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IL LATO OSCURO DELLE MADRI

IL LATO OSCURO DELLE MADRI

Oggi più che mai la genitorialità è oggetto di dibattito e discussione, a segnalare che l’essere genitori sta perdendo sempre di più quella connotazione di evento naturale, di tappa obbligata nella vita di una persona, ma al contrario necessita di essere collocato, in qualche modo elaborato, oserei dire giustificato – quasi come se il non essere genitori stia diventando una scelta che ha molto più senso di quella opposta – a volte incentivato (in questa sede però lasceremo perdere qualsiasi osservazione o commento sulla recente campagna per il Fertility Day).
Ho iniziato parlando di genitorialità, dunque di un ruolo che coinvolge tanto gli uomini quanto le donne, ma non è un luogo comune che sia la maternità a possederne gli aspetti più delicati e controversi. Nonostante i recenti cambiamenti dell’assetto sociologico che indubbiamente richiedono un paritario coinvolgimento di entrambe le figure genitoriali nella consapevolezza del ruolo e nella gestione pratica della prole, è indubbio che ancora oggi sia quella femminile a essere maggiormente responsabilizzata non tanto a livello pratico quanto nell’investimento e soprattutto nel cambiamento emozionale che l’essere genitore comporta.
Ed è proprio da qui, dalle emozioni, che parte l’interessante studio della sociologa israeliana Orna Donath (ricercatrice alla Ben Gurion University) “Regretting Motherhood. A Sociopolitical Analysis”, pubblicato la scorsa primavera e mai tradotto in lingua italiana. Un saggio che doveva essere rivolto solo agli studiosi del settore sociologico e antropologico ed è invece uscito da quei confini per diventare oggetto di dibattito in mezzo mondo, in particolare in Germania. In Italia, c’è stata solo una flebile eco, un paio di articoli su testate giornalistiche del web.
Come illustra il titolo stesso, lo studio ha al centro un argomento che può essere considerato un tabù, di cui difficilmente troverete traccia sui giornali, su internet, o men che meno nelle conversazioni con le madri di vostra conoscenza, ovvero, molto semplicemente, il “rammaricarsi” o, se vogliamo usare un termine più forte ma probabilmente più appropriato, il “pentirsi” di aver avuto figli. La Donath esplora questa selva oscura attraverso le parole di 23 donne, da lei intervistate tra il 2008 e il 2011, di differente età, estrazione sociale, definizione religiosa, alcune addirittura nonne, che ammettono di essersi pentite di essere diventate madri. La conclusione di tutte queste donne a seguito della loro personale riflessione sull’esperienza della maternità è: tornassi indietro non lo rifarei.
Una posizione estrema, che per istinto, porterebbe ad etichettare le intervistate come dei veri e propri mostri.
Ma andiamo con ordine. Innanzitutto la prima domanda che mi sono posta io nell’accostarmi a questo breve saggio è stata: perché dedicarsi a uno studio del genere? La risposta immediata è molto semplice: la stessa autrice ci spiega come nella società israeliana la pressione sociale sulle donne affinché diventino madri è ancora fortissima. Una donna che consapevolmente decide di non avere figli viene considerata quasi come una non-donna, giudicata umanamente e socialmente. Ma c’è anche qualcosa di più di questo.
Attraverso l’estremismo del suo studio, la Donath vuole in qualche modo farci riflettere su come questo genere di pressione sociale possa portare all’infelicità del singolo.

