DI LAGO, DI VENTO.

Un battello fantasma, nel lago; uno scheletro di lamiera che splende, sospeso nel buio.

Là, in fondo all’orizzonte.

Sembra un’apparizione, con quell’aria che sa di festa jazz, un po’ ai confini del tempo e dello spazio.

Mi distrae; mi solletica la mente con la promessa di essere una storia che nessuno ha mai raccontato. Mi sfugge e si mostra, proprio come quel battello al largo del lago, che vedo da qui.

Anni ’20, musica jazz, dame vestite in abiti charleston.

Una festa eterna su un battello che esiste. O forse no. Mi sussurra alla mente quella filastrocca, da un libro di King:

“Stanno stretti sotto i letti sette spettri a denti stretti…”.

Al largo, il battello è svanito.

Il nastro d’asfalto scorre docile, indefinito, nella luce rosa dell’alba. Ed il cielo è una tavolozza di colori perlacei che vira in toni opalescenti, vivi, delicati.

La strada è mia: la canzone perfetta, il flusso di pensieri, ricordi, memorie, mi accarezzano piano.

Li seguo tutti, ad uno ad uno.

Ci sono emozioni profonde dentro di me; il cuore palpita, palpita forte. Sento, sento tanto, tutto.

Il lago mi segue e mi accompagna. L’isola fantasma, in mezzo alle sue acque limpide, è spettrale nella sua spoglia maestosità. Il battello del mattino solca le acque, a diversi metri sotto di me.

Mi chiedo se sia sempre lo stesso, luminoso cuore di lamiera, che a volte appare nelle ore della sera.

Penso al motivo per cui vado a lavorare; per cosa mi stanco, a cosa dedico il mio impegno… è questo, diventare adulti, trovare nella fatica la ragione più alta a cui dedicare il proprio tempo, le proprie energie, il proprio amore.

Oggi è una giornata di vento, che soffia forte, creando arabeschi sulla superficie del lago.

Ricordo a chi il vento era caro: vecchi scherzi, vecchie risate, vecchi sogni.

Un vento che sa muovere foglie con suoni di seta, che cavalca le onde del lago adornandole di spuma; sbroglia ogni cosa, portando via ciò che non va’ e consegnando sorrisi e sospiri; che spazza le cime canute della montagna, che lascia segni sulla pelle; ritrae la paura e restituisce la gioia.

Un vento che pulisce la faccia, la mia ombra, e che mi fa una carezza prima di andarsene.

Soffia da Est, mentre il sole sorge con fulgida gloria scaldando, come brace eterna, l’orizzonte. Dissolve tempeste donandomi il profumo della neve e di antichi ghiacciai. Anche qui, a valle. Anche qui, sulle sponde del lago.

C’è una vecchia barca, rovinata dall’acqua e dal vento, dal freddo e dalle stagioni.

Vecchio sartiame: un nodo intrecciato da vecchie mani di pescatore.

Senso antico del lago, senso antico della gente d’acqua che percepisce lo scorrere del tempo come sente le correnti.

Vita scandita dalla voce silenziosa delle stagioni, dello scorrere di un fluido segreto in queste acque che hanno visto la storia snodarsi attraverso i secoli senza mai mutare, adeguando solo le proprie rive all’invadenza dell’uomo.

La guardo, questa distesa di fredda liquidità, eterna e immota: un raggio di luce squarcia le nubi ed i pensieri, come una lama, su un drappo di seta. Sembra quasi di avvertirla scivolare con un tintinnio metallico, come un filo di spada su un tessuto soffice.

Le nubi fuggono, inchinandosi alla sfolgorante vittoria del sole sul buio.

Nessuna notte è abbastanza profonda da sconfiggere l’alba.

Il cielo è d’un azzurro impossibile; c’è un silenzio irreale e proprio la silenziosità delle cose parla la voce dei pensieri.

Lo scintillio del sole è la risata di Sirene che sognavi da sempre di sentire. Sole che apre mondi tra le foglie degli alberi, disegnando architetture mai viste; profumi antichi di cui senti l’eco, di risate infantili e di giochi che non hai mai visto e che non hai mai vissuto, e che – proprio per questo – conosci meglio di chiunque altro. Potrebbe essere un’affermazione che non ha senso o che ne ha ancora di più, in virtù del suo non-senso.

I pensieri si rincorrono nel cicalare di insetti e nel perpetuo meravigliarsi del luccichio di zaffiro sulla superficie del lago: specchio di altri mondi, porte magiche, luce, sussurrare di vento.

…e le Sirene cantano.

C’è sempre la solita macchina, la solita strada, ma pensieri diversi e sogni diversi.

Oggi c’erano segni, sull’acqua: striature come vene sulla schiena di un grande animale. Il vento disegnava, creava.

Sono portata alla malinconia, lo ammetto, esattamente come ho capelli biondi e occhi azzurri. Così, geneticamente, mi prende un’emozione forte di fronte a certi scenari.

