Cinquanta metri quadri di solitudine

“Le persone sole, mangiano jajangmyeonmi avevano detto.
Ma non è la verità.
Le persone mangiano jajangmyeon per una molteplicità di motivi: quando traslocano, quando festeggiano il diploma, quando si ritrovano nelle sale fumose da biliardo a giocare, anche coloro che non fumano, anche coloro che ignorano la praticità del biliardo.
Le persone che mangiano jajangmyeon non sono necessariamente sole; a meno che non si tratti del quattordici di aprile, chiaro.

——————–


Sulla Ventottesima strada di Imun-ro, numero civico non meglio identificato, esiste un posto che non c’è.
È possibile arrivarvi solamente se non lo si cerca.
La prima volta, si mostrerà come un’apparizione: un’oasi in mezzo al caos della città fradicia di pioggia e mai sopita; dalla seconda volta in poi, tuttavia, le probabilità di trovarlo quando lo si desidera sono pressoché nulle, si mostrerà sull’orlo della resa, retaggio dell’epifania originaria.
Quando ci andasti la prima volta non eri solo.
Caricasti con te una molle e recente compagnia, ancora scottata dal giorno precedente dalle lunghe ore di volo, incollate sul vetro dei finestrini, i piedi saldi a terra: il secondo giorno segue il primo e lo rischiara, concretizzandolo.
I vostri corpi erano congiunti, ma le vostre menti su differenti binari.
Così viaggiavano, i pensieri, e invero percorrevi quella strada da solo, poco pratico del luogo, narcotizzato perché investito da troppi input tutti insieme.
Ordinasti i jajangmyeon, per realizzare quella sensazione di abbandono e per la prima volta portasti alla bocca un sapore che ancora non sai spiegarti: odio e amore, reminiscenza di un aroma inarrivabile.
Ti era certamente già chiara la complessità del senso quale l’olfatto, e quanta l’amarezza nell’avvicinarsi ad un gusto che si fa quasi accarezzare prima di fuggire via… Da quel giorno in poi conoscesti anche l’atroce e sensuale trappola in cui fa ricadere la vista, che subdola riporta alla mente visi mai visti, come déjà-vu perpetui che entrano in loop.
Consumasti il tuo pasto, in quella scatola di legno, facendo entrare nella stanza del cuore una languida malinconia e promettendoti di ritornare presto, ogni volta avresti sentito il bisogno di colmare la solitudine con quei viscidi spaghetti.
Quando ci andasti la seconda volta eri solo.
Vagasti a lungo, nello stomaco una voragine, il corpo trascinato a forza, nel petto un macigno infradiciato dalla fresca pioggia.
Cercavi un posto che non c’è, sulla linea invisibile a confine tra due quartieri si dice facciano la guerra, forse per questo nascosto ai più.
E allo stesso modo l’acqua compare nel deserto, certamente un miraggio che poi si fa vero davanti agli occhi increduli di chi è sul punto di trapassare, tu vi arrivasti, scettico nei confronti della vista, fiducioso piuttosto nel senso di malessere che ti percorreva tutto.
Quella volta la vista fu sincera.
Ti sedesti davanti alla parete in vetro; da lì potevi vedere le persone passare e con loro la loro storia, riparata dagli ombrelli trasparenti che fingono di non esserci, eppur bene fanno da scudo.
Facesti tutto quello che non avevi fatto la volta precedente: assaggiasti l’acqua al limone, ti guardasti intorno, osservasti la gente entrare la gente uscire la gente parlare, conversasti con il legno grezzo delle bacchette e del cucchiaio in cui perdesti le tue labbra piene di voglie.
Ma non ordinasti jajangmyeon. Non eri comunque solo? Non ti sentivi comunque solo?
Guardavi fuori come ad un altro mondo di cui tu non facevi parte. Pensavi agli individui come ad alieni. Tu appartenevi a quella specie chiusa in quei cinquanta metri quadri.
Lo stesso sguardo, la stessa solitudine, lo stesso mutismo.
Una coppia, coraggiosa, azzardò ad entrare, ma male si confaceva a quello sfondo spoglio, a quei tavoli nudi e alle sedie occupate in modo alterno.
Così ti fu chiaro di come le persone sole occupino più spazio.
Nel modo in cui riempiono rimanendo vuote, un fascinoso ed immancabile ossimoro.
La città allora cominciò a sussurrare parole al tuo orecchio sinistro, suadente. Saresti potuto venire a mancare in quel momento, eppure nessuno avrebbe notato la differenza.
Ma non lì. Non si potrebbe mai morire in quei cinquanta metri quadri, tu lo sai; essi sono solo di passaggio, non assicurano vita piena.
Sono come le gocce di pioggia che veloci scorrono sul vetro: loro si rincorrono, ma non hanno fissa dimora; dovranno sparire una volta giunte alla fine.
Come ritornasti a casa, quella sera, ancora te lo chiedi la notte. Forse sognasti.

Difficile parlare dei sogni come di qualcosa d’irreale.
Nei tuoi sogni, in ogni caso, quei cinquanta metri quadri hanno tutto un altro sapore.

Quello dei jajangmyeon, forse?

di Rita Berbardi

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Creato su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: