Il Dittatore

Questa è una storia esattamente come tante altre. Non ha nulla di più, nè nulla di meno; non ha differenze o gravità maggiori o minori. È solo una storia che ha bisogno di essere raccontata.
Così voglio parlarvi di una persona: un qualcuno che spesso non riesce ad uscire allo scoperto o che – se e quando lo fa – rischia sempre di andare incontro a conseguenze che non riuscirebbe a sopportare.
Veronica è bizzarra, perché ha avuto una vita strana. Non è una persona debole, ma non è nemmeno forte, anzi, direi piuttosto che la sua più grande debolezza risiede nell’incapacità di amare e di stimare se stessa. Trova sempre il modo di screditarsi e, ogni piccolo “difetto”, diventa una tragedia quando lei lo scopre.
I capelli lunghi le coprono sempre il viso, quasi che volesse o dovesse nascondersi; gli occhi verdi ed il volto sono pieni di dolore, fin troppo spesso preferisce la solitudine alla compagnia.
Ama isolarsi ed ascoltare in cuffia la musica a palla, oppure scrivere ed imparare, leggere e capire.
Ovunque lei andasse, non si sentiva mai al sicuro, protetta, immune dalla sofferenza. Piuttosto, ovunque lei andasse, sembrava dovesse distruggere qualcosa. Si sentiva come un elefante in una cristalleria: doveva fare attenzione a qualsiasi cosa la circondasse, doveva stare sull’attenti nel momento in cui veniva chiamata dalla propria mente a fare o a pensare determinate cose. In poche parole non era più soltanto una persona, ma una presenza che diventava visibile, o invisibile, a seconda dei bisogni altrui.
Arrivata oggi a quasi ventiquattro anni, si sente la vita sulle spalle come fosse un macigno troppo pesante da riuscire a portare; sente il peso di se stessa addosso e, a volte, mi confessa che le sembra di indossare una di quelle camicie di forza bianche che fanno indossare sotto tortura ai malati di mente, ai pazzi.
Una volta, in estrema confidenza, mi disse che la prigione in cui stava si trovava in un posto invisibile nel quale solo lei poteva accedervi.
Era ossessionata dal cibo, per esempio sotto ogni punto di vista, sotto ogni tipo di forma o sostanza o contenuto. Non sapeva nemmeno lei cosa stesse facendo ma, l’unica cosa di cui sono sicura, è che in quel momento era convinta di fare la cosa giusta.
Per questo la invidiavo tanto, perché lei aveva un obbiettivo (anche se sbagliato) ma lo perseguiva senza proferir parola. Nessuno si poteva permettere di mettere bocca sui suoi “affari”, nessuno poteva impedirle di fare ciò che stava facendo, nessuno poteva metterla di fronte alla verità finché non ne avesse preso prima consapevolezza lei stessa.
Era irremovibile e, anzi, più le dicevi quanto male si stesse facendo più lei persisteva e raggiungeva i risultati che sperava di ottenere.
Aveva fegato, l’aveva sempre avuto, solo che non è mai stata in grado di dimostrarlo nella maniera adeguata.
La vita non le ha mai teso una mano sincera, nemmeno detto “è finita, ora sei al sicuro”.

È stata, ed è tutt’ora, una guerra vera e propria che non ha mai fine, poiché combatte con l’unica cosa che non potrà mai distruggere: la sua mente.
Mi raccontava spesso di averle dato un soprannome: “il dittatore”, perché le serviva quando doveva raccontare a qualcuno cosa stesse accadendo. Non ne ho mai capito il senso finché non l’ho vista in quel letto di ospedale, ferma ed immobile per tre lunghi mesi, gettata ed incassata a forza su una sedia a rotelle, con le flebo in entrambe le vene. Diceva che le facevano male e che aveva paura, ma non l’ho mai vista arrendersi in quell’occasione, mai.
Veronica ha lottato con tutta se stessa per uscire da un incubo che non meritava di sopportare. Ed il merito rimane suo – e solo suo – nonostante ci sia stato chi non l’ha mai abbandonata.
Oggi, a distanza di pochi anni, la sua vita ha preso una strada completamente diversa, ed è stato grazie al suo coraggio che le rimane ancora poca strada da fare per riuscire a combattere i mostri del passato. Oggi si è resa conto di avere un valore e di esistere concretamente in questa realtà tangibile, per quanto malvagia ed ingiusta possa essere, ma almeno è consapevole di questo.
Sogna.

Sogna come se non ci fosse un domani, ma sempre con la certezza latente di non poter realizzare le sue ambizioni.

Dopo la malattia, ha incominciato ad essere curiosa, a voler scoprire e, soprattutto, a voler capire. Così, dopo il diploma, ha provato a frequentare anche l’università, riuscendo ad essere una studentessa modello e stimata anche dagli altri (professori compresi), senza che loro sapessero nulla del suo passato. Amava stare in quel posto, ma il problema era che, forse, non era il momento giusto o, peggio ancora, lo era ma non se n’è resa conto in tempo. Così ha cercato di prendere un’altra strada ,perché sentiva il bisogno spropositato di viversi la libertà, di provare a capire il suo corpo. Ed insisteva per farlo muovere a più non posso: si chiudeva per ore nella sua camera a danzare, con la musica alta e l’illusione che un giorno sarebbe stata in grado d’immergersi in un ambiente affine ai suoi bisogni e alle sue passioni con persone che comprendessero il suo desiderio di esprimersi e di volare, di sentire il sapore della libertà.
Ballare – diceva – era l’unica espressione corporea possibile per creare lo stato di libertà tra lei e i suoi pensieri “malati”, una sorta di iato salva vita che impedisse al dittatore di invaderla ancora e ancora, e di minare il suo corpo con la morte di fame.
Ciò che ho sempre trovato affascinante di questa storia è che Veronica, alla fine, non voleva proprio più morire di fame ma, al contrario, era affamata di quello che quei tre anni di libertà le avevano donato: fame di sapere, fame di esprimersi, fame di aiutare. Ad oggi sa che non riuscirà a realizzare veramente ciò che desidera e si dispera spesso per questo, lo fa ogni giorno, senza tregua.
Io la guardo negli occhi pieni di lacrime mentre mi dice “ma come faccio a rialzarmi quando non ho abbastanza denaro per pagarmi gli studi o i corsi di danza? Come posso fare a risolvere un problema così grande?”.
Per l’anagrafe ha ventitré anni. Per me ne ha diciotto.

Dieci anni andati via in una malattia non tornano indietro, non puoi fare un rewind di tutto e dire “va bene torno indietro e risolvo tutto”. Questo non è proprio possibile e per questo è disperata e cerca aiuto, per questo fa in modo che la sua sopravvivenza su questa terra sia il più possibile pacifica ed armoniosa.
Non è riuscita a vivere quelle che per molti sono le tappe dell’esistenza; non ha potuto fare quelle esperienze che potevano concederle di formarsi, di crearsi, di smussarsi e poi di modellarsi fino a quando non fosse stata una bella e sana statua.

Un’opera d’arte.

Io la guardo, la sento, le voglio bene e mi permetto solamente di dirle che non c’è altro tempo da perdere.

 

Veronica Carozzi

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18 thoughts on “Il Dittatore

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