percorsi brevi. Arrivo fino alla fine della strada, in salita fin sulla pineta, poi volto la schiena al panorama che conosco a memoria e ridiscendo a schiena china fino alla piazzetta, nel vivo del paese, dove tutti non fanno che salutarmi.

“Buongiorno Nonna Clara”.

“Buongiorno…”.

Sì, ma io non ricordo.

Saluto per educazione.

Spesso viene a trovarmi a casa una giovane donna. Ha un viso così dolce e assomiglia così tanto a com’ero, scolpita nelle foto in bianco e nero che conservo tra la biancheria nel cassettone del comò.

La guardo fissa in volto, trasalisco appena, pare quasi che abbiano inventato il colore del cielo per darlo ai suoi occhi.

Lei mi racconta delle storie brevi, e le lascio credere di essere in grado di star dietro ai suoi discorsi, ma mi risulta così assurdo che io sia sua nonna. Parla piano, ed io non mi capacito del nostro legame, mentre prova a restituirmi ricordi che mi scivolano dalle mani.

Lei mi sorride appena capisce che mi sono fermata, o persa in qualche punto impervio di una sua frase semplice. Ma sa persistere, insistere, concentrare l’attenzione. Credo che le dia un senso di benessere.

Ieri mi ha mostrato qualche fotografia di sua madre, vestita da sposa. Mi ha detto che sono stata a mia volta una madre orgogliosa e una donna tutta di un pezzo. Si è commossa parlando del mio dolore che, per quanto si possa alleviare con il tempo per essere sopravvissuta a mia figlia, è stato la causa delle mie dimenticanze sempre più quotidiane.

La prima volta in cui mi ha detto di quella morte, in uno sfortunato incidente d’auto, non ho provato niente. Per questo sono scettica a proposito dei suoi racconti. Eppure i suoi occhi mi sono così necessari, li sento così familiari, che sono curiosa e fiduciosa di vedere come andrà a finire questa storia.

Stamattina, quando ho aperto la porta d’ingresso, reggeva tra le mani una scatola di cartone rosa che nascondeva le forme, ma non il profumo. Ne ho indovinato il contenuto ancor prima di chiuderci l’uscio alle spalle, mentre ancora mi baciava con affetto le guance rugose.

Mi ha detto improvvisamente “Auguri nonna” ed ha scoperchiato il mio regalo.

Erano ciambelle fritte alla crema.

Ho chiuso gli occhi mentre lei parlava e, per la prima volta, le sue parole mi hanno acceso la memoria come lampi, attimi fugaci, bagliori pulsanti.

C’erano due manine piccole che mi aiutavano ad addensare la crema girando a vortice un limone infilzato in una forchetta. C’erano dita piccine che si divertivano a intingere le frittelle nello zucchero che poi finivano direttamente in bocca, perché se non assaggi durante la preparazione che gusto c’è?

Allora, i miei occhi opachi ma uguali ai suoi, si sono riempiti di lacrime. E il profumo delle ciambelle mi ha stordita completamente, senza però impedirmi di gustare la crema sul bordo e di leccarmi poi le labbra.

Non sono riuscita a trattenermi dal dire “Sono buone come quelle che facevo io da ragazza”.

E lei, prontamente, mi ha rassicurata rispondendomi ” lo so, nonna. Ho imparato dalla miglior maestra in circolazione”.

 

La ricetta originale sul blog Queen’s Kitchen

 

di Diomira Aghilar & Annalisa de Benedictis 

 

 

Nessuna risposta.

  1. Annawrite ha detto:

    Tenerezza….

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