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TRACCE

TRACCE

Te la sei voluta.

Avevi cercato un istante di solitudine in un momento d’arrabbiatura e, lasciandolo solo in mezzo agli altri, te ne sei andata.
Mi faccio un giro in montagna – dicesti – che bella idea. E cominciasti a salire il sentiero che tante volte percorresti da piccola.

Non hai nemmeno le scarpe adatte e già i piedi ti fanno male camminando su quel terreno sconnesso pieno di pietre.
Già, bella idea, incamminarsi alle quattro di un pomeriggio d’inverno. Peccato che il ritorno te lo farai al buio, idiota che non sei altro, perché non ci hai pensato prima. Tu e le tue solite idee strambe d’artista alternativa.
Donna perennemente sospesa tra ideali e sogni. Essere un po’ più pratica, almeno ogni tanto, non farebbe poi così male, anzi, forse ti saresti risparmiata un paio di storte.
“Ehi, ma che cavolo sei, l’amico immaginario o solo la mia coscienza che mi punisce”?
Che sarà mai, l’ho fatto mille volte questo sentiero, lo conosco.

Non ti arrabbiare, non ci perdiamo e non cadremo nel precipizio.
Dunque ormai, come dice Confucio, “sono in mezzo ad un pasticcio e tanto vale sentirne il sapore”.

Calma… non si vede più nulla. Per gli altri… ma non per me.
Io adoro i gatti e, come loro, amo il buio. Avendo un’allergia alla troppa luce, ho sviluppato una certa sensibilità all’oscurità.
Respira, e pensa a quando t’allenavi a casa spegnendo le luci. Qui è lo stesso, anzi meglio. Sei libera in un bosco, probabilmente circondata da occhietti furtivi spaventati più di te.

Perché tu lo sei?

Inghiottisci?
Il cuore batte a ritmo regolare ma, nel silenzio, lo senti come un tonfo sordo.
No, non lo sono. Amo gli animali e la natura, non mi può succedere niente di male, meglio stare qui che in città, nella notte di “una selva oscura”.

Ehi, sommo Dante, sei qui anche tu? Se hai scritto quella cosa, sei passato senza dubbio di qui.  
Io sono parte di essa. Amo i suoi effluvi umidi di farina e muschio, di funghi, di marcescenze legnose. C’è un respiro profondo, entro in te e tu in me.
Ora sono sicura e incedo senza vacillare sui terreni annusando l’aria, e guardo in alto il profilo degli alberi uno in fila all’altro, ma senza linearità, come bambini in passeggiata.
I sentieri si guardano sempre in basso. Io li osservo anche in alto, però, avendo la testa tra le nuvole, e mi trovo a mio agio. Così, negli anni, ho imparato a memorizzare lo skyline del sentiero.
Non è mai completamente buio il bosco se guardi il cielo e, passo dopo passo, pensieri e citazioni e canzoncine nella mente fuoriescono come aliti leggeri dalle mie labbra. Comunichiamo tu ed io, con fruscii, scricchiolii, rami spezzati e leggeri ruscelli che m’improvvisi fra i passi.
Sono quasi giunta al margine del sentiero che costeggia il torrente. Mi hai offerto anche il tuo bastone per farmi largo tra le tue fronde, e ora ti lasci dolcemente abbandonare da me richiudendoti alle mie spalle. Mi volgo verso di te, così oscura in apparenza, ma protettrice come una madre.
Il buio, allora, lentamente cede il passo ai led che punteggiano in lontananza il paese. L’assenza dei suoni di tutti i giorni mi abbandona, accompagnandosi all’oscurità e rientrando nella magica foresta.
Piano discendo il magnifico sentiero che, come un serpente, m’introduce in un soffice prato già umido di rugiada notturna.
La luce dei primi lampioni al margine del paese mi fa scorgere i miei aliti fumosi e caldi che, nell’aria invernale, come nuvole nebbiose mi seguono.
Mi chiudo nel mio cappotto e, camminando felice, odoro quest’aria paesana di legna che arde e caligine, di castagne, di suoni di risa e di passi… i miei, che giungono alla soglia di casa.
Guardo la montagna, è proprio come me.
Lui sarà lì ad aspettarmi, pensieroso, ed io aprirò la porta con il mio sorriso tra le efelidi.

Come se nulla fosse stato gli dirò: ciao, sono tornata.   

 

testo e foto di Caterina Bilabini

 

 

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