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Confessioni di un non-viaggiatore

Confessioni di un non-viaggiatore

Al ritorno da un viaggio, per quanto bello e intenso possa essere stato, provo sempre una sensazione di disagio. Un disagio che nasce dalla consapevolezza di essermi perso qualcosa di veramente importante, che forse non potrò recuperare più. Questa volta ho provato a elaborare meglio questa sensazione, a cercarne le radici. E mi sono reso conto che quel qualcosa che ho perso è proprio il viaggio che ho appena fatto. O meglio, l’opportunità di viverlo come un viaggio vero, e non come una vacanza.

Provo a spiegarmi meglio. Sono appena tornato dal Marocco. Ho vissuto delle esperienze nuove e irripetibili. Ho visto il tramonto nel deserto, ho cavalcato un dromedario, ho fatto trekking alle cascate più alte dell’Africa settentrionale.

Eppure, mi rendo conto che di queste esperienze mi resta poco: un bel ricordo, una foto da postare sui social o da appendere in camera, una spunta da mettere alla lista delle cose da fare nella vita. Certo, mi rendo conto di essere profondamente ingrato nel pensare queste cose. Sono tantissime le persone che non avranno mai la possibilità di vivere queste esperienze, per mancanza di soldi, tempo, libertà. I miei genitori ad esempio non hanno potuto viverle, perlomeno non alla mia età. Molti dei miei amici e conoscenti non sono mai usciti dall’Italia. Per non parlare di chi è nato in luoghi in cui la semplice idea di viaggiare è un’eresia, ma questa è un’altra storia.

E allora, di cosa sto parlando?

Sto parlando di una naturale attitudine al viaggio che a me evidentemente manca. Quando mi trovo a contatto con altri viaggiatori, in un Paese straniero, cerco sempre di capire se loro ce l’abbiano. E mi rendo conto che sono tanti quelli che, ad esempio, girano il Madagascar su un taxi-brousse insieme ai malgasci, magari anche con i figli piccoli al seguito, anziché noleggiare un minivan con autista. Tantissimi sono anche quelli che a hotel e ristoranti preferiscono ostelli e cibo di strada. Ci sono addirittura quelli che del viaggio hanno fatto una scelta di vita, una terapia o una professione. E sono proprio queste persone, credo, quelle che possono essere considerate a tutti gli effetti dei “viaggiatori” e non dei semplici “turisti”. Che possono sostenere di aver realmente “vissuto” e non “visitato” un luogo diverso dalla loro casa.

E perché io non posso essere una di queste persone? Che cosa me lo impedisce?

Il tempo? No. I soldi? Neanche. L’esperienza? Forse. Quando studiavo al Liceo non ho mai fatto l’Interrail, perché d’estate facevo la stagione come cameriere in hotel e ristoranti. Quando ero all’Università non ho mai fatto l’Erasmus perché volevo laurearmi in fretta. Poi, una volta laureato, non ho neanche preso in considerazione l’idea di andare a lavorare all’estero perché… perché mi è mancato il coraggio.

Ecco, credo di aver trovato il nocciolo della questione.

Quello che mi manca è il coraggio di diventare un “viaggiatore”. Di partire per un Paese esotico senza prenotare nulla. Di portarmi dietro il sacco a pelo nel caso non trovassi una sistemazione per la notte. Di comprare solo il biglietto d’andata. In realtà, una volta le ho fatte queste cose, a vent’anni, in Grecia. In realtà le ho fatte anche un’altra volta, a trentatré anni, quando ho camminato per 300 km verso Santiago. E allora, se già un paio di volte ho “viaggiato”, non potrei riuscire a farlo di nuovo in futuro?

La verità è che il tempo passa e, anche se non sarò mai uno da villaggio turistico e hotel a cinque stelle, le cose inevitabilmente cambiano. Già ora quando sono fuori casa mi mancano i miei gatti, la comodità di casa, i ritmi regolari e rassicuranti della quotidianità. Figuriamoci cosa proverò quando avrò dei figli o delle reali responsabilità lavorative. Questa consapevolezza mi rende piuttosto abbattuto.

Però poi penso a Mouloud, un ragazzo marocchino che vive a Ouzoud e che fa la guida escursionistica. In ventinove anni non è mai uscito dal suo villaggio e, quando gliene ho chiesto il motivo, mi ha risposto candidamente che non ne ha bisogno, perché per lui il posto in cui vive è il più bello del mondo e spera di invecchiare e morire lì.

Ecco, forse è questo il segreto.

Trovare un posto in cui svegliarsi ogni mattina con la consapevolezza di non voler essere altrove. Un posto in cui mettere radici, in cui crescere dei figli, in cui desiderare di invecchiare e morire. Forse è questo che ancora mi manca. E allora, forse, quando lo troverò, se mai riuscirò a trovarlo, cambierò la mia prospettiva. Placherò questa mia inquietudine che provo sempre al ritorno da un viaggio. Questo disagio che, ora me ne rendo conto, nasce non tanto dalla sensazione di inadeguatezza verso i luoghi che ho visitato, quanto da quella verso il luogo in cui sono tornato.

In quel momento allora sarò come Mouloud. Sarò felice di svegliarmi ogni mattina nel posto più bello del mondo, di fare un lavoro che amo, di avere dei figli a cui poter raccontare che i viaggi più belli che ho fatto sono stati quelli di ritorno. Perché, forse, quello di cui ho bisogno non è una nuova meta da visitare, ma un nuovo punto di partenza a cui tornare.

Nel frattempo, oltre ad aver deciso di dedicare tutte le mie energie a questa ricerca, ho anche deciso che da queste righe, da queste confessioni di fine viaggio e inizio anno, nascerà una nuova storia. Un nuovo romanzo che mi porterà, dritto dritto, alla “fine della Terra”.

Link diretto all’articolo sul blog http://www.massimolazzari.com/confessioni-di-un-non-viaggiatore/

 

testo e foto di Massimo Lazzari

 

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