IL GIORNALISTA

 

IL GIORNALISTA

Opera Teatrale

 

PERSONAGGI:

Guido Ferretti, giornalista

Il barista

 

Interno Bar. Entra il dott. Ferretti, giornalista di mezz’età, vestito in maniera anonima, classico esempio di impiegato d’ufficio. Ha un’aria mesta, lo sguardo vuoto, assente. Stringe in mano un telefono cellulare.

BARISTA Buongiorno dott. Ferretti. Il solito?

FERRETTI (non risponde alla domanda e si siede mentre il barista gli versa da bere. Rimane alcuni secondi a fissare nel vuoto) Tu hai figli?

BARISTA Io? No, per carità. E lei?

FERRETTI I figli sono il vero fine ultimo della vita di un uomo. L’immortalità. Vivere per sempre nel ricordo, nell’ammirazione di un figlio. Non averne significa vivere aspettando di morire. Averne senza costruire per loro, senza essere un punto di riferimento, senza far parte della loro anima, significa morire senza aver mai vissuto.

BARISTA Parole sante dott. Ferretti. Sono sicuro che lei per i suoi figli… perché lei ne ha, vero?

FERRETTI Uno. Maturità classica conseguita con il massimo dei voti, borsa di studio per l’università di Pisa, laurea con 110 e lode e bacio accademico, Master di giornalismo nella più importante azienda di comunicazione nazionale.

BARISTA Praticamente un figlio d’arte. Sarà contento che abbia voluto seguire il suo esempio per diventare un giornalista come lei?

FERRETTI (con uno scatto d’ira) Come me? Come me? Che cosa ne vuoi sapere tu?

BARISTA Mi scusi… Io non credevo…

FERRETTI (di nuovo con aria assente) Dott. Guido Ferretti, giornalista, iscritto all’albo da ventidue anni. Un esempio per il proprio figlio. «Mandami un tuo articolo firmato, papà. Voglio farlo vedere ai miei compagni di corso per farli morire d’invidia»… (pausa) «Si è spento serenamente, all’età di 98 anni, il commendator Ottavio Angelini, cavaliere del lavoro. Ne danno il triste annuncio la moglie e i figli», firmato Guido Ferretti, o meglio, non firmato Guido Ferretti. I necrologi non si firmano. Ventidue anni di lavoro passati a scrivere nomi di morti. «Mandami un tuo articolo, papà…». (beve)

BARISTA Sono sicuro che suo figlio sarà orgoglioso ugualmente, e poi vedrà che un bel servizio lo daranno anche a lei, prima o poi. D’altronde, la vita è fatta di…

FERRETTI (interrompendolo) …di occasioni. Basta saper cogliere l’attimo. Carpe diem… Stronzate! Per cogliere l’attimo bisogna inseguirlo, braccarlo, azzannarlo… e se l’occasione non si presenta rimane una sola cosa da fare: crearla.

BARISTA: Eh, dice bene lei, ma nella vita conta molto la fortuna. Non basta essere preparati, bisogna anche trovarsi al posto giusto nel momento giusto.

FERRETTI: Certo, come no. Aggiungi anche che sono sempre i migliori quelli che se ne vanno per primi e che si stava meglio quando si stava peggio, così l’apologia dei luoghi comuni è completa. Ricordati che al mondo esiste un’esigua schiera di eletti, coloro che afferrano il proprio destino e lo dominano, così come fanno con gli altri, la feccia residua: quelli come te… e come me.

BARISTA: Non lo so, forse ha ragione lei, ma io il mio destino me lo sono costruito e nessuno ha mai osato impormi nulla, tanto meno quegli eletti dei quali parla lei.

FERRETTI: (quasi violento) Ma non capisci?… (calmo) No, certo, come potresti?! Neanch’io potevo… É come nel gioco: se non hai buone carte, puoi sempre barare.

BARISTA: Senta dottore, io non la seguo più. In fondo ciò che conta è che suo figlio riesca…

FERRETTI: (interrompendolo bruscamente, con violenza) No! No! Bestia!! Tu non sai nulla. Nulla! Io avevo preparato ogni cosa, previsto tutto (lunga pausa, come se volesse dire qualcosa, ma si trattiene. Infine beve ancora).

BARISTA: (osserva Ferretti per alcuni secondi, indeciso se rispondere ancora) Si sente bene, dottor Ferretti?

FERRETTI: Io dovevo scrivere quell’articolo, ad ogni costo. Questo lo capisci, vero? Era tempo che ci pensavo: dovevo creare io stesso la mia storia. Doveva essere qualcosa di forte, di drammatico, qualcosa che avrebbe avuto un impatto devastante.

