Ispirare per ispirarci

 

rubrica (D.)’ispirazione

 

Ispirare per ispirarci: quando le storie altrui ci spingono a scrivere e a scriverci.

 

Le parole scritte non fanno rumore, si leggono e si rileggono, si guardano in trasparenza, si può anche spiare fra le righe per vedere cose che forse ci sono, forse no, comunque giocare a immaginarle non fa male, non ancora.
E anche solo per curiosità si arriva fino alla fine, perché si aspetta una sorpresa.
Se scrivo, insomma, so che mi ascolti.”

Masini- Piumini, “Ciao,  tu”

 

Ispirazione: IO SONO DI LEGNO, di Giulia Carcasi.

 

Per Penelope, l’odore del ritorno di Ulisse sapeva di salsedine e d’amore quasi dimenticato, sordo, rimasto negli anni ad occuparle il cuore senza averne prove concrete, vive, da potersi incollare addosso per andare avanti.

Per me, l’odore del tuo ritorno sa ogni volta di un profumo nuovo, delle tue compagnie sempre diverse, che non ti lasciano altro dettaglio addosso se non il nulla in cui sprofondare.

Tu, Mia, sei una donna di ieri e non di oggi, ti porti addosso la notte prima.

Io, invece, sono una donna di oggi che rimane intrappolata fra i dettagli di ieri, anche se non vuole, come i ritagli di giornale che rimangono incastrati sotto le suole per non essere dimenticati, anche se sanno di stantio.

Io sono come una macchia di vernice ormai secca, un fastidio che diviene abitudine e si dimentica, un qualche cosa che scompare, pur rimanendo in vista.

Ti aspetto e ti scrivo, mentre non posso leggerti negli occhi ed imparo a leggere senza il tuo permesso quello che semini su carta, mentre imparo a scoprirti diversa, a spogliarti di quei profumi che non ti appartengono e trovo il coraggio di guardarti senza scappare, la macchia color caffellatte sulla coscia, gli occhi neri come pozzi, che mi ricordano ciò che non vorrei ricordare, chi non dovrei ricordare.

Ti scrivo i miei difetti di carne, quelli che ho sempre nascosto, che mia madre non riusciva a concepire, che inorridivano Flavia, sì, proprio lei, che ostentava con così tanta perfezione il suo essere sporca dentro da non fartene nemmeno accorgere, da farla sembrare pura, fra tutto il marcio.

Ti scrivo i miei difetti di cuore, quelli che, forse, porti dentro anche tu, perché, malgrado tutto, siamo entrambe di legno e di acqua, se vogliamo ci allentiamo da sole i cardini, ci raccontiamo i nostri maremoti interni anche solo tacendo, quando la corteccia di cui siamo ricoperte fa fatica a trattenerli.

Abbiamo scapole sporgenti e sogni raggiunti a metà, vissuti a metà; abbiamo angoli vivi, ballerini, come il parquet di questa casa, anche se la musica non suona ormai da tempo e ce ne vorrà ancora prima che possa ripartire.

Scanso le mani e le tenerezze di tuo padre, tu non capisci, non puoi capire.

Sono una donna di brividi immobili, non do mai nulla a vedere, anche se dentro ribollo, imprigionata nei ricordi che ti racconto anche se so che ti faranno male, anche se so che faranno male a me.

Mi frega l’invisibile, mi inabissa sempre quello che non riesco a vedere, anche se sono di legno e dovrei riuscire a galleggiare, a salvarmi, a respirare.

Mi sono intrappolata in ciò che non volevo, ho odiato mentre facevo l’amore, ho confuso l’affetto per stima e scappatoia, ho commesso l’errore di innamorarmi di un ragazzo dai piedi di vento quando non avrei dovuto, provando a camminare alla velocità dei passi che non ragionano, che forse è l’unica giusta, ma non fa per me, io sono di legno, anche più di te, e non posso danzare senza essere anche pioggia, senza potermi allentare, almeno un poco.

Ho amato tanto da lasciarmi asciugare anche il sangue, tanto da mentire a tuo padre, negando l’evidenza, pur di provare a stabilire un nuovo record di apnea rimanendo in bilico fra il mio sguardo e quello di un altro uomo, che in realtà era un ragazzino, ma il cuore a questi dettagli non ci bada.

Ti racconto le mie nostalgie che non ho mai confessato a nessuno, mentre ti aspetto e leggo di te, che sei Mia e vorresti essere “Tua”, “Sua”, di qualcun altro, tranne che di te stessa, e allora ti lanci nel vuoto, con il rischio che nessuno sia pronto a prenderti.

Non voglio che si posino sulle tue ginocchia mille mani, prima che tu smetta di scansarti e permetta a certe dita di rimanere, di sfiorarti il viso e capirti senza parlare.

Non voglio che ti guardino mille paia di occhi, prima che tu ti confessi e provi a svuotare i tuoi oceani interni, senza più trattenerli, e a scioglierti, pur perdendo qualche pezzo, perché, si sa, anche l’amore più bello ti sgretola e lascia in te macerie, ti scinde in frammenti che farai poi fatica a ritrovare.

Vivi le tue guerre, non le ingoiare, come ho fatto io, che ora mi ritrovo piena di armi e comunque bombardata; non lasciare che ti esplodano dentro, tu, se vuoi, li hai, i piedi fatti di vento, se vuoi puoi danzare e salvarti, senza privarti del tuo incanto, senza smettere di essere “Mia”, pur diventando anche di qualcun altro.

 

Rischia, anche se probabilmente cadrai.

Non rimanere come me ad immaginare quel che resta, a tratteggiare con le dita nell’aria la sagoma di chi non c’è, a provare a sentirne il battito cardiaco negli oggetti, nelle cianfrusaglie mute che hanno visto il vostro amore nascere e morire, senza poterne parlare.

Corri, anche se probabilmente ti ferirai.

Ama, nonostante tutto, non te ne pentirai.  

 

di Diletta Ziveri

 

photo Joy Hope Rule

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