Il saggio si apre proprio con una riflessione sul concetto di emozione, ovvero di come le emozioni non siano solo delle condizioni interiori e personali ma si vadano poi a inserire nel tessuto sociale; di contro, le istituzioni cercano costantemente di connotare culturalmente gli stati emotivi – per arginare il loro potere dirompente direi io – di incasellarli all’interno di uno schema di pensiero e di significato che rafforzi il sistema di credenze e di valori già esistente. Cosicché il “pentimento” assume un significato positivo all’interno del discorso religioso o giudiziario (pentirsi dei propri peccati, pentirsi –ed espiare – le proprie colpe) ma non trova in alcun modo spazio all’interno di un’esperienza quale la maternità, a cui per tradizione vengono associati altri stati emotivi quali l’amore assoluto, l’accudimento, il senso di responsabilità, il ribaltamento delle priorità. Al contrario il pentimento è spesso usato come argomentazione all’interno della propaganda anti-abortista, il cui assunto più utilizzato è: numerose donne si sono pentite di aver abortito, nessuna di aver avuto figli.
Ora la cosa interessante, e penso che chiunque sia diventata madre possa facilmente confermarlo, è che il pensiero comune voglia che i sentimenti di amore, accudimento, cambio delle priorità, ecc., siano naturali e insiti in una donna, come una sorta di gemma “in nuce” che sboccia senza fatica nell’istante che segue la nascita del bambino. Dando per scontato questo sentimento, come purtroppo realmente avviene, è dunque implicito che maternità e femminilità siano le facce di una stessa medaglia, imprescindibili l’una dall’altra, e dunque una non–madre viene considerata in maniera più o meno inconscia, una donna a cui manca qualcosa. È interessante sottolineare come a questo punto si ritorna al discorso della connotazione culturale degli stati emotivi: un’esperienza generica ma allo stesso tempo molto personale come la maternità viene ingabbiata in uno schema che deve essere necessariamente omologato e comune, fatto di tappe ed evoluzioni identiche per ciascuna donna.
Quante volte quando ero incinta mi sono sentita dire che il fantomatico “istinto materno” (che, credetemi, non ho ancora capito in cosa consiste) sarebbe scattato non appena avessi preso in braccio il mio neonato e di come, sempre nello stesso istante, avessi improvvisamente compreso cosa fosse davvero importante e rinunciato con gioia alla mia vita precedente. Non è accaduto niente di tutto questo, anzi, dopo aver espletato con grande fatica i miei doveri materni di pappa e cambio pannolino l’unica cosa che avrei voluto fare era mollare il pupo e andarmi a fare un aperitivo. Mi sono sentita egoista e superficiale, e mi è venuta una bella depressione.
Ero davvero tale? Forse, ma né più né meno di quanto possa essere una qualsiasi donna che mette al mondo un figlio con una estrema consapevolezza di ciò che questo evento comporta, o comunque di una donna che non lo fa per tappare il buco di una vita noiosa e insoddisfacente (la razza peggiore a mio parere).
Oggi abbiamo fatto un piccolo passo avanti nel superare tutto questo accettando il concetto di ambivalenza come facente parte dell’esperienza materna. Ma anche questo, ahimè, sta diventando un cliché, alimentato da un sempre crescente numero di film, libri, programmi televisivi sull’argomento, che però nella maggioranza dei casi illustrano il concetto a mo’ di macchietta per far divertire un po’ le mamme dall’altra parte, che ridono per un paio d’ore ma poi si ritrovano di nuovo con il loro fardello di sensi di colpa difficili da smaltire.
Tornando allo studio della Donath, l’autrice ci mostra proprio come il concetto di ambivalenza generi una falsa apertura, in quanto alla fine viene anch’esso incasellato in un’interpretazione sociale e culturale che riconduce il problema al punto di partenza. Infatti è dato per assunto che i sentimenti ambivalenti di una donna rispetto alla propria esperienza di madre, dunque per semplificare il mettere su una bilancia i pro e i contro dell’esperienza materna, debbano necessariamente scaturire in un sentimento di gratificazione.
È come se ci dicessero: ok, non ti preoccupare se non hai amato da subito la tua nuova vita, magari per te ci vorrà più tempo, ma alla fine accadrà. Insomma non è possibile trarre un bilancio “negativo” (parliamo sempre di accezione culturale e sociale del termine) dell’esperienza, ma al contrario si dà per scontato che dopo aver tirato le somme i sentimenti edificanti prevalgano, e che una donna non possa che concludere di essere felice di essere diventata madre.
La Donath è la prima che tira via questo velo di Maya e ci mostra delle donne che sono giunte alla conclusione opposta.
Dobbiamo chiarire che tutto ciò non ha niente a che fare con i bambini. Queste donne amano immensamente i loro figli, li hanno cresciuti e curati con grande amore e dedizione, ma semplicemente non sono mai riuscite ad adeguarsi al ruolo di madre, con tutto ciò che esso comporta all’interno delle nostre società. Donne che non sono riuscite a venire a patti con il grosso senso di responsabilità e soprattutto rinuncia della propria identità che l’essere madri comporta. E vorrei sottolineare come parliamo di identità e non meramente di libertà, anche se quest’ultima fa inevitabilmente parte della prima, ma è un concetto sicuramente più sofisticato che implica la perdita, non solo della gestione del proprio tempo, forzatamente assoggettato ai bisogni di un altro, ma anche di spostamento del focus da se stesse ad un altro/i, con tutti i necessari aggiustamenti del senso di sé che questo inevitabilmente comporta.
Ci sono donne, le donne di Orna Donath, che hanno il coraggio di ammettere: tutto questo non fa per me.
Alcune hanno dovuto mettere al mondo anche più di un figlio per rendersene conto, tanto non potevano accettare di non sentirsi come il mondo aveva sempre detto loro che avrebbero dovuto sentirsi, una volta diventate madri.

Posso solo concludere con una personale riflessione: a quasi 5 anni dalla nascita di mio figlio sono ancora nel pieno dell’ambivalenza. Ma l’unica cosa che sento di affermare con certezza è che, nonostante la mia scarsa adeguatezza al ruolo, che, tuttavia sto cercando di far diventare un punto di forza e non una debolezza, essere madre mi sta rendendo sempre di più una persona migliore. Una persona più empatica, più attenta agli altri, più accogliente di quanto non fossi prima. E questo mi fa stare bene, nonostante tutto.
Se fossi stata intervistata da Orna Donath non avrei concluso che avrei preferito tornare sui miei passi, eppure comprendo, non solo con la testa ma anche con il cuore, il punto di vista di queste donne. Come al solito, se le donne smettessero di giudicarsi le une con le altre, molte cose per tutte noi sarebbero più facili.

di Claudia Simonetti

photo Marina Coric

 

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  1. Caiya ha detto:

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