Come il sudore che si nasconde dal cuore


La solitudine è un fantasma che ti alita sul collo avaramente; è come una malattia che senti strisciare nelle vene, che senti nella saliva.

Non sai come ritornare a guardare te stesso con gli stessi occhi che, un tempo, posavi sulle spalle di chi amavi, capendo chi eri.

L’ho conosciuta una mattina di Dicembre di qualche anno fa, tra gli aridi sorrisi di una quercia ed i rami degli ulivi. Mi accarazzò le ciglia e si mise accanto al mio corpo. Lì rimase, a contemplare la mia anima.

L’ho vista poggiarsi una sera di Luglio sulle gambe anziane di mia nonna, quando era appena morto mio nonno. Fu la prima volta che, nei suoi occhi, la vidi respirare attraverso le sue rughe piene di vita, piene di lui, quella persona che per 50 anni ha amato e che in un giorno d’estate, tenendo la mia mano, andò via.

La solitudine può farti impazzire, può farti vivere, fortificarti e a volte anche ammazzarti.

Ieri sera cazzeggiavo tra le pagine web, e mi sono immerso, senza volerlo, nella storia di Tiziana Cantone: la ragazza che tutti conosciamo per via di una sfortunata avventura sessuale e di suicidio. Osservando le sue foto, le parole, quegli occhi verdi bellissimi, una persona che purtroppo ha donato il suo corpo ai bastardi sbagliati, l’ho vista. Era proprio nelle sue iridi verdi che, con ghigno bastardo, scendevano le lacrime. Ne sentivo l’odore, lo sentivo uscire fuori dallo schermo come se quella morte forse l’avavo cercato anche io, e forse era per questo che con Tiziana avevo una certa empatia struggente. Purtroppo per lei, la solitudine, quel giorno, si vestì dello stesso colore del foular che usò per strapparsi di dosso la vita.

A volte bisogna avere la forza di bastarsi, di guardare le proprie ferite davanti ad una bottiglia di vino rosso; rendersi conto che, nonostante la gente ti ami, ti voglia bene e ti apprezzi, si è soli, abbandonati nel tiepido bianco delle ossa a scrivere pagine nuove di vita.

Perché la vita avviene, ti dona tutto e si prende tutto. L’unica proprietà che acquistiamo dalla nascita è la morte che, prima di chiamarci a sé, ci dona un pò della sua presenza: la presenza che io chiamo solitudine.

Io convivo da due anni e, nonostante i nostri due cani e la presenza fissa della persona che amo, l’ho cercata, la cercavo e la evitavo al tempo stesso tempo. Quel senso di solitudine, quando si avvicina all’anima, chiede al cuore “di quanto amore hai ancora bisogno?”

Io credo che ad allontanarci dalla solitudine non sia l’amore, bensì il nostro vissuto. Il dolore non ha alcun senso, è la vita che gliene dà uno.

Eppure, a volte, seduto sui gradini del mare, mi perdo nel bianco delle sue onde e mi sento libero, felice. Perché so che più tardi, a casa, ho qualcuno che aspetta proprio me, che tra le mie lacrime riconosce lo stesso sudore che tra la sabbia e le stelle si disperde nel cielo.

Se non avessi nessuno, forse non amerei così tanto quel silenzio che sa di solitudine, forse impazzirei. Forse, tra un sole che si spegne e una lacrima che appassisce, tra i petali di rosa o di un fiore comune, mi lascerei morire. In silenzio, com’è la vita di chi spera che si faccia presto sera.

Io mi ritengo fortunato, perché della solitudine ne conosco soltanto il sorriso. Ed ora che non è più accanto a me, ne riconosco il valore, quanto sia difficile vivere in costante emarginazione, condizionati e ritirati, sempre con lei attaccata, come il sudore che si nasconde dal cuore.

di Antonio Prencipe

 

photo Marcello Piu

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