LA TERRA DEI GIGANTI

Gli scarponi rigidi e pesanti scivolavano lentamente sul terreno sassoso.

Lei sentiva solo il suo stesso fiato, e quel rumore di frane minuscole sotto ai suoi piedi; il cuore pompava forte nel petto, muovendo il sangue velocemente ed intensamente.

Il sentiero s’inerpicava tra prati e gruppi di alberi.

Lei stava diligentemente nel mezzo, silenziosa e sola in tutto quel vuoto di rumori e quel pieno di vita e natura.

Seguiva sul terreno le tracce lasciate dalle capre e da altri animali del luogo; a capo chino le osservava senza distinguerle, però li immaginava nel loro pacifico vivere chiedendosi se, in quel preciso momento, la stssero osservando.

Non alzò la testa.

Le piaceva vedere come, ai margini del suo campo visivo, la violenta luce del sole lentamente sfumasse nella frescura delle ombre verdi, quando il suo cammino la portava dalle radure di montagna al confortevole crepuscolo dei boschi.

Allora pensò che stava camminando come un funanmbolo, in scarpette sottili ed in punta di piedi, sospesa tra luce e ombra.

Sorrise tra sé.

Conosceva gli abissi e le tinte di questo dualismo: toni vivi, ottici, mezzetinte di gioia e di dolore.

L’animo umano è una mappa di cromatismi infiniti: vortici cromatici che svettano, come montagne verso l’alto, o verso crepacci profondi nelle più ripide voragini.

Tinte violacee, livide e nere come la notte senza stelle.

Tinte luminose e brillanti.

Spettri di tinte iridate, così chiare da ferire gli occhi.

La gola le bruciava, arsa dal caldo e dalla sete.

Gettò i bastoncini nell’erba alta, senza cura; slacciò le cinghie dello zaino che portava da qualche ora sulla schiena e rovistò nel caos di quello che c’era dentro, alla ricerca della borraccia.

Non era sempre metodica, anzi, quasi mai.

Amava forme d’ordine che non le intralciassero i pensieri; il limite tra disciplina e rigidità mentale era labile, ma sicuramente inadatto, come concetto, alla preparazione semplice degli elementi fondamentali in un’escursione. (? rivedere questo periodo)

Appena si portò la borraccia alle labbra, alzò la testa per bere quel tanto da concedersi uno sguardo intorno.

Si incantò: sembrava che le fate fossero scese danzando da un raggio di sole. Le parve di sentirle ridere argentine, di fronte alla sua meraviglia. Immaginò di sentirle giocare con i suoi capelli e fare capriole tra foglie e rami di pino. La rapirono con il loro canto e, quando la sua anima ed il suo cuore vibrarono con loro, non potè fare altro che seguire istintivamente le loro evoluzioni.

Non riuscì più a stare ferma in quella posizione; ripose la borraccia al suo posto e riprese il cammino lasciandosi guidare nel cuore della foresta.

Le fronde degli alberi le si chiusero sopra la testa, disegnandole arabeschi scuri sul viso rivolto verso l’alto.

Le sembrò che i suoi occhi reagissero al verde delle foglie, dilatandosi sempre di più e allargando il più possibile le pupille per bere alla fonte di quella luce: i disegni delle foglie, i grafismi contro l’azzurro del cielo che sovrastava il bosco.

Sorrise in estasi, senza rendersi conto di come il suo viso si aprisse a quella curva delle labbra genuina ed inconsapevole: una gioia spontanea come il respiro.

Un rumore tenue ai margini del sottobosco, le segnalò la presenza di uno scoiattolo curioso: sembrava stesse seguendo le sue mosse ai margini del cammino, correndo parallelamente al suo passo da un ramo all’altro.

Calò lo sguardo a terra e vide che anche lì la natura sapeva trasformarsi, dinnanzi ai suoi occhi, in qualcosa di decisamente più ampio che una realtà inanimata: le radici degli alberi assomigliavano a vene e ad arterie, un vero e proprio intrico di percorsi in cui scorreva la linfa delle pinete. Apparentemente solo radici che riegheggiano eroismo nel loro sconfiggere la solidità della roccia e del terreno per spaccarla emergendone quasi con prepotenza; che sfiorano appena la superficie del terreno, disegnando, retificando lievemente, come un ricamo che scopre la polvere su antiche vite passate.

La sua mente registrava la realtà e la convertiva in luci, immagini, mondi, colori: associazioni spontanee che il cervello formulava andando a briglia sciolta, privo di limiti e di vincoli. Mentre camminava lo lasciava correre, lo lasciava produrre le proprie fantasie, permettendogli di trovare le sue storie, le sue favole, le sue poesie.

Questo la rilassava: camminare nella natura in quel modo, scorgendo le fate, nelle luci e nelle ombre che la circondavano.

Una ciocca di capelli biondi sfuggì all’elastico scivolando sulla sua guancia e aderendo alla pelle sudata. La scostò incastrandola dietro un orecchio, prestando attenzione ai suoni tutt’intorno.

Il suo udito catturò il mormorìo lieve di un ruscello, e ne seguì il rumore con attenzione.

