Il treno

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“ Dammi una mano”, gli disse la madre. “ Questa valigia è pesante”. Lui la aiutò, sostenendo uno dei manici: era felice di esserle utile. Il padre procedeva gravato da un vecchio baule che trascinava a stento. La sorella, sette anni appena, portava con sé una borsa leggera e una gabbietta con due cardellini. Salirono in treno: subito dopo, la partenza. Lo sguardo del bambino accarezzò la stazione e le case basse del paese, mentre il treno si allontanava e il fischio sembrava un addio, urlato nell’aria.

Non avevano ben capito perché fossero partiti: avevano visto i genitori raccogliere con calma le loro cose. Solo questo era stato detto ai figli: che dovevano andare. Nel vagone, gente di tutti i tipi: anziani chiusi nei loro pensieri, donne che chiacchieravano tra loro, bambini che si inseguivano nei corridoi. Lui guardava dal finestrino e ormai il panorama gli era sconosciuto. Nove anni,  ma già capiva la nostalgia, che attraverso i vetri sporchi gli rattristava il cuore.

Era passato diverso tempo: quel viaggio sembrava non finire.  Molte fermate si erano succedute, alcuni passeggeri erano scesi, altri avevano occupato i sedili rimasti liberi: quasi tutti trafelati, sistemavano alla meglio le loro cose e si guardavano intorno, magari conoscessero qualcuno.

A stento in prossimità delle stazioni si capiva il nome dei luoghi: il treno rallentava, una breve sosta e poi via di nuovo, verso la destinazione successiva. A un certo punto il padre si alzò, cominciò a raccogliere le sue cose, con calma, con serietà, come tutto quello che aveva sempre fatto. Il treno diminuì la velocità, si fermò. Lui si volse verso di loro: la moglie lo guardava con tristezza, la bambina gli si gettò tra le braccia. Anche il figlio si strinse a lui e seppe che avrebbe rimpianto per sempre quell’abbraccio, quell’odore di uomo, la sua guancia pungente. Il padre li avvolse con lo sguardo e poi scese, lentamente.

Dopo molte altre fermate anche la madre si alzò. I due tremarono nel cuore. Lei si assicurò che il figlio proteggesse la sorella, chiedendogli un impegno d’onore. Lui, commosso, chinò il capo e lei li baciò entrambi con forza, con una tenerezza struggente. Poi, sorridendo mesta, scese a una stazione sconosciuta, nebbiosa e quasi deserta.

I due fratelli si accostarono l’uno all’altra. Si guardarono rattristati. Sapevano di dover continuare da soli il loro viaggio.

Una vecchia signora sferruzzava da tempo nel sedile accanto: dentro una borsa di stoffa, un cucciolo di cane, che trascorreva buona parte del tempo a dormire. Quando la donna si alzò, come chiamata da una voce interiore, e sistemò i ferri da calza e la lana colorata, i fratelli capirono che anche lei si apprestava a scendere. I due, partiti bambini, erano cresciuti durante quel viaggio: lei si era fatta una bella ragazzina, lui un giovanissimo uomo. La donna sorrise loro e, preso in braccio il cucciolo, lo donò al ragazzo. Poi, sostenendosi cautamente, si lasciò inghiottire dall’oscurità.

Ma quello che il ragazzo non si aspettava era che all’approssimarsi di un’altra stazione, anche la sorella si sarebbe alzata. I due si strinsero in un abbraccio spasmodico e non ebbero la forza di parlare. Lei raccolse la borsa leggera, con cui era partita, e la gabbietta con i cardellini. Attraverso le lacrime, lui vide la sorella abbassare il finestrino del treno e aprire la gabbia: i due animali, ormai molto vecchi, si guardarono intorno, ma rinunciarono a quel frustolo di libertà. Poi lui aiutò la sorella a scendere, accompagnandola con cautela lungo i gradini. Lei rimase a guardarlo, dal basso, le braccia lungo il corpo, la gabbietta sul selciato.

Il ragazzo e il suo cane crebbero insieme, durante quel viaggio interminabile, stancante, attraente: tanti luoghi attraversati, persone diverse, sguardi d’amore, abbracci di saluto, singhiozzi di rimpianto, lacrime di nostalgia. Ormai era un uomo e il suo cane faticava a reggersi sulle zampe. Lui carezzava dolcemente l’animale, ne valutava le scarse forze, temeva il distacco imminente.

Ma ecco, inaspettato, il nome della stazione successiva: come un richiamo forte, che giungesse dal profondo del cuore. Senza esitare lui si alzò.
Vedeva luci in lontananza: lasciò sul sedile le poche cose che aveva, prese in braccio il vecchio cane, che gli si poggiò morbidamente addosso, e attese che il treno si fermasse. Si chiese con ansia cosa sarebbe accaduto.

Sotto la pensilina, alcune figure in attesa. Le porte del treno si aprirono. Lui scese, esitante. Guardò con attenzione: erano loro? Si avvicinò incredulo, accelerò il passo. Finalmente fu sicuro e gli sembrò che il cuore gli scoppiasse in petto. Erano davvero loro, sorridenti e luminosi: i genitori giovani come un tempo, la sorella ancora ragazzina, la gabbietta sul selciato. Lui ebbe appena il tempo di poggiare dolcemente il cane per terra.  E affondò il volto tra i capelli morbidi della madre. Mentre la stringeva forte, sentì la voce sottile di lei dire, sommessamente:” Quanto tempo…”.

di Gloria Lai

photo: Andrea Stella

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17 thoughts on “Il treno

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    1. L'idea è carina e si percepisce il tuo impegno, ma ci sono diverse cose che, a mio parere, non funzionano:- la gonna stropicciata non si può proprio vedere, partendo dal presupposto che queste foto sono fatte con l'esclusivo intento di mostrarci come vesti.Inoltre non la si può certo definire gonna a palloncino, forse più a trapezio;- la giacca di pelle spezza troppo "l'intento romantico" della mise;- infine il colletto di pizzo, messo sopra una canotta a costine, crea un effetto non certo fine.

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