Londra

Ti sarebbe piaciuta Londra, tanto quanto è piaciuta a me.
Ci saremmo perse in una città che sembra non avere periferia.
Avremmo suonato ai campanelli e poi saremmo scappate come facevamo quando eravamo ragazzine; oppure ci saremmo fatte selfie ignoranti sui gradini delle case più belle, quelle coi portoni che ci piacciono tanto, come le protagoniste di un film romantico.
Tu avresti padroneggiato meglio la dialettica, io probabilmente mi sarei fatta dare indicazioni spiegandomi a gesti.
Nel quartiere cinese avremmo inseguito il drago che si esibiva nella sua danza per i festeggiamenti e avremmo riso, riso tanto perchè per loro il nuovo anno è quello del gallo e non avremmo proprio potuto fare a meno di fare battute maliziose.
Avremmo chiesto alla signora col vestito a ruota anni ‘50 di prestarci il suo bastone perché era evidente, a lei non serviva per passeggiare, sostenuta a braccetto da suo marito.
Saresti morta di vertigini sulla ruota panoramica ed io ti avrei stretto la mano per darti coraggio, come ho sempre fatto nelle situazioni che pensavi di non saper affrontare.
Avremmo fatto le code infinite da Primark; massimo otto capi a testa da provare per poi uscire dai camerini – una di fronte all’altra – e urlare “ta da da daaaan” e alla fine uscire a mani vuote perchè ci sarebbe piaciuto tutto e non avremmo saputo decidere quale capo acquistare.
Da Harrods avremmo rispettato il rito del tè delle 5; tu ti saresti ustionata il palato, io avrei baciato Mr Teddy e successivamente avrei sfidato la sorte e violato deliberatamente le regole provando ad entrare nella toilette degli uomini, perché quella delle donne sembrava essersi nascosta ai nostri occhi, per poi essere fulminata dall’allarme come la più inesperta delle ladre.
Avremmo camminato per le strade lungo il Tamigi senza sentirci giudicate, perché Londra ha occhi grandi e limpidi, non ha tempo anche per queste cose.
Tu avresti insistito per farti immortalare in una delle tante cabine telefoniche, famose tanto quanto la Regina ed il cambio della guardia, che avremmo perso sicuramente, ritardatarie come siamo.
La Oyster card ci avrebbe dato libero accesso a treni, autobus e metropolitana e ci avremmo messo un giorno intero a prendere la direzione giusta. Avremmo cantato “Stand by me” alla fermata di Westminster e quel ragazzo capellone avrebbe fatto vibrare le corde della sua chitarra elettrica al ritmo dei nostri incerti passi di danza.


Se anche tu avessi potuto allontanarti per un paio di giorni dalla tua routine,
se avessi come me bramato l’avventura, se quest’ultima fosse stata così forte da non farti pensare alle conseguenze; se l’ignoto ti avesse solleticato i piedi e spinta in avanti, ora avremmo condiviso qualche risata in più e avremmo ancor più ricordi da tirare fuori davanti ad un caffè. Quello della moka, mica il beverone acquoso che ci avrebbero rifilato da Starbucks.
Londra ti avrebbe acceso la speranza, così come a me ha dato sicurezza. La sua totale libertà dai preconcetti mi ha fatto sentire nel posto giusto al momento giusto.
Sembra banale ma non lo è.
È come se fosse arrivata nel momento in cui ne avevo bisogno, o forse sono stata io ad averla attratta a me.
L’ho guardata con gli occhi spalancati, perché sapevo che anche tu l’avresti vista dai miei sguardi. Che si possono descrivere sì, si possono anche  immortalare, ma nulla sarà mai come esser state lì; nulla sarà mai come aver posato sul Big Bang gli stessi occhi, aver stretto grata la mano a Mandela ed essersi lasciata accarezzare dallo sguardo protettivo di Gandhi.

 

di Diomira Aghilar

 

 

photo: Donna Pasini

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