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ATTI UNICI CON INTERVALLO – PARTE VII

ATTI UNICI CON INTERVALLO – PARTE VII

Godot. Una vita ad aspettare.

È una domenica pomeriggio come tante, sono a casa dei miei genitori. Piove, ed io mi metto ad ascoltare i loro vecchi dischi. Alcuni me li ricordo a memoria; la musica, le parole, i momenti della mia infanzia passati ad ascoltarli. Altri mi sembra di sentirli per la prima volta ed è una bella sensazione.  

Poi, ad un certo punto, sento una canzone e gli occhi mi si riempiono di lacrime.

La canzone è “Aspettando Godot”, dell’omonimo disco del 1972 di Claudio Lolli.

Le lacrime, invece, sono quelle che scendono quando senti una canzone che parla di te; quando ti chiedi come sia possibile che qualcuno sia venuto a conoscenza delle tue più grandi paure.

D’un tratto mi tranquillizzo ed è tutto più chiaro. E mi chiedo come mai non mi sia venuto in mente qualche anno fa.

Circa 5 anni fa, infatti, decidemmo di mettere in scena uno spettacolo ispirato al celeberrimo testo di Beckett.

Lungi dal voler fare un’analisi testuale e letteraria che non ci competeva, e che soprattutto non saremmo stati in grado di fare, avevamo optato per un approccio più emozionale.

In pratica ci eravamo banalmente chiesti chi fosse Godot per noi.

Chi o cos’era Godot per un gruppo di aspiranti attori, agli inizi degli anni duemila?

Chi o cosa aspettavamo giorno per giorno, mentre passivamente seppur meticolosamente, ci dedicavano agli impegni quotidiani?  Un lavoro migliore? Il grande amore? Il posto fisso?  Il successo? Una svolta? 

Forse per ognuno qualcosa di diverso, forse per alcuni un po’ di tutto questo. 

Pur essendo noi attori della compagnia in numero maggiore rispetto ai personaggi previsti dall’ opera, decidemmo di recitare intere parti del testo originale.  Personalmente avevo sempre pensato che “Aspettando Godot” fosse uno dei testi più belli che avessi mai letto. Poetico ed evocativo, rappresentava la condizione esistenziale più di qualsiasi trattato filosofico dalle parole difficili e i nomi importanti.

Quando ci ritrovammo a impararlo a memoria e recitarne alcune parti, però, l’opinione drasticamente cambiò.

Ricordarsi le battute era di una difficoltà estrema. Se ti capitava di perdere il filo non ti ritrovavi più. Se non venivano dette con il ritmo giusto e la giusta tonalità, le parole perdevano senso; diventavano parole vuote, di una noia infinita.

Ma non era forse questa la poesia? 

Non era forse questo lo scopo più profondo?

Se non ricordo male non riscontrammo un grande successo quando presentammo lo spettacolo al pubblico. Però fu una di quelle esperienze che fanno crescere e riflettere, che mette in discussione te stesso e tutto quello che hai imparato, o credi di avere imparato.

Cos’era cambiato in questi anni? Chi o cosa aspettavo, rinchiusa una domenica pomeriggio nella mia cameretta ad ascoltare dischi dei miei genitori? Sarebbe mai arrivato Godot nella mia vita? E in quel caso, me ne sarei accorta? Mi sarei accontentata? Non è forse l’inesauribilità dei desideri, tanto amata dai miei professori di filosofia, una delle poche cose che ti tiene in vita?

A volte una canzone riporta alla mente ricordi e con loro tante cose sulle quali interrogarsi.

Le domande sono così tante che nemmeno in una domenica pomeriggio di quelle che sembrano eterne, ci sarebbe stato abbastanza tempo per trovare delle risposte.

Che poi forse il punto non era rispondere alle domande. Ed ecco cosa finalmente mi risultava chiaro: il vero nodo della questione non era chiedersi se Godot sarebbe mai arrivato, bensì la scoperta di tutto quello che avremmo fatto durante la sua attesa. 

 

di Erika Cataldo

 

photo di Marcello Piu

 

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