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Non siate realistici. Per favore

Non siate realistici. Per favore

Atti unici con intervallo – quarta parte

 

Non siate realistici. Per favore.



Da quando avevo iniziato a fare teatro, più o meno seriamente, avevo imparato due cose fondamentali, da mettere in pratica in scena, o meglio ancora nella vita reale.  
La prima era che per risolvere una situazione problematica non bisognava mai fermarsi alla soluzione più facile, ma provare sempre ad individuarne una migliore. Che nella pratica voleva dire: “Se dovete fare un cambio scena non chiudete il sipario”.

Cercate sempre un’alternativa, ci diceva il nostro insegnante quando eravamo alle prime armi, prima di arrendervi al “Buio in sala” che risolve tutti i problemi.
La seconda cosa che avevo imparato era che bisogna guardare sempre il lavoro degli altri per prenderne esempio, oppure per fare l’esatto opposto.  
Alcuni anni fa ci era venuto l’ambizioso progetto di mettere in scena le Serve di Genet un’opera decisamente complessa, il cui autore stesso nella prefazione si raccomanda che non venga interpretata in modo realistico.
Ci eravamo trovati una sera a casa di Filippo, come facciamo almeno una volta all’anno, per discutere del nostro futuro artistico.
Era stato lui ad avere avuto l’idea delle Serve, attirato soprattutto dal gioco tra immaginario e realtà, tema su cui era fondata tutta la nostra storia teatrale.  
La vicenda prende spunto da un fatto di cronaca, realmente accaduto. Nel 1933 in Francia, due sorelle al servizio di una famiglia borghese, in seguito a un banale rimprovero, uccidono brutalmente madre e figlia.  
Nell’opera di Genet, Claire e Solange sono due sorelle, cameriere-modello al servizio di una ricca signora. Ogni volta che lei esce di casa le due donne si scambiano la parte fra loro, recitano a turno il ruolo della padrona e della serva; indossano vestiti e gioielli della signora, ne imitano voce, e comportamenti, ne simulano l’omicidio. Il gioco però si fa sempre più pericoloso, dapprima denunciano l’amante della loro signora con delle lettere anonime, poi quando egli viene scarcerato per mancanza di prove, temono di essere scoperte.  Il piano tra finzione e realtà si confonde sempre di più, così le due serve arrivano a tentare l’omicidio della loro padrona, e dopo avere fallito, cercano di eliminarsi a vicenda.
Andando avanti con la lettura, e le ricerche io e Giusy, uniche due donne presenti alla serata, ci rendemmo quasi subito conto che con ogni probabilità nemmeno quella volta ci sarebbe spettato il ruolo di protagoniste.
Genet infatti auspicava che il ruolo delle serve fosse interpretato da dei “giovinetti” Il suo obbiettivo era mostrare solo un‘apparente femminilità. Un desiderio impossibile: come quello delle serve di far parte dei padroni.  Inoltre un personaggio maschile che interpreta un ruolo femminile, avrebbe provocato un senso di straniamento funzionale alla comprensione del più profondo significato.
Non di due servette si limita a narrare l’opera, ma vuole rappresentare tutti gli sfruttati, gli oppressi, che vengono relegati ai margini; e che a loro volta giocano, sognano di diventare gli oppressori.
“Le serve è una favola” scrive Genet nella prefazione.

“Bisogna a un tempo crederci e rifiutarsi di crederci, ma poiché ci si possa credere occorre che le attrici recitino non secondo un modulo realistico.”
Una favola era quello che volevamo raccontare anche noi. Con tutte le metafore che essa contiene. Perché di solito è con le favole che si raccontano le più grandi verità.
Tutto molto interessante. Ma da dove partire?
Quella sera, se non ricordo male, partimmo da una buona carbonara.  
Poi, finalmente, iniziammo anche a buttare giù le idee. Erano tante, alcune valide, altre forse meno, ma è così che si inizia sempre. In seguito, come facciamo spesso, decidemmo di guardare su YouTube se vi fossero degli esempi di spettacoli, e ripresi, almeno in parte da qualche spettatore.
Quello che trovammo, almeno inizialmente, era esattamente ciò che Genet aveva auspicato che non fosse. Due donne vestite da cameriere (con tanto di grembiule) in un salotto bene dei primi del’900. Tutto molto bello, tutto perfettamente realistico.
Perché – ci domandammo – era così difficile andare oltre le apparenze? Perché, in pratica, è così difficile osare?
Ne seguì un dibattito filosofico che ben presto andò oltre il teatro, e la nostra idea di rappresentazione, per soffermarsi sul senso dell’arte in generale.  
A fine serata, mi ricordo bene, non avevamo di certo ancora idee precise su quello che avremmo voluto fare, ma sicuramente avevamo capito cosa non volevamo fare.
Più facile – mi direte – ed è sicuramente vero.  
Ma a volte bisogna distruggere per poi iniziare a ricostruire.

di Erika Cataldi

photo di Marcello Piu

 

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