IL MANIFESTO DI VENTOTENE E L’IDEA DI FEDERALISMO EUROPEO

 

Il Manifesto di Ventotène è un documento per la promozione dell’unità europea scritto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Ursula Hirschmann, tra il 1941 e 1944, durante il periodo di confino presso l’isola di Ventotène, per poi essere pubblicato da Eugenio Colorni che ne scrisse personalmente la prefazione.

Perchè viene considerato un testo fondamentale? Semplicemente perché si tratta di un primo documento ufficiale che sottolinea la necessità di creare un parlamento europeo eletto a suffragio universale, basato su linee democratiche con poteri reali quali l’economia e la politica estera.

Il Manifesto difende gli ideali di unificazione dell’Europa in senso federale, fondandosi sui concetti di pace e libertà enunciati da Kant. Infatti il filosofo tedesco cui il testo viene fondato, nel 1795 scrive un libercolo dal titolo Per la pace perpetua, elaborando per la prima volta l’idea di federalismo. Egli si limita a precisare che gli Stati del mondo non potranno mai avere un equilibrio se non stabiliscono un’autorità politica a loro superiore perché il rischio concreto è quello di farsi perennemente guerra, sfociando in una lotta di supremazia. Quindi è necessario che gli Stati appartenenti ad una stessa unità, consolidati dall’idea federale, rinuncino ad una parte delle loro libertà conseguendo in un progetto comune di interesse collettivo, adoperando gli strumenti necessari per la crescita e lo sviluppo delle risorse comunitarie.

Ad oggi, nel senso specifico europeo, rispetto a quanto si evince dalle letture di questi testi, mancano i presupposti per avviare quell’indagine atta a garantire la vera unione di cui si è appena discusso.

La visione lungimirante dei fondatori del testo spingeva con forza la creazione degli strumenti necessari.

 

Il valore del Manifesto di Ventotene risiede nel fatto di individuare con chiarezza che:

 

La linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, dal maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità nazionale”

 

Con queste parole, il Manifesto di Ventotène cerca di individuare con chiarezza gli aspetti che sono necessari per creare una forza politica esterna ai partiti tradizionali, legati soltanto alla lotta politica nazionale, e quindi incapaci di rispondere efficacemente alle sfide della crescente internazionalizzazione.

Altiero Spinelli, nel libro autobiografico Come ho tentato di diventare saggio, spicca con particolare originalità attraverso il folgorante incipit presente nel Capitolo decimo, riportando il lettore a memoria uno dei versi più noti di Dante: Nel mezzo di cammin di nostra vita. Spinelli inizia il racconto descrivendo il luogo dell’elezione, Ventotène. L’enfasi è piena, carica di emozione, quella che è de facto la culla natìa in cui

 

“…compresi che fino a quel momento ero stato simile a un feto in formazione, in attesa di esser stato partorito, che in quegli anni in quel luogo nacqui una seconda volta, che il mio destino fu allora segnato, che io assentii ad esso e che la mia vera vita, quella che sto ora portando a termine, cominciò…”

 

Nonostante le condizioni di prigionia sull’isola egli è in grado di trasformare la disperazione in una forza nuova che sfocia in rinascita. Spinelli sa di poter giocare con il proprio destino e racconta descrivendo questo fenomeno citando anche la Bibbia – Jahvé vide che si era avvicinato per veder, e Dio lo chiamò dal mezzo del roveto e disse: Mosé, Mosé! – rispose – Eccomi!

Nel libro, Spinelli racconta che a distanza di molti anni ritorna sull’isola assieme agli amici, compresa Ursula e amici federalisti; perché quel luogo è sacro, a tal punto che

 

“…Per questo motivo sono tornato più volte a Ventotene, quasi in pellegrinaggio, con Ursula e con amici federalisti vecchi e giovani, e vagheggio che le ceneri mie e di Ursula siano portate a Ventotene e di lì sparse dal vento sull’isola e sul mare…”

 

L’isola di Ventoténe lascia un segno indelebile.

 

“…Se Ventotene ha lasciato in me un segno indelebile anch’io l’ho à mia volata segnata. Il Manifesto di Ventotene ha reso nome dell’isola, prima oscuro, noto in tutta Europa fra coloro che portano avanti o studiano il moto verso l’unità…”

 

La scoperta dell’idea di federalismo europeo nasce dalla meditazione nei rapporti fra Stati e il significato della Società delle Nazioni (a dire di Spinelli, la definisce povera Società delle Nazioni) (sic.) che a suo dire avevano miseramente fallito.

Ernesto Rossi assieme ad Altiero Spinelli iniziano così ad approfondire il discorso. Cercano materiale che potesse essere d’aiuto per comprendere meglio le ragioni di tale disfatta. Scovano un volume di Luigi Einaudi edito negli anni ’20 e poi ritrattato in una serie di articoli sul Corriere della Sera, pubblicati col titolo Lettere di Junius. Il fulcro su cui ruotano le motivazioni è la rievocazione della problematica costituzionale dalla quale erano nati gli Stati Uniti d’America, la cui proposta è una reale federazione che unisse sotto l’impero di una legge comune i popoli che uscivano dal bagno di sangue.

Rossi essendo un professore di economia sollecita una corrispondenza con Einaudi. Lui spedisce alcuni libretti sulla letteratura federalista inglese fiorita negli anni Trenta per impulso di Lord Lothian: l’analisi effettuata dagli inglesi è un pervertimento politico cui porta il nazionalismo e la loro presentazione ragionata dell’alternativa federale sono per Spinelli una rivelazione.

 

“…Poiché andavo cercando chiarezza e precisione di pensiero, la mia attenzione non fu attratta dal fumoso e contorto federalismo ideologico di tipo proudhoniano o mazziniano, ma dal pensiero pulito e preciso di questi federalisti inglesi nei cui scritti trovai un metodo assai buono per analizzare la situazione nella quale l’Europa stava precipitando, e per elaborare prospettive alternative…”

 

Il pensiero di Spinelli sostiene con fermezza che gli stati europei obbediscono alla legge di conservazione e affermazione della propria sovranità. Il dispotismo individuale di ognuno è il risultato di militarismo, pianificazione e totalitarismo; ci fosse stata la cosiddetta democrazia, quella vera, probabilmente si sarebbero evitate drammatiche situazioni che la Storia internazionale degli ultimi cento anni ha insegnato.

Restavano in piedi sporadiche tendenze benefiche come il comunismo russo [a dire di Spinelli] malgrado le iniziali tendenze internazionaliste. I meccanismi totalitari uccidono lo sviluppo delle democrazie, quasi condannate a morte dalla divisione dell’Europa in stati sovrani, dalla permanente tendenza di questi alla reciproca sopraffazione.

È necessario creare il bisogno nel cuore del cittadino europeo, attraverso il federalismo di cui Spinelli, Colorni e Hirschmann evidenziano più volte. Il riconoscimento della diversità, della fratellanza delle esperienze nazionali dei popoli europei, sono il cardine per l’uscita da inevitabili autarchie economiche.

di Ludovico Salemi

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20 thoughts on “IL MANIFESTO DI VENTOTENE E L’IDEA DI FEDERALISMO EUROPEO

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