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Gennaio si svolgeva lungo lo sbadiglio di un gatto nero, e un ‘miao’ luminoso come lava si stagliava contro il muro della cucina. Tutto era arancio e rosa, ed ovunque tintinnava la pioggia, fino al mare nato da due torri. Erano quasi le otto di sera, probabilmente di un sabato che iniziava di foglie e finiva di cenere. La casa si era svuotata presto, ed io restavo accoccolata alla solitudine di una lampada da terra a forma di rana che si preparava la cena mestamente, tenendo un cucchiaio di legno in una mano e contando gli ingredienti a disposizione con le dita libere.

Forse ero triste, e avevo un po’ paura.

Non suonavo più la mia musica da tempo, perché le mani non contemplavano ancora la possibilità della fantasia in un corpetto stretto di lacci. Se pensavo agli strumenti, mi veniva in mente il presente delle montagne che trasudano cristalli, e libri che affascinano perché li sapevo leggere a memoria, e dita offese dal disallineamento dell’orbita dei pianeti ancora da scoprire. Suonava qualsiasi cosa al di fuori di me.

Quant’è ovvio pensare che esistano davvero – mi sono detta nella mente.

Mi ricordo degli abiti vecchi, e quant’ho messo di me stessa negli armadi degli altri per togliere polvere agli anni che non potevano permettersi nuovi acquisti, o altri pesi da raccogliere con forza. Per l’espansione di un piccolo accenno di volontà portato a termine. Avrei voluto rimanere aggrappata a quella ragazza che faceva di tutto per arrangiare i dispiaceri con un bicchiere d’elio, per sconfessare le colpe con un colpetto di gomito.

Per.

A costo di seppellire ogni parvenza d’ombra inventandosi certezze.

State tranquilli.

Tutti.

C’è tempo.

E tutto si farà.

Ringiovanivo man mano che scorrevano i giorni, anche se era passato più di un mese dalla settimana precedente.

Chissà se qualcuno se ne accorge? – mi chiedevo.

Che le parole non mi parlano, non mi cercano, non mi vedono. Che le difficoltà non si nascondono in qualsiasi posto, non si creano da sole, non sono fini a loro stesse.

Non basta.

Ascoltavo, in punta a come ero solita fremere quando mi scioglievo e mi sparivano i fraintendimenti. Ascoltavo, ed il sollievo m’incatenava alla speranza.

Ancora una volta.

Ancora.

Che la chiamassero pure prigione. Io, via da qui, mi vedrei al punto di partenza. Allora mi sentivo sempre qui, sempre più autentica.

Qui. Che è il soprannome per la parte del corpo che rappresenta il tutto. La mia tranquillità l’avevo messa a disposizione dell’amore. Sempre qui, e sempre altrove, a considerare la percentuale in eccesso alle probabilità stabilite. Dove dovevo essere, anche tempo fa, a dirmi ‘brava’ con la pazienza dei contenimenti, di chi aggiunge fino a non accorgersi dove inizia una storia e dove finisce.

Perfino la mia.

Se mai ne avessi avuta una, te la racconterei. Fantastica come i sensi che ci intervalliamo fra mezzanotte e Carnevale.

Cicca la sigaretta e inizia – hai detto con l’indice alzato.

Era ancora sabato. Scrivevo e scrivo, come sono capace di meritarmi le parole. Per chi mi capisce, io, restituisco complementi d’arredo. Ho scritto ciò che pensavo in quel momento.

Poi fra poco sarà tardi per dirti ‘te l’avevo detto’ – ho detto – e so che non ce lo dimenticheremo.

Non era stato mai il mio modo, un modo unico. Non era per gioco che imploravo ‘credimi’. Con la domanda al posto dell’affermazione, c’era comunque quel velo di leggerezza a tenere il conto di quante ne avevo scampate. Alla mia fortuna e alla mia maniera. Ricalcavo appena, senza trapassare, la cena.

Grido e ledo, ma ti tengo stretto – ti ho detto. L’hai sentito? Leggera, in un caso e nell’altro, quando la pesantezza la scelgo con dettagli da spaccare in quattro. Senti che provo a spiegare ciò che mi piace, ma non so esattamente se è ciò che vorrei. Perciò ho disegnato le insegne dei bar per i tuoi caffè dopo pranzo.

Ho ammaestrato gli alberi per rispettare il tuo respiro.

Ho cantato l’acqua dolce per elogiare la neve oltre la brughiera ed i vulcani.

Eppure non so come si fa a giocare a biglie, a rimboccare le coperte, a scendere dal letto senza che tu mi senta. Non so quali siano i miei soggetti ideali, i tuoi posti suggestivi, ed i meriti.

Non so.

La scontentezza che arreco e che ho pagato rimanendo senza nuvole per tre anni. Tra menefreghismo e liberi pensieri. L’ho creduto possibile e, ammetterlo, non mi ha condizionata. Semmai ha rimarginato i lembi di una tristezza un po’ impaurita. Contemporanea e condivisa.

Che le chiamassero pure sfumature. Facciano ‘no’ con la testa. Io sussurro i miei concetti sotto alle coperte. Nonostante il silenzio di musica, di case e di porte.

Che niente sa uscire una strada, una fessura, un chilo d’aria.

Se non entra da te.

Tramite me.

 

di Rossana Orsi

 

photo Joy Hope Rule

 

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