Diario di una studentessa fuori sede

La prima volta che pensai di andare via di casa avevo 14 anni, avevo appena iniziato il liceo e già da allora ero consapevole che rimanere a vivere nel mio paesino di provincia, situato tra la Gola dei lupi e la Valle di Mordor, non mi avrebbe resa felice. Ero ribelle, anticonformista, piena di energie.

Una vita fa insomma.

Più passava il tempo e più la mia consapevolezza di essere fuori posto diventava palese. Ogni anno passato era un gradino in meno nella scalata all’età adulta e al mio, sempre più imminente, andarmene di casa.

Alla fine, tra i pianti e la disperazione generale, ci riuscii; riuscii a convincere la mia famiglia di questo mio trasferimento, a condizione che sarei andata a vivere nella stessa città dove già da un paio d’anni viveva mia sorella maggiore, Torino.

All’epoca ero ragionevole e finii per accettare il compromesso in cambio della salute mentale di mia madre, donna che, per inciso, solo per essere mia madre e sopportarmi, si meriterebbe una statua.

Comunque.

Il primo volo fu un sogno; dalla partenza all’arrivo (due ore dopo) il mio pensiero era fisso alla nuova vita che mi aspettava appena sarei atterrata. Lì, ad un passo da me, c’era tutto ciò che avevo sognato per anni; ero felice.

La nuova casa era bella, spoglia ma confortevole. Scelsi la stanza più luminosa e la feci mia in pochissimo tempo, colonizzando ogni spazio disponibile con cd, libri, fumetti, volantini e tutto quello che racimolavo in giro, solo per il gusto di poterlo fare.

Di lì a poco iniziò l’università e con essa lo studio matto e disperatissimo; poi arrivarono le responsabilità. Le prime bollette, lava-stira-cucina-occupati da sola della tua sopravvivenza; ma questo non mi levò il sorriso dalla faccia, poiché ero sempre stata piuttosto autonoma e cucinare mi piaceva da sempre; in fondo avevo solo più tempo e spazio per farlo. Riuscivo a trovare il lato positivo in ogni cosa.

Abitavo in una grande città, enorme rispetto al paesino di provincia nel quale ero cresciuta, abbastanza grande da contenere i miei sogni e questo mi rendeva euforica.

C’era solo un piccolo, minuscolo, dettaglio negativo: la suddetta e meravigliosa città si trovava a 1400 chilometri dal piccolo paesino di provincia e ciò significava che, all’infuori di mia sorella, non avevo nessuno.

Lo ammetto, farmi dei nuovi amici non fu facilissimo, ma neanche questo scalfì il mio ottimismo. L’ambiente universitario facilita molto le nuove conoscenze, così anche questo piccolo ostacolo fu superato.

Poi arrivò la neve.

Il mio primo inverno fu tosto, mi innamorai perdutamente della città accoccolata nell’esile abbraccio della neve; questa cosa tuttavia durò solo un giorno.

Nel paesino, nel mio paesino, quando la neve arriva tutto si blocca, e il bianco ricopre ogni cosa, anche se per poco, rendendola magica.

In città la neve è un fattore quasi scontato, spogliato di ogni magia, poco importa se ci sia o meno, la vita continua comunque nonostante il gelo; la neve si fa grigia e poi ghiaccia, ovunque. Quello fu così l’inverno delle mie peggiori cadute.

Il sorriso iniziò ad abbassarsi un po’, ma resistette.

Nel frattempo la mia stanza, da luminosa e spoglia si stava lentamente trasformando nell’oscuro covo di un’accumulatrice seriale.

Lentamente, molto lentamente, arrivò il Natale e con esso, il ritorno a casa per le vacanze.

Arrivarono così la mattina della partenza, il freddo pungente, insinuato fino alle ossa durante il tragitto verso la stazione, e le infinite ore di ritardo accumulate in viaggio.

Arrivarono tutti i “sei sciupata”, i commenti stupidi di chi era rimasto, che apostrofava ogni mia frase con un “ne” molto poco torinese, tutte le raccomandazioni del caso di cugini/parenti/zii/nonni e tutti i “ma come, sei ripartita senza salutare?” della gente che si ricordava del mio ritorno quando ormai era troppo tardi. Il sorriso restava, ostinato.

Il momento in cui si sarebbe spento, tuttavia, sarebbe arrivato di lì a poco: fu il momento in cui vidi le lacrime di mia madre il giorno in cui sarei dovuta tornare alla grande città; mi si stracciò il cuore.

In quel momento avrei voluto mollare tutto, correre da lei ed abbracciarla; ma ero in aeroporto, avevo già fatto i controlli per l’imbarco e rimasi lì, come bloccata, senza poter tornare indietro.

Da quell’episodio sono passati diversi anni, diversi chilometri e diverse persone.

Sono sempre a Torino, la mia camera è sempre l’antro di un’accumulatrice e le lacrime di mia madre, ad ogni partenza, sono sempre le stesse.

Mi piacerebbe dire che Torino è diventata la mia casa ma non sarà mai davvero così; e, allo stesso tempo, neanche il mio paesino lo è più completamente. La mia assenza ha atrofizzato i rapporti e le cose, per come le conoscevo, non esistono più.

Ho due case, il tempo mi ha resa una turista in ognuna di esse; e alla fine, nonostante tutto, sono ancora una quattordicenne fuori posto, indipendentemente dalla città in cui mi trovi.

 

di Nadia Caruso

 

 

photo: Andrea Stella

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