Prima o poi, vedremo.

Clementina non ha gli occhi da cerbiatto, ma sa stilare sguardi come se fosse nata in una foresta.

È capace di far esplodere l’ascolto, come sibili di mortaio nel fogliame, laddove i rumori si fanno una caccia disperata.

Gracchia appena, Clementina, come se fosse sempre autunno. E riesce a trovarsi equilibrata solo se avverte che il principio di ogni sua frase saprà incastrarsi – un giorno o l’altro – nella sua stessa aspettativa.

Non sa quando, o come, o dove, o con chi. Perciò ne assapora la libertà.

Mette in fila gli interessamenti e, certe volte, soprassiede sugli insegnamenti della vita.

Precoce al salto e al tonfo, lei perde – e non solo di vista – l’occasione di osservare prima se stessa e, poi, gli altri.

Clementina assaggia gli spicchi di luna. Quando le nuvole si fanno così desertiche da non abituare le pupille alla notte, cerca fantasia come rugiada in agosto, e trema se non si trova cambiata.

Attraversa la strada dei suoi anni senza prendere il diritto di farlo.

Leviga la ruvidità di certe confessioni quando non erano ancora nate nelle parole da dire.

Pensa: ti lascerò la mia schiena, per venirmi a trovare.

Così s’addormenta senza paura.

Le sue settimane sanno scorrere come amanti che si raccontano la passione di un’attesa che dura da quando si conoscono. E che forse non finirà mai.

L’ottenimento, per Clementina, è il pasto più languido che si possa pregare.

Solo allora si sente donna. Donna con i colori dei tronchi che l’hanno ospitata e protetta, anche se le sembravano sbarre. Donna col vento sulle labbra, dal sapore di mari che hanno capito come conoscere i naviganti che li solcano.

Si rabbuia un poco, Clementina. Si rabbuia e si distende come luce. Filtrata dalle dita, dalle persiane, dai rami che escogitano un nuovo modo per raccogliere forme e per lasciarle andare.

Si sceglie come un giorno della settimana. Casuale ed inaspettato, ma anche calibrato e preciso.

Dimentica per un attimo l’esattezza del tempo, Clementina, e si adagia sul ricordo delle sue spalle rapite dell’orizzonte, senza chiamarlo passato.

La schiena, sempre, sarà il luogo in cui ci troveremo: pensa.

Troppo legati per sentirne l’abisso.

Troppo indispensabili per capirne l’indipendenza.

Ma non importa, si dice Clementina mentre passeggia nella sua foresta attorcigliata alla pulsazione di un bacio.

Prima o poi, vedremo.

Proprio quando quello che è certo vanifica il chiarore di un abbaglio.

E tutto ciò che resta è arrendersi ai propri accadimenti.

 

di Rossana Orsi

 

photo: Ketty D’Amico

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