È tutto intorno a te

Così recita lo slogan pubblicitario di uno dei brand più diffusi attualmente.
La società moderna prende veramente il proprio posto, anche se in maniera atipica, mettendo l’individuo al centro di tutto.
Una società in crisi di valori, dove anche le parole hanno perso di significato, al centro dice di voler posizionare l’essere umano.
L’individuo segue le indicazioni pubblicitarie, è padrone della strada; è un po’ arrogante, ma curato; ha tutto a portata di mano.
Impossible is nothing.
Di contro c’è la crisi economica, quella del mondo del lavoro e non solo. Si stanno riscrivendo mestieri ed equilibri economici e domestici, si mescolano i ruoli e si accorciano le distanze nella moltitudine sociale.
I piccoli imprenditori non sono più solidi e le loro possibilità a volte sono inferiori ad una famiglia media con due stipendi. Mentre i pochi, veri ricchi, accentrano su di loro sempre di più il benessere che non viene più ridistribuito.
In questo scenario tragicomico è possibile qualsiasi cosa: ogni progetto sembra realizzabile esattamente come il suo naufragio.
Ma essendo tutto intorno a te il responsabile dei successo sei tu, e l’unico responsabile degli insuccessi sei sempre tu.
Abbandonato ed isolato dalla collettività che si estranea da tali prese di responsabilità.
Proprio in questo panorama hanno trovato terreno fertile approcci cosiddetti positivi del pensiero, per affrontare tali situazioni. Da The Secret che ci insegna la legge dell’attrazione, alla diffusione della PNL di Richard Blander, che si proponevano come attitudini nell’affrontare la vita; siamo arrivati ai motivatori, al life coach, al pensiero positivo, che hanno stravolto il senso della realtà e di come affrontare la quotidianità.
È tutto intorno a te, anche per loro.
Se cambi le prospettive nulla sarà impossibile.

Nella moda culinaria che imperversa in televisione, loro sono i primi chef con ricette dai pochi passi per ottenere risultati strabilianti.
Se fallisci il coglione sei sempre tu.
Su internet si trova la soluzione per avere un conto a 7 zeri in pochi giorni, o per diventare, con buona pace dei laureati che passano 5 anni almeno a studiare l’economia, dei manager di successo, o ancora per diventare dei comunicatori eccelsi quando fino al giorno prima mancava il dialogo con il proprio convivente.
Oggi c’è un’estrema paura della tristezza e del dolore. Il pensiero positivo ci sta disabituando ad affrontare i problemi più pesanti e a vederli come opportunità per migliorare.
Una diffusa superficialità ci fa credere che un’auto di grandi dimensioni, un sorriso imposto e un’idea futuribile, ci cambieranno l’esistenza indipendentemente da crisi, cambiamenti, difficoltà e dissesti finanziari.
Almeno gli struzzi nascondevano la testa. A noi dicono di guardare le cose che non vanno sorridendo ed esortandoci a credere che si è più forti e capaci di tutto.
Sarebbe invece da insegnare nelle scuole l’importanza dell’essere fragili, l’importanza e l’umanità della tristezza, la capacità di vivere pienamente e profondamente un dolore.
Solo quello può essere motore di mutamento e di miglioramento.
Vivere un evento, una sensazione, uno stato d’animo permette di comprenderlo, di accettarlo e di scoprirci.
Spesso facciamo finta di essere in ossigeno di tempo, per non soffermarci su come ci si sente e su quello che vorremmo fare davvero.
Ci sono cose impossibili e non tutto gira intorno a noi.

Ma un potere lo abbiamo davvero ed è riversato in noi stessi: la possibilità di concederci di essere quello che realmente siamo.

 

di Andrea Stella

 

 

photo: Marcello Piu

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