BARISTA: (assecondandolo, come si fa con i pazzi) Beh, certo, l’idea sembra buona, ma realizzarla non mi sembra cosa da nulla.

FERRETTI: É solo questione di prezzo. Tutto nella vita ha un costo, basta solo capire quanto e cosa si è disposti a spendere.

BARISTA: Su questo mi trova d’accordo, ma se i soldi sono tanti, prima di spenderli bisogna trovarli.

FERRETTI: Chi ha mai parlato di soldi? Io ho venduto la mia anima.

BARISTA: Mi perdoni, ma io sono totalmente confuso. Di cosa sta parlando?

FERRETTI: Era l’unico modo. Dovevo creare un evento e quale migliore occasione che trovarsi presente nel preciso istante di una avvenuta catastrofe? Magari un incidente aereo: hanno un grosso risalto.

BARISTA: Quindi a lei piacerebbe assistere ad una tragedia per poter scrivere il suo articolo? Mi permetto di dirle che questa cosa, oltre che macabra, è anche molto improbabile.

FERRETTI: Improbabile dici? Perché, allora, non impossibile? Come è impossibile che Guido Ferretti possa avere la sua firma stampata su una pagina di un fottutissimo giornale. Ma si può sempre barare, caro mio, si possono truccare le carte, prepararle prima.

BARISTA: (scocciato) Ma per fare cosa, santo Dio?

FERRETTI: Per creare l’occasione, idiota! Per prendere il destino per le palle e piegarlo al proprio volere prima che gli altri, gli eletti, ti schiaccino sotto il peso della loro presunzione.

BARISTA: (cercando di sdrammatizzare) Senta, lasciamo perdere. Io non volevo farla alterare. Magari le preparo un bel tè caldo, che ne dice?

FERRETTI: É tardi ormai, troppo tardi per lasciar perdere. Tutto studiato, tutto programmato… solo la pianificazione è stata più lunga del previsto, nonostante l’idea di base fosse estremamente semplice. Non pensavo fosse così complicato imparare a guidare un aeromodello, così come non pensavo di riuscire a confezionare un ordigno esplosivo in così poco tempo. Una bomba volante, questa era l’idea.

BARISTA: Aspetti, forse non ho capito. Lei mi sta dicendo che vorrebbe provocare un disastro aereo?

FERRETTI: Stamattina sono andato all’aeroporto e ho scelto un aereo, in maniera assolutamente casuale: il volo da Milano delle 15 e 20. Poi sono andato alla fine delle piste d’atterraggio, ho spento il cellulare e mi sono seduto ad aspettare.

BARISTA: Mi sta prendendo in giro? O forse sono io che non ho capito di cosa stiamo parlando?

FERRETTI: Ho aspettato quasi cinque ore finché non l’ho visto arrivare all’orizzonte. L’ho visto abbassarsi sulla pista mentre il mio modellino gli si dirigeva contro. Ho visto una fiammata, accompagnata da un suono sordo, un deludente scoppio di un petardo. L’enorme bestia metallica è rimasta sospesa per un tempo che mi è parso infinito. L’impatto con il suolo mi ha fermato il cuore. La paura, l’orrore, il rimorso, la coscienza della dannazione. Ma non c’era tempo per questo. La mia storia era lì, pronta per essere scritta. Ho corso lungo la pista mentre arrivavano i soccorsi. Ho annotato tutto, raccolto ogni testimonianza, intervistato soccorritori e superstiti, strappato gli ultimi aliti di vita dai moribondi. Avevo finalmente il mio articolo, avrei avuto la prima pagina, la mia firma avrebbe suscitato l’ammirazione di mio figlio e l’invidia dei suoi amici. Questo contava. Solo questo. Ho acceso il telefono per chiamare il giornale mentre correvo lungo la pista; ci metteva troppo, tutti quegli inutili disegnini, io dovevo chiamare, subito, dovevo… la mia storia, mio figlio… dovevo chiamare… (al massimo dell’eccitazione) troppo tempo… no, ecco , si accende, devo chiamare… vibra, tre note, una busta sul display. Mi fermo. Lo guardo. Ignoralo, Guido, ignoralo! Non c’è tempo, non posso… non guardare il numero! Poi l’ho letto. Io non volevo, si è aperto… e l’ho letto. L’ho letto. L’ho letto. (continua a ripetere meccanicamente “l’ho letto” tenendo il telefono davanti a sé, finché il barista non glie lo toglie dalla mano e legge)

BARISTA Papà, vengo a casa per alcuni giorni. Vienimi a prendere all’aeroporto. Arrivo col volo da Milano delle 15 e 20.

 

FINE 1° parte

 

di Massimo De Santis

 

photo Katia Zappulla

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