Forse è nella storia di ognuno di noi ricordare ciò che siamo stati e la profondità di certi abissi, per poter meglio apprezzare i colori di oggi.

La radio insegue altre voci, altre note…. “….vivere, vivere a colori….”.

Io vivo a colori: bevo colori ovunque li trovo e non me ne sazio mai. Anche la mia genetica malinconia è colorata, perché mai colore cupo sa essere più luminoso quando si accende di nuovo della luce di un “oggi”, dimenticando uno “ieri”.

Colori vivi, ovunque. Colori veri.

Una pausa pranzo in riva al lago.

Osservo cinque ragazzini, avranno si e no 14 anni. Attirano il mio sguardo perché sono stranamente calmi: uno accanto all’altro, su una panchina all’ombra, guardano il lago di fronte a loro e chiacchierano. Ogni tanto buttano un occhio al cellulare, ma senza la frenesia che hanno i ragazzi di quell’età. 
Vederli così calmi li rende un po più simili a come eravamo noi, da ragazzini, che non avevamo i cellulari e che, a quell’età, eravamo preoccupati di riuscire a finire i compiti per poter uscire a giocare con la palla. Vederli mi fa pensare a quanto sono fragili, anche se loro si sentono invincibili. Sono come una pasta morbida e malleabile che ha a malapena iniziato a prendere una forma. Mi viene da pensare a quanto sia facile, con la pressione giusta, deformarla. Ci penso, mentre sento in televisione le solite notizie, il solito orrore; sempre più giovani sono responsabili delle vicende drammatiche.

I cinque amici sono sempre uno accanto all’altro, e mi fanno pensare ai “Perdenti”, quel gruppo di ragazzini in un romanzo di King, che fecero della loro diversità e del loro “uscire dal branco”, la loro forza. Per sentirsi fighi non volevano essere bulli, al contrario volevano essere degni del rispetto degli adulti, ed essere degni di loro stessi.
Diversi, ma con un cuore grande.
Derisi, ma forti nel loro sapere cos’è giusto e cosa no.
I Perdenti sconfissero Pennywise, il mostro delle fogne che si fingeva un clown…

E i ragazzini di oggi, sapranno liberarsi dalla pressione di una società sempre più vuota di valori e più piena di violenza, per non deformarsi e divenire essi stessi responsabili?

Pennywise è ancora da sconfiggere… servono più Perdenti. 
Serve più gente vera.

Come può uno spazio di cui vedi le sponde essere percepito come immenso e senza confini?
Eppure è così che appare, questo lago.
La potenza di un’immagine ed il suo senso di forza non sono altro che vibrazioni che pervadono ciò a cui passano accanto: una distesa d’acqua, come uno stagno.

Un lago, come un mare.

La cima più alta come una collina.

La bellezza delle cose è racchiusa nell’immensamente grande tanto quanto nell’immensamente piccolo.

Nell’uno, per la grandezza di certe vastità.

Nell’altro, nel senso che ha la perfezione di certi piccoli dettagli.
Non sarò mai in grado di guardare uno spettacolo come questo, come il lago in tempesta, senza sentire un senso di meraviglia e struggente emozione.
Non sarò mai in grado di sentire il tuo cuore battere con forza contro il mio, quando mi abbracci, senza sentire l’energia salirmi dal petto alla testa, e viceversa.

Cancelli di altri mondi, i riflessi d’acqua.
Malinconia insita nell’anima, quando la bellezza delle cose ti fa riflettere sull’instabile e dolce labilità delle cose. Più sono preziose, e più sono fragili. Ospite nella vita di molti, unico Re di te stesso.
Senza radici.

Ogni persona che arriva è importante, ogni persona porta con sé un valore aggiunto, mentre sei un vagabondo errante. Ci sono quelle dita calde ed accoglienti che ti avvolgono la mano come un nido al suo pulcino, e sai di avere un posto che speri di non smarrire mai. Perché se è vero che hai sempre saputo di essere un ospite, ora che hai un paio di occhi in cui sentirti a casa non sei più abbastanza forte da ritrovarti per strada.
Le cose più preziose, quelle più belle, sono l’unica cosa per cui vale la pena lottare davvero. 
L’unica cosa mai scontata. 
L’unica cosa che devi sempre saperti meritare. 

La voce del vento porta con sé tutte le domande che la tua mente può concepire, ma non credere che lui abbia le risposte. Egli è una divinità irridente e capricciosa, allo stesso tempo saggia e profonda: sa benissimo, Dio Vento, che le risposte che ti può portare sono solo l’eco di quelle che hai già dentro di te.
Il vento siamo noi, la tempesta che ci gira attorno siamo sempre e solo noi.
Scegliamo noi per cosa spirare. Scegliamo noi quali vele gonfiare, quali Bonacce seguire, quali tempeste sfidare.

 

testo e foto di Cinzia Catena

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Creato su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: