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Che vuoi che sia, se non sai cosa vuoi

Che vuoi che sia, se non sai cosa vuoi

Abito sul dorso del tuo libro, la verticale tra gli scaffali della sala.

Quello che mi leggi con cura prima che mi addormenti sul fianco sinistro del letto, quello che mi hai regalato da un cassetto aperto, per la parola d’ordine che si è fatta combinazione.

Ho le sponde del cuore tornite e rosee, che indicano la dose di morbidezza che mi serve per farmi felice. Faccio il tepore dei fiori in dicembre, quando giacciono magri tra gli angoli sorretti da mura basse.

Mi inclino, poi, verso tarda sera, alla prospettiva dell’attaccapanni che ruota di quaranta gradi verso l’ingresso.

Dopodiché penso.

Mi sporgo efficacemente dai nascondigli costruiti nei secoli addietro, curvi tra compartecipazione ed affronto, che emergono saldi in cerca di rispetto da concepire; sbrindellati dalle considerazioni altrui, denutriti dai giuramenti traditi, scollati dalle realtà oggettive a portata d’inconscio, parsimoniosi di vendetta.

Fraddamente mi accendo una sigaretta.

Lì per lì sembrerebbe che non m’importi d’incanalare le voci che provengono dal futuro. Chiudo in fuori le spalle, scrollando gli indolenzimenti, e mi avvicino allo spazio che tu percorri trasognato.

Così, mi fai ricordare.

A trent’anni mi è capitato.

Bighellonavo, dopo un lungo periodo di torsioni inutili, fino a concludere il rendiconto delle magie che mi avevano fatto apparire sempre più chiara la strada che mi faceva sentire in rinascita.

Ciò nonostante, dentro ai miei occhi, avevo polvere conservata di rimpianto mista a neve. Un giorno la feci calare e, altrettanto freddamente come ora, dissi a voce alta il mio nome.

Mi presentai a te.

Oggi, sono qui che ricavo dieci minuti dalle ore d’adolescenza che vivo, mica tanto sovente come vorrei. Lamento, anch’io come molti, la mancanza di tempo, di coraggio, di esternazioni, di presenza. Faccio una croce sul petto, e prometto alla mia immagine di non divagare come dovrebbe, se ascoltasse le solite cose che provengono da chi, in pianta stabile, si è arreso ormai a com’è fatto.

No.

Mi do’ nomi consistenti come corteccia che graffia, come rumori spaventosi che braccano le posizioni di chi riposa, come aggettivi da colorare in un verso solamente o disegni che non rappresentano niente, confusi finché il tratto non distingue la figura di una premonizione.

Dicevo che stavo persa, quando sai cosa significa smarrire un senso di pace, e preoccupata – anche – di come si sarebbero messe le cose.

L’ordine predefinito non mi ha mai convinto a diventare ordinata. Semmai metodica e selettiva, individualista in un’ottica collettiva.

Tu prendesti per mano l’incertezza prepotente che riconosco diffusa, ai giorni nostri, tra i picchi di chi conserva e di chi progredisce, di chi si limita e di chi osa spingere, di chi sacrifica e di chi obietta sempre.

Allora, il tuo visto mi è apparso pulito e definito, tra stelle alte quanto arrivabili, percorse da scariche elettriche ed incendiarie, a sfondo ricreativo, per giocarci a dadi, a dubbi, a doveri e desideri.

Era incomprensibile, di colpo, trovarmi ad esaminare tanto percorso lasciato al caso di certe scelte che ho ricevuto, da che ne ho memoria, come compiti presi perché fruttassero maturazioni.

Probabilmente, mi sono scossa dal torpore che aveva attanagliato alcuni punti fermi. Ed hanno vacillato, come ha vacillato il mio stomaco e le mie emozioni.

Di punto in bianco.

Sono partita così, a cercarmi nel buio.

Ed è stato proprio ad un’età che ripercorreva gli anni a ritroso, fraintesa sempre meno e sempre più vincente sulle distanze.

Se ci fosse stato un premio, avrei optato per guadagnarmi un ritrovo.

Non sapevo, non so, non ho saputo.

Troppo spesso mi sono fatta scudo delle stesse domande che ponevo.

Mi è capitato, e non saprei spiegarlo altrimenti, con la poesia – tutta – vittima degli avvenimenti, complice degli istinti, madre degli studi che ho impiegato per capire le storie degli altri.

A me, così è stato, è arrivato di volere senza averlo mai voluto.

Ed ho capito – finalmente di me – almeno una prima parte, una piccola parte.

Dopodiché penso.

Al dorso del tuo libro, alla verticale tra gli scaffali della sala, al fianco sinistro del letto, alla combinazione; penso alle sponde del cuore, al tepore dei fiori in dicembre, ai quaranta gradi che mi separano da te.

Non è un sogno, che sia un sogno, la lettura che mi fai prima che mi addormenti dove abito.

Ogni sera, da quando conosciuto ciò che voglio.

 

di Rossana Orsi

 

photo Joy Hope Rule

 

Nessuna risposta.

  1. Aria Mich ha detto:

    Scritto meraviglioso! L’ho sentito vero, vivere.
    Frasi che avrei sottolineato: “Troppo spesso mi sono fatta scudo delle stesse domande che ponevo. “Mi è capitato, e non saprei spiegarlo altrimenti, con la poesia – tutta – vittima degli avvenimenti, complice degli istinti, madre degli studi che ho impiegato per capire le storie degli altri.” Ma, in generale, è un testo ricco di poesia, tenerezza, coraggio.

  2. Tish ha detto:

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