Senza Radici

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Sono dai miei per il pranzo. Nell’attesa di qualche voce che urli dalla cucina il più classico e trito “E’ pronto… A tavolaaa!” accendo la tv in salone. Telegiornale. Alcune immagini di repertorio mostrano Valentina Cortese. Sono le ultime battute del servizio e non ho modo di capire nulla ma lì per lì immagino che -data l’età dell’attrice- sia morta. Mi collego, allora, con il mio nuovo cellulare a internet per capire meglio e scopro che in realtà è viva e vegeta. Sono state arrestate due sue colf, accusate di essere le responsabili dell’ingente furto nel maggio scorso a casa dell’attrice. Una notizia tutto sommato breve e passata anche inosservata se non fossero stati per quei pochi secondi in tv. Non ho visto nulla sulla maggior parte dei quotidiani online. Niente di niente sui social. Nessuna eco. Del resto è molto più che comprensibile. Tra gli utenti new generation, chi è che conosce Valentina Cortese? E perché mai, poi, dovrebbero conoscerla?
Mi fermo così un attimo. Faccio il punto della situazione dentro di me. E vacillo. Ho quasi le vertigini perché davanti a me si affaccia il grande Vuoto. Stiamo vivendo -in Italia più che altrove, mi pare- in un periodo storico privo di radici. Calati completamente in un presente sempre più liquido, Zigmunt Bauman docet, viviamo attimo dopo attimo, anche perché a guardare avanti verso il Futuro ci si mette un po’ paura. Sembra esserci il nulla. Mi capita spesso di interagire con le nuove generazioni e ormai nemmeno più mi sorprendo quando cito nomi di giganti del teatro e del cinema e scopro che loro non ne hanno, nemmeno, mai sentito parlare. Sì, qualcuno. Casi sporadici, mi riferisco a Totò e Anna Magnani e Sophia Loren. Niente di più. Molti di loro li hanno sentiti solo nominare. E’ un po’ come l’Amleto, l’Otello e anche Giulietta e Romeo: tutti li citano all’occorrenza, ma pochissimi li hanno letti e/o visti rappresentati.
A citare mostri sacri che hanno fatto la Storia del nostro spettacolo come Tino Buazzelli, Salvo Randone, Rina Morelli, Paolo Stoppa, Bice Valori, Paolo Panelli, Aroldo Tieri, Arnoldo Foà, Monica Vitti, Nando Gazzolo, Giuliana Lojodice, Silvana Mangano, Giulietta Masina, Paolo Ferrari e tanti, tanti altri… (potrei riempire almeno due pagine), mi viene da piangere pensando a cosa offre oggi il mercato. Quelli erano Attori, con la maiuscola, che non solo avevano talento, avevano appreso l’Arte dell’Attore, avevano fatto la gavetta (termine ormai desueto); avevano potuto costruire la propria carriera accanto ad altri personaggi straordinari, con registi dal talento smisurato. Parlo di Artisti che potevano permettersi di andare in onda in diretta in televisione con quelli che all’epoca si chiamavano sceneggiati oltre che a rappresentazioni teatrali vere e proprie adattate al piccolo schermo. Sottolineo: in diretta! Alcuni si prestavano anche alla reclame (così si chiamavano i “consigli per gli acquisti”) ed essere sempre grandi. Avevano costruito il proprio percorso anno dopo anno arrivando a vette di eccellenza. E cosa ancora più importante, è stato loro permesso; c’erano -ancora- le possibilità di lavoro, di confronto, di crescita. C’era per loro uno spazio che oggi non c’è più.
E’ con loro che io sono cresciuto. Con questi esempi. Ho avuto questa che considero una fortuna. Studiando poi Teatro me le sono ritrovate dentro di me certe “lezioni” che non sapevo nemmeno di avere appreso.
Le nuove generazioni si sono formate con le fiction, con i reality, con i tronisti e le veline. I loro mentori sono stati dei bei visi -per lo più- scialbi, insignificanti, privi di carattere e e con ancor meno talento. Spacciati per attori. Con una recitazione che vuole passare per “naturalistica” e che invece è finta e anacronistica.
