I SOGNI: IL CARBURANTE PER LA NOSTRA ANIMA

La vita. C’è qualcosa di più meraviglioso della vita?

Un bambino che nasce è luce pura e bellezza candida, una lavagna nera pronta ad essere riempita di esperienze ed emozioni.

Un bambino che nasce è la più grande dichiarazione d’amore che due persone possono farsi a vicenda. È la volontà di creare un nuovo essere umano, uguale a te; anzi, più bello e incredibile, perché comprensivo anche delle qualità della persona che ami.

Io sono ancora giovane ed economicamente povera per avere una famiglia mia, però conosco bene i bambini, avendoci giocato insieme ogni sabato pomeriggio per tre anni della mia vita e avendo vissuto insieme a loro settimane intere durante i campo-scuola.

Così, so bene che ci sono sì i bambini “facili”, ovvero quelli simpatici, intelligenti, attenti alle cose, che ti sorprendono con le loro frasi già adulte; ma ci sono anche, e per fortuna, i bambini “difficili”, quelli che rompono che scatole, mai attenti e sempre svogliati. Quelli apatici, quelli che distraggono tutti dopo che hai impiegato minuti interi a creare il silenzio.

Ho scelto il termine “per fortuna” proprio perché sono questi piccoletti terribili a dare le maggiori soddisfazioni a fine campo-scuola; sono gli stessi che ti scrivono una dedica strappalacrime, anche se da loro non te lo aspetteresti mai.

Amo i bambini e la loro bellezza d’animo, quella loro capacità di vedere le cose in modo trasparente, senza condizioni alcune; amo quel loro modo di sognare, quella loro voglia di correre e scatenarsi; amo i sorrisi sinceri di complicità che ti regalano appena riesci ad entrare dalla porta del loro piccolo mondo di fiabe.

In soli tre anni da animatrice ho notato un cambiamento nel loro modo di comportarsi e di pensare, e mi è inevitabile paragonarli all’infanzia vissuta da me.

Per me è inconcepibile che un bambino non sia capace di sognare, non scriva frasi assurde sui supereroi, non disegni un mondo secondo lui più bello, colorato e alla sua portata.

I bambini che ti rispondo “non so” quando gli chiedi: “a cosa vuoi giocare”, non sono bambini.

Amo i bambini vecchio stile: quelli esaltati e mai fermi perché pieni di voglia di vivere e di scoprire del mondo.

Io e la mia generazione eravamo una ciurma di esploratori, pirati, guerrieri, avventurieri. Ricordo pomeriggi interi trascorsi a correre all’aria aperta, con il vento sulla faccia,l’umidità a bagnare i capelli, le mani rosse per le troppe battaglie di neve e gli innumerevoli pupazzi dalle carote come nasi. Ricordo le scampagnate in montagna; eravamo un bel gruppo e passavamo il tempo a costruire basi strategiche che poi dovevano essere difese dai nemici, usando come armi le pigne. Oppure ore intere nel bosco, a respirare aria fresca a caccia di rane o girini.

Ricordo le sgridate che mi prendevo ogni sera da mia madre per aver sporcato o addirittura rotto i pantaloni appena puliti e stirati; ricordo che alle elementari facevamo le gare di corsa, le battaglie a “uomo di ghiaccio”, rigorosamente maschi contro femmine, le sfide a “strega comanda colore” o “un-due-tre stella”.

Ricordo di una volta che, da quanto avevo corso, la suola di una delle mie scarpe si era rotta talmente tanto che mi entravano tutti i sassolini.

La nostra era un’infanzia di corse, di sudore, di gioco libero e appassionato.

La nostra era una generazione da scarpe che duravano quattro mesi al massimo.

Oggi i bambini rimangono svegli anche oltre le 22, proprio perché il loro modo di vivere la giornata non gli permette di scaricare l’enorme quantitativo di energie di cui dispongono. Le loro ore pomeridiane, fuori da scuola, sono costituite da un tunnel di televisione, videogiochi e telefonini.

