I Sogni di mia madre

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La mia mamma da giovane voleva fare la ballerina. Mentre le sue amiche impazzivano per Simon Le Bon, lei aveva in camera il poster di Nureyev. Un giorno prese il coraggio a due mani e andò da sua madre per dirle che aveva deciso cosa voleva fare da grande: la ballerina. La madre, che poi sarebbe mia nonna, stava stirando e non alzò neanche lo sguardo mentre continuava con il movimento ondulatorio del braccio. Mamma aspettò in religioso silenzio, assistendo alla stiratura di due camicie, una decina di fazzoletti, le tende del salotto ed un paio di mutande di suo fratello, mio zio. Qualcuno avrebbe potuto pensare che la nonna non avesse sentito, ma mia madre sapeva bene che quello era il tempo minimo che le serviva per acquisire ed elaborare l’informazione ricevuta. Ed infatti, mentre la punta del ferro da stiro si insinuava maliziosa fra le pieghe di un reggiseno formato paracadute, la risposta arrivò chiara e precisa, anche se chiunque avrebbe giurato che la bocca della nonna non si fosse mossa. Comunque la risposta era: «Stasera, quando torna tuo padre». La nonna era una donna di carattere e non si può certo dire che non fosse coerente: qualsiasi decisione avesse dovuto prendere riguardo ai figli, si trattasse di scegliere un paio di scarpe o dare l’autorizzazione per un intervento chirurgico, la risposta sarebbe stata sempre la stessa: «Stasera, quando torna tuo padre». Il nonno, cioè il papà di mamma, era ragioniere e lavorava come aiuto-magazziniere al mercato del pesce. Non si lamentava troppo del suo lavoro, ma certo non era proprio quello che aveva sempre sognato. Da giovane aveva grandi aspirazioni, puntava in alto, e non solo per modo di dire: infatti, il suo modello di riferimento era il dott. Gianfilippo Casagrande, commercialista, residente al decimo piano della palazzina “C” del condominio dove suo padre, mio bisnonno, era custode. Per dirla tutta, il dott. Casagrande era più il modello di suo padre: lui, infatti, sarebbe voluto diventare centravanti della nazionale, ma il bisnonno lo aveva convinto che il suo era un sogno effimero e poco realistico, usando una tecnica pedagogica largamente diffusa all’epoca: la cinta dei pantaloni. Oltretutto, una volta la nonna, in uno dei suoi rarissimi momenti di confidenza mamma-figlia, aveva confessato a mia madre che il nonno, come calciatore, era una mezza sega. Fatto sta che il nonno cominciò a frequentare quotidianamente lo studio del dott. Casagrande per cercare di carpire ogni segreto dell’ambita e remunerativa professione. Non fece in tempo, anche perché il segreto più grande venne svelato una tiepida mattina di ottobre, quando il maresciallo della guardia di finanza Sansimone, rivelò che il Casagrande non era propriamente idoneo allo svolgimento dell’attività commercialistica in quanto, dopo aver ripetuto per ben quattro volte la seconda media, aveva abbandonato gli studi. A quel punto il nonno capì anche perché, quando aveva espresso al dott. Casagrande la sua intenzione di iscriversi alla facoltà di economia e commercio, questi lo aveva guardato con aria severa e, dopo alcuni minuti di silenzio, gli aveva elargito la sua dotta e professionale opinione: «Ce l’hai già un pezzo di carta, quanti cazzo ne vuoi?» Dopo di ciò, il nonno appese il suo bel diploma in salotto, accanto alla foto della sua povera mamma, e, quando suo zio Ettore gli disse che al mercato del pesce cercavano un fattorino, accettò, con muta rassegnazione del bisnonno e della sua cinta. Comunque era sicuro che, prima o poi, sarebbe riuscito a farlo valere quel suo sudato diploma. In effetti , all’epoca, era l’unico, nel suo ambiente, ad avere un titolo di studio e si era convinto che, il solo fatto fatto di essere diplomato, lo rendesse, come diceva lui, un uomo di una certa cultura, moderno e con un’apertura mentale aperta e totalmente proiettata verso il futuro. Infatti quella sera, quando la nonna gli riferì quanto la mamma aveva espresso nel pomeriggio, la sua risposta fu mentalmente aperta, moderna e proiettata al futuro: «Zoccola!» Fu così che il sogno di mia madre affogò miseramente nell’insipida brodaglia di una zuppa di pesce.

di Massimo de Santis

immagine Vignettax

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