Editoriale

Sono stato colto in flagranza di reato da due guardie bigotte, mentre facevo l’amore su un prato e sotto un albero, in un giorno di primavera.
Sono stato condotto in una stanza all’ultimo piano di un grattacielo triste, dove poterono maltrattarmi a loro piacimento.
Ma gli rovinai la festa, in quanto confessai tutto, velocemente.
Il processo fu senza clamore da parte dei media.
Mi riconobbero il reato di Apologia di Sogno, e fui condannato all’ergastolo senza condizionale ma ad una condizione. Solo che si scordarono di dirmi quale.
Mi sbatterono in cella di solitudine, e buttarono la chiave.
Siamo in tanti qui. Vicini, ma con dei muri insormontabili tra di noi.
Usiamo strani modi per comunicare.

Forse è ancora più atroce sapere che si potrebbe non essere soli, ma non poter fare nulla.
La mattina ci sveglia lo speaker di una radio commerciale. Uno di quelli con il sorriso stupido, talmente stupido che lo arrivi ad invidiare per quanto sia incrollabile.
La sera, una luna sproporzionata passa davanti alla fessura che si è vestita da finestra. Ed io penso a quell’albero, a quel prato e al cuore di un’altra persona che sentivo battere nel mio petto.
Ho capito che la vera punizione, che la vera condanna, è la proibizione del sogno di un amore.

di Andrea Stella

 

photo: Rossana Orsi

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