I muti e sussurranti sensi di colpa

Un giorno come altri, così dal nulla, qualcuno ha bussato alla mia porta e mi ha sussurrato all’orecchio: “è ora di andare”.
Così sono volata via, letteralmente, da quel nido infestato di negatività che era casa, per cercare di salvarmi e di imparare veramente a vivere.
Erano anni che aspettavo quel fatidico momento.

Erano anni che sognavo la mia indipendenza, le mie nuove esperienze, il non avere “regole”, nessun coprifuoco e nessuna lamentela per ogni cosa; anni passati in agonia, rinchiusa in una specie di gabbia, sorvegliata dal dittatore che per lungo tempo ha dettato legge su qualsiasi cosa mi riguardasse.
L’anoressia mi aveva portato via tutto e tutti. Alcuni perché allontanati e spaventati dal mio aspetto, altri perché allontanati dalla sottoscritta.

Non saprò mai il perché di molte, forse troppe, mie azioni. Ma “il passato è passato e come tale va trattato e poi insegnato”. O almeno, così mi piace scrivere sui muri.
Ho sempre pensato che il nostro passato, per quanto tortuoso, sofferente o doloroso debba essere stato, alla fine è ció che rende le persone che siamo, e io sono orgogliosa di ciò che sono diventata, molto.
È giusto anche ritornarci su, magari senza troppo rimuginarci, basta che non diventi una specie di ossessione o di circolo vizioso che impedisce la vera riuscita di una vita del tutto normale.
Perché poi ti senti soffocare e non trovi più via d’uscita, perché dopo tutto si trasforma in odio e tu non sei più in grado di combattere e poi perché, soprattutto, io avevo (e ho) bisogno di conoscere letteralmente ciò che mi circonda.
Stare in quella casa, dicevo, creava in me proprio quella sensazione di ricordo perenne in cui ogni angolo o spazio o stanza o oggetto rischiava di farmi uscire pazza a furia di pensare e di ri-pensare; l’idea di continuare a stare sola e parlare coi muri mi rattristava tanto quanto lo faceva il solo fatto di pensare che tutto ciò era pura e folle realtà.
Ricordo che non appena mi avvicinavo al portone sentivo l’ansia prendermi da dentro, come se mi stesse pugnalando al cuore..
Lo ammetto: la convivenza non è assolutamente facile. All’inizio è tutto bellissimo e sembra quasi di essere immersi nella libertà più totale, ma poi le cose cambiano, iniziano le prime dispute, i primi dispiaceri e le prime delusioni.
Anche se non c’è mattina in cui io non mi svegli con affianco il mio uomo, che mi tiene la mano e che si gira e ri-gira nel letto, che dorme in posizioni insistenti e che al mattino, appena apre gli occhi, se non mi trova affianco a sé, corre per tutta la casa pensando che sia andata via.
Non esiste nulla di più bello che avere qualcuno che di notte vuole starti affianco e non lasciarti sola, che non vuole che piangi ma piuttosto che parli, che non vuole vederti star male né rattristata a causa di persone per le quali non vale la pena addolorarsi.
Svegliarsi e sapere che le giornate non saranno più come prima, una uguale all’altra, diventa un sollievo talmente grande che non si vuole cambiare assolutamente nulla del presente.
Ma.

Ma.

Il passato è come un fantasma che ricopre le mie giornate e, ancora una volta, non mi permette di vivere serenamente e con un minimo di equilibrio. Tanto che, solo nelle ultime settimane, il solo pensiero di dover tornare in quella gabbia per fare il cambio degli abiti mi ha impedito di andarci.
Ora sarò costretta a farlo e spero che in quel momento la casa sia vuota e silenziosa, senza che nessuno mi rimproveri di essermene andata o di essere una “poco di buono”; mi sono sentita dire cattiverie a tutto spiano soprattutto quando non le meritavo, mi sono sentita una figlia “tagliata fuori”, una figlia di peso e non voluta.
Certo ho condiviso momenti belli con loro, ma mai alla pari dei momenti brutti che ne sono conseguiti.
La mia non è nemmeno stata una scelta.

Io ho semplicemente preso e me ne sono andata, sono scappata.
E non mi pento di ciò che ho fatto.

Ho avuto dei ripensamenti, questo sì, perché mentirei se dicessi il contrario; tutto sommato sono andata a vivere da Mauro non appena l’ho conosciuto.
Quell’incontro ha dato la prima vera svolta alla mia vita. È stata la mia seconda ribellione “muta”, poiché sono sgusciata via senza dire niente a nessuno.
Qui non è mai tutto rose e fiori, non ci sono sempre e solo momenti di tranquillità o momenti passati insieme ma, piuttosto, una lunga lotta per mantenere un’amore stabile e solido, esattamente come io ho sempre voluto e desiderato. È la stabilità che crea la volontà di rimanere, di impegnarsi, di sforzarsi a comunicare, di fidarsi, di essere sinceri, di lottare per qualcosa che ti ripagherà per tutta la vita.
Amare significa restare, significa sacrificare o rinunciare a tanto, significa stare dietro a tante piccole cose che prima non avresti mai nemmeno immaginato.
Io in quella gabbia non amavo, non ne ero in grado. Ogni relazione che mi ha presa e tenuta con sé, per un po’, è stata poi chiusa, perché io non trovavo motivo di andare avanti. La mia apatia aveva preso il sopravvento anche sulle mie fantasie più profonde, impedendomi di utilizzarle, rendendomi immune alla sofferenza per la fine di qualcosa.
E, credo, che così sia stato quando me ne sono andata.