Scostò i cespugli e i rami che stringevano il sentiero crescendo rigogliosi ai lati, ed il mormorìo aumentò.

Il suo corpo registrò quel messaggio inviandole alla bocca la sensazione di sete, e pregustò il sapore dell’acqua di ruscello sulle sue labbra.

Nonappena lo raggiunse e si chinò per bere, immerse le dita sottili in quella trasparenza e, nelle sue mani a coppa, il liquido fresco le colmò quasi fino ai polsi, intorpidendole.

Ne bevve avidamente, dando sollievo alla gola.

Portò al viso le mani umide, raffreddando le guance surriscaldate.

Le portò davanti, a coprire le palpebre, in un gesto che ricordava le preghiere di un fedele orientale.

Socchiuse gli occhi con le mani ancora sul viso, e osservò il colore rosa della sua pelle che sembrava diventare trasparente per effetto del sole di fronte a lei. Vedeva il mondo dietro una cortina rosa, in controluce, ed erano ombre color carne, immobili.

Restò lì così, come se stesse pregando davvero, come se davvero stesse ringraziando qualche divinità per la grazia del posto in cui si trovava, per il suo fiato nei polmoni, per il cuore che batteva, per quell’acqua fresca, per la sete sanata; per quel ruscello che scorreva e per il suo canto, che ancora le riempiva le orecchie e la testa.

Il richiamo di un uccello nel sottobosco la richiamò alla realtà.

Era in cammino da un paio d’ore ormai; stava procedendo bene, ma voleva arrivare in cima per il primo pomeriggio, così da riuscire a rientrare nella sicurezza della sua baita prima che facesse buio.

La montagna dona tanto, ma sa anche togliere tanto: inonda di luce l’anima ma, altrettanto repentinamente, sa farti precipitare nell’oscurità.

Rimise lo zaino sulle spalle e riprese a camminare.

Il ruscello dietro di lei svaniva piano piano mentre si allontanava, ed il sentiero saliva sempre di più, con inclinazione costante.

Il cuore aumentò il suo ritmo, ma lei lo ignorò, forzandolo ancora di più. Vedeva che gli alberi di fronte a lei stavano lentamente diradandosi, e sapeva che presto sarebbe arrivata in una prateria, prima della cima.

Diede nuovo slancio alle gambe, aumentò ancora di più il passo ed ecco…

La terra dei giganti si stendeva dinnanzi a lei, e la sagoma di antiche divinità riposava sotto a coltri di roccia senza tempo. Sembrava che, da un momento all’altro, potessero svegliarsi apparendo di fronte ai suoi occhi incantati.

Nessuna fatica la avrebbe tenuta lontana da quella vista, da quel risultato.

Da tutta quella luce.

Era arrivata in cima.

Guardò in basso e si sentì rapire dal vento, che era forte e intenso.

In mezzo alla roccia delle cime, una sassaiola ricopriva i pendii fin giù nelle praterie di valle ed in mezzo a quelle rocce aspre e tutte uguali, uno stretto sentiero di capre si snodava nella roccia viva.

Polverosa, bianca come calce.

Lunare.

La pendenza era importante, da in cima si scorgeva solo un pezzetto di quello stretto sentiero; il resto stava nascosto da blocchi immensi di roccia che si inerpicavano fin su da dove era arrivata lei.

Guardò ancora verso il basso.

Così verticale, così alieno quel paesaggio: sentiero ben segnato, indicato come fattibile, dotato di catene e pioli per aiutarsi nei punti più difficili; duro, ma in un’ora e mezza si sarebbe stati a valle.

Si accinse ad affrontarlo con calma, con una lentezza quasi esasperante.

Quel sentiero, che zigzagava stretto tra massi grossi come palazzi, e quei pioli, le corde, agganciati come fiocine sulla schiena di un gigante, non fu solo una discesa, ma una vera e propria contemplazione.

Quando la montagna è così nuda, così cruda, così ripida e polverosa, allora ti parla, ti racconta ciò che è, se la sai ascoltare. Ti dice delle albe che vede e dei tramonti di cui si tinge quando si accende di rosa riflesso. Ti racconta dei nidi di aquile e dei falchi che abitano lassù. Parla della sua tolleranza nei confronti dell’uomo, dovuta alla sua estrema magnanimità; dice che, persino un Dio buono sa mostrare collera, e che tutti noi esseri umani dimentichiamo troppo spesso quanto sa essere crudele un dio adirato.

Lei scese da quel sentiero aggrappato al cuore delle Cime, ma senza provare la sensazione di aver intrapreso e vinto una grande impresa: visse quel percorso come se avesse ricevuto (ed in effetti fu proprio così) un grande onore.

La montagna la accompagnò per tutto il cammino, facendole sentire il suo respiro antico addosso, racchiuso in quelle rocce eterne ed immote.

Ben sapeva, sulla via del ritorno di quello strano viaggio solitario, che non poteva desiderare un saluto migliore e, nella fatica e nel rumore dei sassi sotto ai suoi scarponi, la salutò con reverenza.

Ciao Montagna.

Ciao, Grande Madre.

 

testi e foto di Cinzia Catena

 

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