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Favola Natalizia

Favola Natalizia

 

Era la notte di Natale e Lancaster non riusciva a prendere sonno. Per questo, dopo aver sciolto i capelli al passato, si era messo davanti alla finestra a contemplare il paesaggio da cartolina illustrata. La neve era caduta copiosa, imbiancando tetti, strade ed almeno due angoli del cuore. Si preannunciava un inverno durissimo: la crisi economica aveva provocato milioni di licenziamenti e la drastica riduzione dei consumi. Il mondo cominciava a interrogarsi seriamente sul futuro del pianeta: inquinamento, aumento della popolazione e diminuzione delle risorse. Pessimismo in pole position, ottimismo nelle ultime file.

Lancaster osservava tutto con la dolce arrendevolezza dei suoi 80 anni. I suoi occhi color cacao, due fessure aperte sulla curiosità, erano vivaci come Clinton, il suo Tonkinese. L’unico gatto che accendeva il motore delle fusa solo quando sentiva nell’aria il suono del sassofono. Mentre il grecale si prendeva gioco di quei capelli argentati, Lancaster pensava alla sua miserabile pensione. Cinquecento euro al mese per sopravvivere e un miliardo di ricordi per non morire.

Era la notte di Natale e Lancaster non aveva alcuna intenzione di telefonare a Lester. Perché desiderava rimuovere dal cervello l’immagine ripugnante di quel figlio affarista e maneggione. Un volgare faccendiere. Amico di quei politici che, a parole, sostengono di non rappresentare gli interessi delle banche. E allora perché, nel taschino della giacca, portano la biro con la catenella? La verità, come sempre, andava ricercata nelle azioni: Lester, troppo impegnato ad accumulare denaro, non si faceva vivo da quattro anni. Tanti. Troppi per sperare in una riconciliazione.

Era la notte di Natale e Lancaster si ritrovò a guardare la fotografia di Joanna, la donna della sua vita. Mezzo secolo trascorso insieme, nelle stanze rassicuranti dell’abitudine. Poi la malattia improvvisa. La stoica sofferenza. Infine la notte. Prima di andarsene, Joanna chiese al marito di cantare la canzone del loro primo bacio: “Unforgettable”. Da quel giorno lontano, Lancaster non ha più avuto il coraggio di sfiorare il pianoforte.

Era la notte di Natale e, anche se la cena era già pronta, l’inquietudine impediva a Lancaster di sedersi a tavola. I suoi pensieri erano orientati verso tutti quei bambini che non hanno niente da mangiare. Quei bambini che ti guardano intensamente da uno spot televisivo o dalle pagine di un giornale e ti fanno sentire un verme. Figli del caso e della disperazione. Figli di un mondo sbadato e inospitale. Di un mondo accecato dall’indifferenza.

Era la notte di Natale e Lancaster continuava a scrutare quel paesaggio da cartolina illustrata. Persino il pupazzo di neve, tradizionalmente posizionato nel cortile del palazzo, sembrava irrequieto. Anzi, pareva proprio muoversi. Lancaster non credeva ai propri occhi: il pupazzo stava camminando verso il portone. Decise di scendere giù e, con sua grande sorpresa, vide il pupazzo aprirsi come una matrioska. Da quell’ammasso di neve sbucarono due bambini africani. Minuscoli e filiformi, sembravano usciti da uno di quegli spot televisivi sulla fame nel mondo. “Ciao, zio Lancaster. E’ stata la forza del tuo pensiero a condurci qui”.

Mentre il vecchietto accendeva il caminetto, aggiungendo due posti a tavola per i suoi piccoli ospiti, l’ultimo fiocco di neve della notte si posava sopra la candida anima di Clinton. Per una volta, non era stato il sassofono a far partire il motore delle sue fusa.

di Renato La Monica

foto: Marcello Piu

tratto dal libro “Il senso della solitudine di un gatto” autoprodotto e acquistabile attraverso l’autore

http://www.renatolamonica.com/

 

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  18. dai povera amet non forzarcela.. se no mette l’annuncio in tutte le librerie “non vendetelo a lui” e il tuo nome e foto XD cmq fremo.. ank’io sono felice per te nel vedere che ti piace ancora così tanto scrivere..

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