Ero immune alla sofferenza ed alla separazione.
Litigate e urla sentite e vissute per anni, lunghe e tortuose giornate passate sola ad aspettare che le risposte o gli stimoli per fare arrivassero da sé, morire di dolore per parole non dette: ecco cosa è stata la mia adolescenza. Proprio nel momento in cui la mia vita avrebbe dovuto subire uno slancio di vitalità è arrivato il tanathos che ha schiacciato l’eros e, di conseguenza, il mio Io che si stava formando.
Per questo oggi, nonostante l’orgoglio di avercela fatta, sono arrabbiata con me stessa per essermi voluta far del male a causa di un semplice nulla che, invece, avrei potuto evitare. Poiché chi mi stava attorno non pensava a me come essere umano, ma bensì come merce di scambio o come riscatto per riuscire a riempirsi la pancia di soldi.
Ecco cosa odio: la malattia dei soldi e i divorzi infiniti creati a causa di questo. Tutto il mio essere, in pratica, si basa su un divorzio che dura ormai da diciassette anni.
La stanchezza e la rabbia sono sempre più attaccati alla mia mente e ai miei pensieri; forse anche questo amore che amo tanto andrà a finire chissà dove per colpa mia.
Non so che fare.

Ho perfino finito le parole.
So di amare. Amo davvero tanto e sto crescendo a vista d’occhio.

So che il mio corpo ha finalmente preso forma nonostante io mi ci debba ancora abituare. So che mentre scrivo qui affianco c’è chi che mi ama talmente tanto che farebbe follie pur di starmi accanto. So che a volte lo tratto male perché i ricordi mi offuscano e mi turbano, ma io non voglio perdere il mio angolo di paradiso.
Non posso condannare le persone per il male che mi hanno fatto e nemmeno voglio portare rancore, quindi ci provo e ci ri-provo fino a quando non so che ci sono riuscita.
“Ma come faccio a perdonare chi mi ha voluta e poi buttata via?”
In questo sono proprio incoerente e, anche se tento disperatamente di liberarmi da questa “malattia”, non vi riesco mai poiché ci resto attaccata come nelle fila di una ragnatela.
Ogni volta torno ad essere protagonista anche se il mio essere non c’è più, anche se mi hanno disintegrata, anche se ormai non ho più nemmeno la voce per urlare a me stessa che è ora di smetterla.
Continuo involontariamente a far da tramite e da merce di scambio.
Ora non si tratta più di capire se andare avanti o tornare indietro, si tratta di proseguire il cammino nonostante tutte le difficoltà che mi si presentano e presenteranno; non rinuncerei mai alla vita che sto facendo ora, e non perché sono più “libera” ma perché sono finalmente amata.
Mi addormento e mi sveglio con la persona che amo ogni giorno, trovo mazzi di fiori profumati e colorati in cucina, il cane infilato nelle sue gambe, un “ti amo” ogni volta che ne ho bisogno. Sono cambiate davvero tante cose. Chi me lo fa fare di dare delle spiegazioni sul perché mi sono volatilizzata nel nulla? Non ce n’è bisogno!

Chi mi conosce ha notato l’abissale differenza che mi ha permeata solo negli ultimi mesi, solo chi è egoista e non sa guardare oltre al suo naso può accusarmi di essere stata una persona “cattiva” solo perché ho dovuto pensare alla mia sopravvivenza.
Già una volta sono sono stata in quei luoghi remoti della pazzia e ne tengo ancora i segni addosso e nella testa, non ho intenzione di ripeterlo.
Dopo ormai quattro mesi mi sono arresa e ho lasciato che mia madre e mio fratello si abituassero all’idea di non avermi in casa, che imparassero a non utilizzare me come un sacco da prendere a pugni nei momenti no, che la smettessero di darmi ordini o giudizi su come stavo conducendo la mia vita. Gli errori li commettiamo tutti e io non posso dire di esserne immune anzi, al contrario, ne ho fatti anche fin troppi.

Ciò che mi chiedo è se, senza questi fatidici errori, sarei comunque la stessa identica persona che sono oggi.
Assolutamente no.

Per questo ringrazio di averli fatti, nonostante il dolore che poi ne è derivato.
Ho smesso di piangermi addosso per qualcosa che non posso materialmente cambiare, ho smesso di stare zitta davanti alle ingiustizie, ho smesso di farmi calpestare, ho smesso di dare retta alle dispute che non cessano mai di esistere.

Ciò che, invece, non sono in grado di fare, è prendere una maledetta posizione e chiudere del tutto i rapporti con quello che mi ha torturata.
“Lavori in corso”.

Ecco cosa ho scritto in faccia.
Si vede che sono sperduta, che non ho lo sguardo del tutto sereno, che non sono tranquilla. Traspare perfino quando mi osservo allo specchio che un certo senso di colpa mi perseguita.
Come se dovessi sentirmi in colpa. Per cosa poi?
Amare ed essere amati, o dover per forza amare ed essere amati.

Forse è questo il vero problema.

 

foto e testo joyhoperule

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2 thoughts on “I muti e sussurranti sensi di colpa

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  1. more or less “the atheists won because they knew how to play the game. The courts should understant how the atheists play the game.” He was complaining, then, that the atheists were there. My thought when reading it the first time is he doe&8s#n217;t want the atheists to display.I believe you are correct, however, his case in court was about free speech. Anyway, it’s all over. Thanks for commenting.

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