Non capirò mai l’utilità di regalare un telefono cellulare ad un bambino che fa la Prima  Comunione (quarta elementare): un piccolo schermo aperto sul mondo che li attrae e rincoglionisce; e loro lì, in corpi già adulti, con una mentalità non ancora adatta ad utilizzare certe tecnologie.

L’apice della tristezza si può osservare nei luoghi pubblici, dove madri e padri, pur di mangiare tranquilli, lasciano che i bambini guardino i cartoni sullo smartphone/tablet, per tenerli buoni. Come si può in questo modo rendere partecipi i bambini ed abituarli ad affrontare una conversazione con argomentazioni ed idee proprie? Arrivano così a 13 anni, prima pizza di classe, a non sapere nemmeno cosa ordinare perché qualcuno lo ha sempre fatto per loro.

Ricordo che per me la televisione era un premio da guadagnare ogni giorno, come del resto tutti i regali che ho ricevuto nella mia infanzia.

Se aiutavo a casa, se svolgevo i miei compiti, se andavo a trovare la nonna o alla messa domenicale, potevo poi alla sera guardare un’oretta di tv. E i programmi mica potevo sceglierli io: prima dovevano ottenere l’approvazione sia di mamma che di papà. Poi, ovviamente, in un’ora non riuscivo a finire di guardare il cartone o il film che volevo e allora registravo tutto sulle cassette e ogni volta dovevo con ansia scegliere quale sacrificare per registrare il nuovo filmato.

I miei film preferiti erano Piedino e la Valle Incantata, i numerosi film di Barbie, Odet e l’incantesimo del lago, Tom e Gerry, Scooby Doo, poi in seguito Harry Potter ecc… altro che film di guerra o cattiverie. La trama di tutti questi film è costituita proprio da un generale senso di amicizia, unione e rispetto; valori che permettevano poi al protagonista e ai suoi amici, tutti insieme, di raggiungere un certo scopo comune o combattere un determinato personaggio cattivo.

Ricordo come se fosse ieri quanta felicità provai quando, dopo una bella pagella di fine quadrimestre, mio padre mi portò a comprare il mio primo ed unico Nintendo DS, oggetto che tutt’ora funziona, perché sempre trattato con la massima cura.

I bambini di oggi hanno un po’ perso questo senso del guadagnarsi le cose; oggi vogliono tutto e subito e guai se non li si accontenta. E come conseguenza ciò che viene regalato senza essere stato guadagnato ha una durata molto inferiore, poiché trattato con meno attenzione.

Un’altra differenza che voglio sottolineare tra i bambini di una volta e quelli di oggi è l’importanza data all’apparire. Da parte mia c’era un totale disinteresse verso il modo di presentarsi; mi bastava giocare. Oggi le bambine sono delle piccole donne, perfide ed invidiose già dalle scuole elementari.

La cosa che più mi sconvolge, comunque, è la loro mancanza di fantasia e di emozioni: hanno 7,8,9,10 anni, ma sembra che ne abbiano 30 poiché non si emozionano più davanti a nulla. Io amavo la sensazione dell’erba sotto i piedi, la tranquillità che mi trasmetteva osservare il mare, ed in cielo, le stelle; mi sentivo invincibile dopo aver raggiunto la vetta una montagna, amavo raccogliere conchiglie e poi confrontarle con quelle che aveva trovato nonna; mi piaceva molto raccogliere mazzetti di fiori di campo per la mamma. Tante piccole cose che oggi i bambini non fanno più.

Quando avrò dei figli ho il desiderio di crescerli nel modo più anti tecnologico possibile. Voglio che vivano un’infanzia incredibile, colorata dalle mille sfumature delle emozioni. Da mamma voglio arrabbiarmi per i vestiti mai puliti e per doverli richiamare ogni volta prima dei pasti. Insomma: voglio che crescano proprio come sono cresciuta io.

Perché nel mio cuore da adulta, nonostante tutto, io ho ancora voglia di sognare ed esprimere desideri. Ed è proprio questo che ci salva, che dà valore a tutto.

 

di Angela Alpe

 

photo: Marcello Piu

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