SISMI VARI

Quell’alba con te, stesa su un tavolo da pic nic di quelli che si incontrano per i boschi, che bastava girare il viso per guardare il mare, con la tua testa incastrata vicino. Tu, con il pensiero, il più delle volte eri in luoghi e carni altrui. Per cui.

La vita fa sempre tanto ridere. Ecco, volevo dirlo.

Ci si riprende a colpi di terremoti, gioie, nascite, passi; suonate fino a tardi, bracciate sudando in acqua, visite osteopatiche, tatuaggi, notti da corpo ibernato da una parte.

Anche se non senti niente, sentirai.

Anche se non stai capendo, capirai.

E arriverà qualcuno a farti ridere talmente tanto che ti chiederai se è una missione, la sua.

Gli guarderai il corpo e vedrai pure qualcosa di non avvelenante, solamente armonico, bello, inoffensivo, protettivo.

Parlerà, a volte, e la tua testa pure andrà altrove, ma tu torna. Sempre.

Quando non riesci a tornare, vattene fisicamente. Vai via, confida che cambierà, e rispetta ogni vita.

Non ti devo chiedere niente. Non ho mai smesso di mandarti luce, non sono proprio la peggiore di tutte. Sono forse solo una delle peggiori in questo rito pagano detto amore, che si scrosta e si scopre solo quando creiamo: che sia un figlio, un pezzo di teatro, una canzone, una torta.

Funziono meglio sott’acqua ed in cima. E, pensa tu, funziono bene anche nel mettere queste cosine umane in rima.

Invece tu ti voltavi altrove quando mostravo una riga, un pezzo di inutile letteratura, perché preferivi la distrazione e quante volte l’hai preferita.

Era solo la tua insicurezza, era solo l’aver blindato l’arte interiore. Era solo un enorme caos nel cuore. Lascia pure che qualcuno scavi nella tua disistima – se deve accadere, ma non te lo auguro – ché mi hai insegnato ormai quanto può fare male, quanto puoi sentirti inutile, soprattutto di mattina, al risveglio, dopo avermi fottuto per bene, sembrava non vedessi l’ora che me ne andassi o che restassi circoscritta chissà dove. No, non riesco ad augurarti la stessa moneta. Preferisco invitarti a guardare le gente negli occhi, a non usare la tua seduzione.

Perché, vedi, sedurre non serve. A prendere una manciata delle cose che insieme abbiamo capito, e tenerla dentro al cuore, puntare meno il dito.

Continuo a sognare di avere un figlio insieme: lo facciamo giocare con una lente di ingrandimento e tu hai una calma che ricorda il mare quando nella tua terra bacia il vento lento, certe mattine, prima che la gente s’affaccendi al giorno. Quanto amo la tua gente quando si affaccenda al giorno e prova a fregare le turiste, guarda le tette e dice frasi apocalittiche mentre si accende una sigaretta.

Insomma, c’è stato il terremoto dopo che ci siamo lasciate; ho anche apprezzato tu non abbia chiamato, probabilmente ci saremmo dette solo cose imbarazzanti.

Però, ecco, mentre i libri cascavano tutti e mi pareva che la casa dovesse chiudersi sulla mia testa tipo capanna venuta male, il mio pensiero è andato a te, nella forma di quel romanticismo che mi abita e che conosco, sfiora il letale.

Pensa se dopo il terremoto fosse uscita una roba viscosa. Pensa se quella roba viscosa avesse rilasciato contro il cielo un gas che alla gente fa dimenticare gli amori importanti. Pensa.

Avrei cercato di respirare in altro modo, avrei provato a farmi tornare le branchie, per mettermi in mare, raggiungerti a nuoto, battere la resistenza dell’acqua piena di sale e dirti: è stato fondamentale incontrarci, non credi?

 

Elisa Eva Cappelli  

Filo Fluido è il suo progetto di discipline motorie e creatività.

Sito: www.filofluido.com/

 

photo Vera Carollo

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