Mèmor – CHE SI RICORDA

Tutt’uno.

Lui da una parte e lei sulla soglia.

Equidistanti dal concetto che li lega e che, allo stesso tempo, li separa.

Allora è alternanza.

Quando lui ripara le pupille, lei scivola dal letto per comporre una scala di frasi su un monitor bianco. Stoviglie che suonano da sole nel freddo della mattina, ad un certo punto arriva il tepore. Una folata di passaggio che è quasi una premonizione.

Un film – si dice.

Mentale sarebbe forse meglio – aggiunge.

Tra sé e sé.

Una canzone?

L’ha chiesto volendo cantare. A questo punto converrebbe rimanerla a sentire, ma non c’è nessuno.

Lui è passato già, come se lo avesse avvertito, come quegli scherzi che capitano sopra il pensiero e non si raccontano a nessuno perché non ci toccano davvero.

Lei parla.

Credevo di essermela cavata sette anni fa, ma sono volati in un attimo, in quella voce che pronunciava il tuo nome e poi qualcosa di scientifico e di inappellabile mentre io non guardavo, ed ora me ne pento. Saresti restato stretto sul letto, allungato nell’ombra di quel che avanzava di te? Può darsi. Mi rammarico, m’indurisco, mi commuovo e mi rigetto nello sconforto; soprassiedo, sorpasso. Soprattutto mentre faccio altro dal pensarti, ho la presunzione che non mi riguardi il tuo pensiero. Ma dove sei?

Lei non vuole superare, probabilmente non vuole andare avanti.

Lui le preme i ricordi sui polsi perché non si allaghi di dolore, ma la paura fluisce senza controllo, senza confini, dove la materia non sa nulla della memoria.

Lei parla.

Ti ho preso e ti ho dato via, ma sapevo che eri per me. Pur sempre. Me. Comunque. Sentirmi al sicuro è una sensazione che non ho dovuto spiegarti mai. Se pensi a quella volta che ti sei nascosto fra le radici, soffiandomi via le mani come se fossi un tuo nemico. Oppure, a me succede di ritrovare le due notti in cui non sapevo dove fossi finito; e pioveva, e quel posto non lo conoscevi affatto, e due notti sono bastate a racchiudere tutto un vuoto. Pensa che adesso ti vorrei rassicurare. Ma dove sei?

Si fa fatica a sistemare le parole.

Certe volte si possono lasciare andare.

Si può tentare di sentirsele bene addosso, dentro, senza doverle per forza inserire o mostrare se non hanno la dimensione adatta al passaggio delle emozioni. Ci sono giorni nei quali le soglie non hanno centimetri o metri, le si avvertono solamente appena ci si mette piede e si sprofonda.

Lei parla.

Quando mi libero dei suoni, le parole ti chiamano: parlano di politica, di ripensamenti, delle persone e delle loro qualità travolgenti, di quanto non arrivi a vedere la fine degli stessi progetti che nemmeno immaginavo mezzo anno fa. E quando li stringo, quando mi convinco di tenerli in pugno, a bada, le parole ti dicono di tornare: parlano dell’amore e ci mettono così tanto tempo ad esaurire quel che volevano significare, cosa vorrei trasmetterti, in fin dei conti. Ma dove sei?

Lui non ha mai appreso il linguaggio.

Ha orecchie per sentire ed ogni consistenza del corpo l’ha usata per essere ed esistere. Ha saputo la stanchezza, negli ultimi anni, e alcuni obblighi di costume e di condizionamento riflessi in chi ha vissuto con lui.

A palpebre scoperte, è maestro di precisione nella geometria di casa.

Lei fa attrito con la notte appena resta al buio.

Un senso di solitudine assale entrambi indistintamente e questo è il caso di dire univoco.

Tutti e due sorridono, fanno ciò che gli piace fare; regalano perfino un paio d’ore al non fare niente che – promette – non appena saranno reclamate, verranno restituite intatte.

Chi lo sa cosa succede prima e dopo la morte.

Chi lo sa cosa succede in vita.

Chi lo sa qual è il segreto da tenere – e perché – sull’esperienza più incerta che si possa fare?

Allora lei parla, e lui ascolta, sulla soglia, da qualche parte nel cuore. Frammentati ugualmente nella novità che li ospita, i due si cercano ovunque. Senza trovarsi mai, come direbbero i poeti. Sfumati negli stessi ricordi che piano piano consumeranno le evidenze.

Eppure.

Proprio dove ci si lega e ci si separa, se il sentimento non risente dei contraccolpi dell’amarezza, c’è uno spartiacque che non delimita il sogno dalla realtà.

Ma il blu dell’Oceano dall’azzurro del cielo.

Tutt’uno.

 

di Rossana Orsi

 

 

photo: Joy Hope Rule

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