Così che non posso non constatare come il livello recitativo si sia abbassato vertiginosamente.
Oggi tutto è velocità, dallo zapping televisivo, ai tablet e alla connessione in fibra. Dunque film come Ossessione o Il Gattopardo, Pelle di Serpente, Roma citta apertà, Risate di gioia… e tanti altri, non possono che essere percepiti come reperti jurassici e quindi -aprioristicamente- non vedibili. Il risultato è che un patrimonio di incommensurabile valore è perduto. Siamo in una fase di oblio della nostra storia, delle nostre radici.
Ma il mio non è un j’accuse nei confronti dei giovani di oggi. Non ce l’ho con loro. Se io fossi, un ventenne, molto probabilmente sarei esattamente come loro: dedito in modo ossessivo al look, cuffiette perennemente nelle orecchie a smanettare tutto il giorno smartphone e playstation in casa. Chissà!
Io non accuso, ma individuo almeno due principali responsabili di questa situazione.
Lo Stato, innanzitutto. Questo, negli ultimi decenni ha minato e frantumato con riforme progressivamente sempre peggiori, la Scuola italiana (a lungo un nostro fiore all’occhiello).
E poi, i genitori. Distratti, sfatti e frustrati (spesso), stanchi per correre dietro una carriera (nel migliore dei casi) o dietro il proprio destino o devastati per non riuscire a far quadrare i conti a fine mese. O semplicemente incapaci. Magari quegli stessi che scrivono le giustificazioni ai loro figli per non aver fatto i compiti perché dovevano “riposarsi e vivere”; o quelli che denunciano gli insegnanti rei di aver messo una nota disciplinare ai loro pupi. Quei genitori, loro stessi, sono frutto degli anni ’80, quelli degli Yuppi (soldi soldi soldi, solo quello contava) e poi del berlusconismo (oggi più vivo che mai). Sto parlando degli anni in cui fu partorito il leit motive: “…con la Cultura non si mangia” (cit. Giulio Tremonti, 2010, Ministro dell’Economia). E tutti a ripeterlo come un mantra salvifico. A tanto si è arrivati. Non può essere casuale che l’Italia sia il paese che sforna meno laureati in Europa. In troppi abbandonano gli studi prima del diploma per intraprendere una strada tutta in salita verso un mondo del Lavoro, che non c’è. E l’ignoranza avanza. Inesorabile.
Così, stiamo perdendo un filo con il nostro glorioso passato (recente).
In Italia esistono decine e decine di scuole di teatro sparse su tutto il territorio, ma solo una è quella ambita da chi vuole fare l’attore e non è la famosa l’Accademia Silvio D’amico. E’ la trasmissione della De Filippi. Sei subito in TV, diventi noto, quindi praticamente famoso. E’ sufficiente. E’ la gavetta di oggi. E’ quanto offre il mercato. I tempi sono cambiati. Anche solo aver partecipato a un provino per entrare in uno di questi reality, fa -addirittura- curriculum.
Ecco, il TG mandava in onda le foto di Valentina Cortese e io son rimasto sommerso dai miei pensieri. Un velo di tristezza mi ha accompagnato a pensare che di quei Grandi presto non resterà nulla nella memoria. Saranno solo volti in qualche foto e nomi sulle targhe toponomastiche. Una spugna a cancellare tutto. Una lavagna vuota.

di Marcello Albanesi

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One thought on “Senza Radici

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  1. Condivido pienamente.E sono sconcertata, perchè è sempre più difficile inserirsi in quei tempi rapidi, nella ridda di informazioni che i ragazzi difficilmente padroneggiano. Ma resto stupita quando gli racconto di un passato relativamente recente,di produzioni televisive diverse, di interessi diversi, dell’impegno sociale e politico di giovani appena più grandi di loro: mi accorgo che ascoltano. E mi guardano, in attesa che io ancora dica.

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