SPAZI INCLUSI

Un racconto. La vita è un racconto – pensò di fronte alla sua Olivetti lettera 22.

Gli rimanevano solo ventiquattro ore: ventiquattr’ore per cinquemila caratteri, spaziinclusi.

Ho bisogno di un racconto tra una settimana, ce la fai? –  gli aveva chiesto il direttore.
Ma certo – aveva risposto lui.

Il primo giorno si era lasciato distrarre dagli impegni ordinari e anche da quelli straordinari. La sera, poi, aveva organizzato una cena tra amici e, dopo aver lavato i piatti per due ore, si era trascinato a letto senza aver buttato giù neanche una riga.
Un’idea, ho bisogno di un’idea – s’era detto allo specchio del bagno, l’indomani, improvvisamente consapevole della fugacità del tempo, e ci aveva pensato per tutto il giorno, dalle sette di mattina alle due di notte, senza che un bagliore di fantasia, o un lampo d’inventiva, o un briciolo di creatività si palesassero alla sua mente.
Il terzo giorno però, già al risveglio, aveva la sicurezza di aver sognato il racconto perfetto.

Ce l’ho! Ce l’ho! – aveva gridato all’indifferenza del gatto.

L’incipit l’aveva scritto sulla carta igienica; lo svolgimento sui tovaglioli del bar mentre faceva colazione dalla Gina; la conclusione sull’interno copertina di un romanzo giallo, poco prima di essere rapito da Morfeo.
L’indomani successivo, dopo aver bevuto un lungo caffè amaro, si era seduto alla scrivania, pronto a trascrivere in bella copia il lavoro della giornata precedente.
Che orrore, una schifezza, un’immensa porcheria – aveva sbottato alla prima lettura.

Eppure ieri mi era sembrato così buono – aveva aggiunto lamentandosi quasi incredulo mentre buttava ad uno ad uno nel cestino i disgraziati fogli.

Non ce la farò mai – concluse accucciandosi sul divano e frignando contro il destino indegno, l’aridità della carta bianca e l’inadeguatezza della sua mano.
Era arrivato al quinto giorno diviso e metà tra lo sconforto e la nera disperazione. Mancandogli totalmente anche il più piccolo spunto narrativo, aveva adoperato la propria presunta creatività nello studiare diverse scappatoie che l’avrebbero liberato dall’infamia del fallimento. la fuga, il suicidio o l’omicidio del direttore.

A che punto sei? – gli aveva chiesto quest’ultimo al telefono.

Sto elaborando una strategia di approccio all’argomento paradigmando le radici semantiche ed estrapolando la dicotomia intrinseca tra ispirazione ed azione – aveva risposto lui, bruciando così gli ultimi sprazzi utili del suo, un dì oramai, fecondo intelletto.
Quarantott’ore prima della scadenza, aveva preso ad aggirarsi per l’appartamento lamentando dolori immaginari, avvolto in una lacera coperta a scacchi rossi e blu che faceva pendant con occhiaie ed incarnato.

L’ho perso – sospirava.

Ho perso il guizzo – insisteva.

Sono vuoto – si arrendeva.

E nel frattempo stava affondando nei cuscini del divano, brandendo una coscia di pollo con una mano ed il telecomando con l’altra.

Ad ora tarda si era addormentato davanti a un quiz osè, con la bava che gli colava lungo il mento ed un indefinito prurito che lo richiamava da un angolo remoto del cervello.

Un’idea! – urlò all’alba dell’ultimo giorno.

Ecco cos’era quella sottile smania che aveva sentito un attimo prima di appisolarsi: un pizzicore davanti al cervelletto, di fianco all’amigdala, proprio dietro la corteccia frontale; una scintilla nella culla delle trame letterarie.
Si alzò con questa nuova convinzione, con questa speranza, con questa salvezza. Prese la macchina del nonno da sopra lo scaffale, la spolverò e la sistemò al centro della scrivania: aveva bisogno di quella ispirata eredità per tornare a scrivere.
Infilò il foglio. Fece scorrere il rullo. Si scrocchiò le dita, una, due volte.

E cominciò.


Un racconto. La vita è un racconto – pensò di fronte alla Olivetti lettera 22.

Gli rimanevano solo ventiquattro ore: ventiquattr’ore per cinquemila caratteri, spaziinclusi.
di Rossana Rotolo

aka Jane Pancrazia Cole

Visita il sito www.radiocole.it

 

photo Joy Hope Rule

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