ISPIRAZIONE: TIZIANO SCARPA, STABAT MATER

rubrica (D.)’ispirazione

 

Ispirare per ispirarci: quando le storie altrui ci spingono a scrivere e a scriverci.

 

“ Dio non poteva essere dappertutto, così ha creato le madri”
– Proverbio ebraico –

 

ISPIRAZIONE: TIZIANO SCARPA, STABAT MATER

 

Cara Signora Madre,

mi chiedo che senso abbia scriverVi, dopo tutto questo dolore, in attesa di un’eterna presenza, quando la Vostra è sempre stata assenza, assenza pura, distillata in gocce che ho lentamente assimilato, giorno per giorno, in questi sedici anni.

Sono stille di veleno, quelle della Vostra assenza, quelle che mi brulicano nelle vene, che si mischiano al sangue e lo rendono più caldo, caldo di rabbia. 

Ma sono veramente lettere, queste?

Sono spartiti inframmezzati da parole, sillabe composte ed accostate per formare un grido muto verso di Voi, in questa luce soffocante come incenso, che non mi lascia altra via che guardare la realtà per quella che è.

Triste, come l’anima che mi abita.

Le mie parole per Voi sono altari vuoti, petali essiccati, termini privi di grammatica.

Sono un rincorrersi sudato di lacrime che vogliono asciugarsi, ma che, non appena trovano un pezzo di carta, anche rovinato, tornano a scorrere su di esso, trasferendogli parte delle loro paure, delle loro debolezze distorte, sperando che, scrivendole, si annullino, o, peggio ancora, che arrivi il Vostro conforto.

La musica alle volte mi aiuta a non pensarVi, altre volte invece – e sono la maggior parte – mi cinge in una morsa strana, quasi le melodie mi ricordassero di provare malinconia verso il Vostro corpo.

Allora mi arrendo, in questa battaglia fra me e l’invisibile amaro che siete Voi.

Non ho armi per combatterVi, perché non vi ho mai vista, Signora Madre.

Non ho il pregio di poterVi portare rancore, perché non conosco i Vostri lineamenti, non so se, come ragnatele di ragni maestri, si distendano sul mio volto, ne modellino la forma.

Com’è fatto il Vostro corpo, Signora Madre?

È scuro, macchiato dal Sole, o è chiaro, pallido di Luna?

Una volta ho pensato che i grovigli violacei delle vene che guizzano sui miei polsi possiate averli anche Voi, bracciali comuni, per somigliarci, almeno un poco.

Non pretenderei di più, mi accontenterei di piccole cose, un neo sul lobo destro, una voglia sul fianco.

Dettagli quasi impercettibili, ma mi farebbero sentire Vostra, mi farebbero sentire viva, invece di galleggiare nel limbo di non appartenere a nessuno, se non a me stessa.

Non Vi chiederei mai di descrivermi i Vostri occhi, non arriverei a tanto, magari mi potrei imbattere nella Vostra anima, naufragandovi dentro, addirittura potrei scoprirla simile alla mia.

Farebbe troppo male, scoprirmi gemella di un essere simile, l’essenza del mio abbandono in carne ed ossa, il nucleo più intimo della mia infelicità dipinto davanti a me, palpabile per davvero.

Vi penso sempre, Signora Madre, in un masochismo lieve che ritengo non mi abbandonerà.

Mi sembra, alle volte, quelle in cui vaneggio più del solito, che solo voi potreste capirmi, nei miei lampi di genio, nei miei pianti inudibili.

Vi penso sempre, per evitare di ammettere di essere stata creata dal niente, senza nessun amore a plasmarmi, neanche uno passeggero.

Pochi attimi di paradiso sulla Terra fra due che si ritrovano poi ansanti, nudi e così poco angelici, nudi e sporchi del peccato di aver concepito me, una corda di violino spezzata che pure si ostina a suonare.

Alle volte mi sento un fiume riversato in un letto incapace di contenerlo, senza gli argini dei Vostri sguardi ad indicarmi la strada maestra.

Vorrei che foste vicina, anche solo per il gusto di poterVi respingere volontariamente, o, almeno, far finta di provarci, di scansarVi come io evito il vuoto, nelle notti più buie.

Signora Madre, non posso odiarVi, non posso amarVi.

Per questo Vi scrivo.

Per trovare un contatto con Voi, il punto esatto in cui luce e tenebra si fondono.

Ecco cosa siete per me.

Grigio che sfuma verso il tenue e verso l’intensità, finta indifferenza, mani mancanti in un quadro di ballerine, spicchi di Luna in pieno giorno, stelle spezzate, vuoto che colma, trama fitta di una storia senza né capo né coda, tranne che me e Voi.  

Per questo vi scrivo, Signora Madre.

Per riuscire a liberarmi di Voi.

 

di Diletta Ziveri

 

photo: Joy Hope Rule

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