COSA ME NE FACCIO DI QUEL CHE MI DISTURBA?

COSA ME NE FACCIO DI QUEL CHE MI DISTURBA?

 

Grazie al mestiere che faccio, da molto tempo mi confronto con un sentimento importante che è la dissonanza, sia essa cognitiva o emotiva e, non ultima, anche sociale, lavorando da anni anche nel terzo settore.

Penso che la dissonanza sia quel fattore che ci mette fortemente in crisi e che possa spingerci a fare qualcosa in termini di cambiamento.

Le dissonanze, storicamente, hanno sempre suscitato un grande interesse e, dal mio punto di vista, hanno dato l’energia alla nascita della psicoanalisi. Cioè ad una vera e propria rivoluzione culturale e sociale.

Il termine dissonanza fu introdotto nel 1957 da Festinger, ma ripreso da Erikson proprio per descrivere situazioni di complessa elaborazione cognitiva in cui nozioni, credenze, opinioni esplicitate contemporaneamente nel soggetto in relazione ad un tema, si trovano a contrastare funzionalmente tra loro: questa “incoerenza” genera disagio, perciò l’essere umano cerca di eliminarla o di ridurla il più possibile.

Personalmente collego al concetto di dissonanza quello che, nel 1846, Schelling, filosofo dell’idealismo tedesco, anticipando Freud, chiamò Unheimlich: “Unheimlich tutto ciò che potrebbe restare […] segreto, nascosto, e che è invece affiorato” (da Filosofia della mitologia, 1846).

In seguito proprio Freud scrisse: “Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare”. (Freud, 1919). Non è certo un caso che Kubrik, definì questo scritto come il referente teorico principale di Shining; nell’omonimo film ciò che è teoricamente rassicurante, la casa che accoglie la famiglia e l’amore paterno, si trasforma in qualcosa che al contrario è pericoloso, inquietante ed infido. L’aspetto che la mente non può contenere in modo più assoluto, è il vissuto di familiarità e di terrore insieme, ed è in questo aspetto che la dissonanza/perturbante/disturbante, si culla.

Mi viene in mente, nel panorama dell’arte pittorica per esempio, quasi tutta l’opera di Salvador Dalì o M.C. Escher.

Cos’è che ci crea così tante difficoltà nel mettere insieme ciò che sembra non poterci stare?

Nella logica classica, il principio di non-contraddizione afferma la falsità di ogni proposizione implicante che una certa proposizione A e la sua negazione, cioè la proposizione non-A, siano entrambe vere allo stesso tempo e nello stesso modo. Secondo le parole di Aristotele: “È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo”. Cioè, provando a semplificare, se una cosa la riteniamo bella è bella e al contrario se una cosa la riteniamo brutta è brutta.

Sotto questo criterio può cadere qualsiasi esperienza umana, come quello della genitorialità per esempio: una donna che aspetta un bambino fa fatica a esplorare le emozioni, molte complesse e non piacevoli, legate al diventare madre, soprattutto nella cultura occidentale; può, tendenzialmente, esprimerne solamente la bellezza, e la magia della nascita.

Ovviamente sto generalizzando anche se non mi discosto molto da quello che i pazienti mi raccontano a studio. Come può accadere, per esempio, che avere una promozione lavorativa tanto ricercata, possa essere motivo di un’angoscia invalidante che alla fine provoca la rinuncia alla promozione stessa.

Matte Blanco, uno psicoanalista cileno, ha spiegato che l’inconscio (non inteso nel senso di “rimosso” contrariamente a quanto sostenuto da Freud, ma di “struttura della psiche”) è caratterizzato da diverse proprietà di cui, le più importanti, sono l’assenza di spaziotempo e l’assenza del principio di non contraddizione. A caratterizzare essenzialmente l’inconscio, sarebbe secondo lo studioso una logica differente da quella asimmetrica, ovvero aristotelica, propria del pensiero cosciente: si tratta della logica simmetrica, dove c’è tutto e il suo esatto contrario. Per cui se è vero che ami tuo figlio è altrettanto possibile, nell’inconscio, odiarlo, non certamente in totale, ma in alcuni suoi aspetti.

Uso questo tipo di esempio che può risultare quanto meno sconveniente, ma di grande attualità, se per esempio vogliamo parlare di temi scottanti come l’infanticidio e la violenza di genere. Il Professor Correale, durante un convegno sui servizi sociali, sottolineò quanto la psicopatologia, e la sofferenza più in generale, nascesse proprio dall’incapacità delle persone di far stare accostate emozioni opposte, trovare un equilibrio tra esse. Si tratta allora di ragionare in termini completamente rovesciati perché ciò che disturba allora è il segnale che queste emozioni si stanno avvicinando ed in genere questo provoca nelle persone disagio ed il tentativo di non vederle, di non sentirle, di cacciarle via e lasciandole separate il più possibile. Se queste emozioni rimangono a lungo separate, tendono ad irrigidirsi e non si muovono quasi più; da qui, l’insorgere di stati di sofferenza importanti.

Un altro concetto che come essere umani dovremmo provare a tenere presente, non in teoria ma nella nostra vita quotidiana, è quello di complessità. Edgar Morin, filosofo, affermava che l’incertezza, come stato, rappresenti la via per star bene. Con le sue parole: “Il pensiero complesso è consapevole in partenza dell’impossibilità della conoscenza completa: uno degli assiomi della complessità è l’impossibilità, anche teorica, dell’onniscienza. Riconoscimento di un principio di incompletezza e di incertezza. Il pensiero complesso è animato da una tensione permanente tra l’aspirazione a un sapere non parcellizzato, non settoriale, non riduttivo, e il riconoscimento dell’incompiutezza e della incompletezza di ogni conoscenza. Questa tensione ha animato tutta la mia vita…Per tutta la vita…ho sempre aspirato ad un pensiero multidimensionale. …Ho sempre sentito che alcune verità profonde, antagoniste tra loro, erano per me complementari, senza smettere di essere antagoniste” (cfr. E. Morin, Introduzione al pensiero complesso, trad. it. Sperling & Kupfer, Milano 1993, p. 3).

Ma l’essere umano, per sua natura, è aristotelico; segue il modello della linearità, della dicotomia.

Pensare differentemente comporta fatica, la fatica dello “stare” nella riflessione, in quello stato di dis-agio almeno per quel po’ di tempo che ci consenta di esplorare i nostri fantasmi. Oggi però, di tempo, pare che tutti noi ne abbiamo sempre meno (pare).

 

Monsters are real, and ghosts are real too. They live inside us, and sometimes, they win.”

Stephen King

 

di Alessia Fedeli

 

photo Marcello Piu

photo Joy Hope Rule

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