Cuore Cavo di Viola Di Grado

rubrica (D.)’ispirazione

 

Ispirare per ispirarci: quando le storie altrui ci spingono a scrivere e a scriverci.

 

CUORE CAVO di VIOLA DI GRADO

Un conto è parlar di morte, un conto è morire”

 

La Bella Addormentata moderna si risveglia dallo stordimento degli psicofarmaci, falsi amici del suo sonno, che smettono di funzionare quando più si sente sola, quando più il dolore è vivo, in una crudeltà dura, graffiante; come le cicatrici che già si sono formate, eppure le senti ancora aperte.

La principessa si guarda allo specchio, ma nessuna corona impreziosisce il suo capo. Il suo sorriso non si vede, è tagliato in due dalla superficie riflettente interrotta che lascia solo gli occhi cerchiati di nero in evidenza, gemelli degli occhi di tutti i defunti, impastati di morte fin nelle iridi.

La Bella Addormentata moderna sono io.

Sono sveglia, ma non vivo per davvero.

Ho tagli sui polsi che mi sono procurata da sola, volevo fossero ornamenti, bracciali speciali; invece si sono sfilacciati in perle rosse di sangue, mi hanno inondata di nero e infine mi hanno fatta tornare bianca. Bianca senza battito.

Tutti gli anfratti del mio essere non ricordano più di appartenermi, solo i neuroni lo sanno.

Non lo ricorda nemmeno il cuore; lui, che è stato il primo ad abbandonarmi, a rendersi conto che non avesse più senso rimanere ad abitare me, un guscio di scheletro che vuole abbracciare la morte e darsi in pasto al buio.

Pensavo di potermi salvare, per questo mi sono uccisa.

Il mio suicidio si è consumato nella stessa vasca in cui sono venuta al mondo;  bagnata da acqua macchiata di sangue in entrambi i casi.

Sorrido con i miei denti da morta nel luogo che mi ha dato e tolto tutto, bianco nel bianco, prima dell’oscurità eterna.

Qui si racchiude la storia della mia vita, la collezione della mia depressione, il mio amore malato e masochista che abbraccia sempre chi mi ferisce sino a demolirmi.

Mia madre ancora non mi ha trovata, in questa vasca ormai ripiena dei miei liquidi che si fanno scuri e si confondono con il buio della notte, che mi veste come pelle nuova. La mia ho deciso di abbandonarla, di non scaldarla più con il mio metabolismo.

Solo i miei tagli brillano in questo nero, ma non fanno luce; evidenziano solo il dolore.

Sento la porta cigolare, mia madre entra distratta, come sempre.

Rimane nel semibuio di questo bagno brulicante di morte, passa un dito sul lavandino immacolato, poi nota il rasoio che mi ha strappato la vita sul pavimento.

Guarda la vasca senza vedere davvero, nell’annebbiamento che solo il dolore che ancora non ti accorgi di provare  sa dare.

Scorre con l’indice il bordo vasca.

Incontra un ostacolo, la mia mano defunta.

Finalmente, nel buio della mia morte si orienta, mi vede.

Rimane composta, guardando il mio corpo. Il vestito rosso si è macchiato di un altro rosso, stavolta poco familiare; le braccia sono in posa innaturale, la bocca è storta.

Rimane immobile, mentre osserva le mie palpebre gonfie, il mio scheletro che si rende evidente, sotto la pelle assottigliata, i miei capelli come alghe di un mare artificiale. Un mare che abita questa vasca, come il mio corpo senza vita.

Mi incrocia le braccia sul petto, come si fa con una salma qualsiasi. Gesto civile, impersonale; quasi un’abitudine.

Mi guarda di nuovo.

Poi, finalmente, urla.

Si accascia a terra, si ripiega fra il box-doccia ed il lavandino, nel punto più lontano dal mio corpo; come se la morte fosse un’infezione e potesse contagiarla, come se quella più morta fra noi due in realtà non fosse lei.

Alla pallida luce della Luna che filtra dalle veneziane scolorite, mia madre rimane illuminata a metà, solo le gambe magre spiccano nel buio.

Mi osservo.

Solo le mie gambe sono illuminate, come quelle di mia madre, negli stessi punti.

I nostri visi sono nascosti, sono uguali, nel nero pece del non ritorno, non si notano più le nostre forme spigolose, siamo parte della tappezzeria, macchie su altre macchie.  

Abbiamo sempre giocato a chi fosse più trasparente.

All’ombra dei cipressi di questo cimitero ventoso si iniziano a sfogliare le margherite; e sanno di vita.

Sotto, qualche metro più in basso, immersa nella terra umida, città dei vermi, si inizia a sfogliare la mia pelle.

Lei, invece, sa di morte.

Le mie carni si sbrindellano, pasto di mosche e larve; fuggono dalle mie ossa stanche, dai ricordi che mi hanno portata a questo imprigionarmi qui, rendermi polvere in anticipo.

Ho deciso che il mio tempo fosse scaduto e sono divenuta corpo marcio, freddo della solitudine.

Presto anche i neuroni, dopo il collasso dei polmoni e dei reni, mi abbandoneranno del tutto, mi lasceranno in questo terreno che ora dovrei imparare a chiamare casa.

Le farfalle e le mosche arrivano a popolarmi.

Non pagano il dazio alla dogana della mia pelle in sfacelo, non chiedono il permesso di torturarmi.

Gliel’ho già dato io, quando ho deciso di averne abbastanza, quando ho lasciato che il mondo rimanesse senza di me.

Sarà un posto migliore – mi sono detta – racchiuderò la sua tristezza in me, la accumulerò nelle mie cellule, le permetterò di riempire gli organuli che le compongono, scoprendo una nuova malattia da accumulo di sostanze, proteine macabre di morte.

Pensavo di guarire il mondo tagliandomi le vene, prosciugandolo della mia ansia perenne, delle mie trasparenze presenti; invece è rimasto uguale, continua a girare a suo modo, come una ruota panoramica di dolore che annega e poi risale, si inabissa e poi si stringe alla gola, ogni volta più forte, asfissìa delle anime fragili.

Inizia a piovere.

Forse il cielo piange per me; facciamo a gara di malinconia.

Le margherite si richiudono, il prato si infradicia, si sporca di fango.

Io rimango ferma, mentre il vento sopra smuove tutto.

Io rimango qui, mentre il mondo corre e respira.

Resto anima senza carne, mentre il terreno, zuppo dell’acqua della vita, domani rinascerà.

Resto ossa senza forze, mentre nel cielo, più tardi, tornerà a pulsare il Sole, pieno di calore.

Resto senza un cuore pieno, mi rimane un cuore cavo, il dolore ha sfilacciato dalle sue fibre l’amore e l’ha lasciato a se stesso, muscolo inerme, senza più motivo di pulsare.

Resto senza cuore pieno, mi rimane un cuore solo, senza più speranze di salvarsi.

 

di Diletta Zivera

 

photo Dahlia

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