Super Cyrano contro i bulli

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Atti unici con intervallo.

Terza parte.


SUPER CYRANO CONTRO I BULLI.


La sera che conobbi Giacomo e altri supereroi.
Il ragazzo di Giusy in realtà era una ragazza. Solo che lei non lo voleva dire. Lo sapevamo tutti da tempo, però. Non è che lei ce lo volesse propriamente nascondere, solo non lo voleva puntualizzare. Sapeva benissimo che nessuno di noi l’avrebbe giudicata per la sue scelte, ma preferiva ugualmente tenersi fuori dal pericolo. La diffidenza si impara in fretta, e talvolta non va più via.
E poi In fondo odiava, e aveva sempre odiato tutte le categorie. L’amore era amore. Poesia e palpitazioni.  Non c’era nient’altro da dire.
In ogni caso, bisogna precisare che la storia, tra le due innamorate, non andava proprio per il meglio e loro litigavano spesso. Era per lo più un problema di gelosia.
Giusy era bella. Aveva molti pretendenti. Anche Giacomo era segretamente innamorato di lei.
Giacomo era il nostro tuttofare. Luci, musiche, comparsate. In ogni compagnia che si rispetti c’è una persona così.
Giacomo non era bello. Era piuttosto sovrappeso, pochi capelli, ma il viso ispirava simpatia.  
Mi ricordo che lo conobbi una sera in un locale che aveva deciso di dedicare una sera alla settimana al teatro o al cabaret.
Io portavo una scena piuttosto particolare, in cui interpretavo un’anziana signora che si presentava a una cena accompagnata dal suo fidanzato immaginario.
Un ruolo che mi si addiceva alla perfezione.
Lui metteva in scena uno dei monologhi più famosi del Cyrano de Bergerac, atto primo, scena quarta, meglio conosciuto come il monologo del naso.
Ovviamente conoscevo la storia. Una delle più grandi friendzone di tutti tempi, quando ancora questo termine non era stato coniato.  Scherzi a parte, mi avevano raccontato la storia, avevo visto film a cui era stata ispirata, avevo sentito delle canzoni.
Eppure non avevo mai letto il testo. A parte qualche frase, non mi ero mai cimentata con la scorrevolezza dei suoi versi.
Per cui capirete con quale facilità rimasi abbagliata dalla bellezza di quelle parole.
Un tizio fuori dalla scena diceva al protagonista che aveva il naso grande. E lui, invece di scappare e chiudersi in bagno a piangere, come avrei fatto io in quella situazione, iniziava un abile gioco di parole divertente ed autoironico che non lasciava spazio a nessun commento.  
Il suo naso non era solo grande: era un monumento, una rocca, una penisola, un appendiabiti, una conca, e chi più ne ha, più ne metta.  
“Se ne potevan dire… ma ce n’erano a josa.”  Iniziava Giacomo, nei panni di Cyrano, cambiando poi spesso di tono, voce, ritmo.
Ai tempi lui era solo un ragazzotto. Doveva avere finito da poco il liceo. Mi ricordai che studiandolo a scuola un professore ci aveva detto che Cyrano aveva 21 anni.
La cosa aveva stupito tutti, perché nelle rappresentazioni, teatrali o cinematografiche spesso a interpretare il ruolo erano attori di mezz’età. Quasi a giustificare la sua poca prestanza fisica, e il suo spessore culturale. Eppure non è così. Nell’opera Cyrano aveva 21 anni.
Mentre recitava mi sembrava di vederlo Giacomo, che non era bello, Giacomo poco più che un ragazzino. I compagni che lo prendono in giro, sempre le stesse battute: “Ehi ciccia-bomba!”  “Muoviti palla di lardo!”  
I bulli non hanno quasi mai fantasia.
Vedevo Giacomo e mi sembrava di vedere tutti i Giacomo del mondo. Quelli con il naso grande, le orecchie a sventola, il labbro leporino.
Quelle come me, che andavano a piangere in bagno e che un giorno forse avrebbero presentato il loro fidanzato immaginario sotto gli occhi increduli dei conoscenti.
Quelle come Giusy, che amano senza distinzione.
Le parole con cui si chiude quel monologo avrei voluto stamparle su un manifesto da mettere davanti al letto. Avrei voluto rileggerle ogni mattina, per trovare la forza di rispondere alle prese in giro. Avrei voluto farla leggere a tutti gli adolescenti vittime di appellativi vari.    
Con la lingua tagliente quasi quanto la sua spada, se non di più, Cyrano era appena diventato il mio supereroe.
E Giacomo con lui.

“Ecco, ecco, a un dì presso, ciò che detto mi avreste
se qualche po’ di spirito e di lettere aveste.
Ma di spirito, voi, miserrimo furfante, mai non ne aveste un’oncia,
e di lettere tante quante occorrono a fare la parola: cretino!
Aveste avuto, altronde, l’ingegno così fino
da potermi al cospetto dell’inclita brigata
servirmi tutti i punti di questa cicalata,
non ne avreste nemmeno la metà proferito
del quarto d’una sillaba, che, come avete udito,
ho vena da servirmeli senz’alcuna riserva,
ma non permetto affatto che un altro me li serva.”

 

di Erika Cataldo

 

photo Marina Coric

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