– BUFFET D’OTTOBRE –

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Le vent fera craquer les branches
Il vento farà scricchiolare i rami
La brume viendra dans sa robe blanche
La nebbia arriverà nel suo abito bianco
Y’aura des feuilles partout
Ci saranno foglie dappertutto
Couchées sur les cailloux
Sdraiate sulle rocce
Octobre tiendra sa revanche
Ottobre otterrà la sua rivincita

Francis Cabrel – Octobre


Ho sognato una notte stesa sopra uno scalino di farina, adagiata a metà di una scala rovente, in uno spazio appena tiepido dove battevano i raggi di una luna piena e dorata.
I cardoncelli sfilavano nell’ombra tonda trafitta dal profumo di pepe nero e salvia, ancora addormentati ma vigini nelle loro fette sottili. Si richiudevano a libro dopo essersi baciati fra loro, come a dirsi ‘staremo per sempre vicini, anche se separati da una lama’.
Così, anche, le matasse di tagliatelle piovevano come fiocchi di neve sulla dorsale della parte illuminata. Si sparpagliavano come capelli al vento, districando i nodi degli incubi di qualche inquilino ai piani bassi.
Nel pieno della notte, qualche chicco di grano lì vicino, aveva abbandonato la sua forma per raggiungere le spighe nel lettone, sgusciando da lenzuola calde di flanella per infilarsi nel torpore di un abbraccio a forma di coccinella che raffiorava dalla lampada del corridoio. Arancione.
A quel punto la cannella arrivò a far compagnia a tutti, tintinnando la polvere dei suoi grani e cospargendosi lieve sui bottoni gialli delle uova che, cadendo, si erano aperte sulla pasta.
La gommosità della scena rese il composto denso e ambrato, ridisegnando le note di chi stava russando ormai da ore.
Quando s’intravide la zucca, da lontano, la luna si rimpicciolì fino a sparire oltre il lapadario.
Rinfrescavano le prime ore del mattino, e gli ingredienti stavano per sbadigliare i loro aromi via dalle bocche collose di burro.
Allora l’anima della zucca trapassò il suo corpo, e la polpa inglobò le piccole noci che sbirciavano da sopra la scala, curiose.
Lo scalino diventava, mano a mano, sempre più caldo e vaporoso. Cominciava a star stretto a quel via vai di zucchero che si faceva largo nel latte, tanto che una bacca di vaniglia s’immerse nella farina giusto per fare spazio a chiunque volesse assaggiare quell’aroma. E poi sparì nel giorno seguente.
Fu il mattarello di legno che scansò ogni equivoco e ridistribuì le proporzioni fra tutti.
La quiche di là.
I primi piatti di qui.
Dava ordini incontrovertibili che ciascuno eseguiva senza protestare.
A luci soffuse, vociando a mo’ di sospiri, ognuno trovava un suo posto specificico senza essersi mai accorto di averlo.
Là.
Qui.
E quando l’indicazione non era sufficiente, interveniva la marmellata di marroni a misurare centimetri e millimetri di contenuti e di contenitori.
Perciò alcuni si prendevano in braccio fra loro, altri si rincorrevano spingendosi fino ad assorbirsi piano piano, e altri ancora si sovrapponevano in pile eterogenee mostrando la chiara volontà di distinguere i loro sapori.
Appena il palato del mio sogno ebbe chiara la storia, sentì una mancanza di stagione commuovergli il risveglio.
Tutti tacquero per alcuni minuti.
Anche la scala rilassò i suoi muscoli, e coprì di ferro battuto gli angoli della schiena. Si chinò supina oltre la notte, contemplando l’estate ormai lontana. E comprese che all’inverno bastava qualche mese per arrivare, soffiando incessantemente dalle punte delle montagne.
La mancanza entrò di prepotenza nei desideri di chiunque, ma ci volle Ottobre per musicare una lingua francese che spingesse i mesi verso il loro bisogno di dolcezza.
A quel punto la torta di rose comparve dal nulla, materializzandosi in grappoli di velo trasparente e ricoprendo il panorama di bruma.
Ogni bocciolo conteneva un pizzico d’amore novello, brindato poco prima dell’alba all’arrivo spumoso di due calici vestiti di rosso intenso.
Un Primitivo di Manduria versò le parole adatte ai commensali.
Mentre gli stomaci borbottavano incomprensibilmente il loro piacere, continuò con l’appello delle portate.
Una ad una.
Poi tutte insieme.
Fu festa fra gusci schiusi e foglie d’acero scoppiettanti.
Io ancora sognavo la stessa notte che, sentendosi chiamata per nome, si rizzò in piedi.
Che il buffet abbia inizio, disse.
Ottobre completò il resto, nel gesto struggente di consegnarmi verso Natale.

Visita il blog di Queen’s Kitchen per conoscere le ricette alle quali il testo è ispirato.

http://www.queenskitchen.it/

 

di Annalisa de Benedictis e Rossana Orsi

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