chanceedizioni@gmail.com

SPRING #n

SPRING #n

Quando ero bambina immaginavo strani mondi e avventure in miniatura: un sasso diventava un palazzo, una foglia una barca, nell’ombra di una fronda mi spiava una fata, nel rumore del vento sussurravano gli spiriti.

Mi divertivo.

Mi sentivo in grado di vedere cose che nessuno poteva vedere.

Ricordo i giochi nei prati, e quel piacere profondo ma immensamente semplice, senza troppi sofismi, del cercare bucaneve e non-ti-scordar-di-me sulle rive di quel ruscello, in fondo al prato di quella casa in periferia dove ho abitato per un po’.

Ricordo che avevo paura delle bisce nell’erba alta, e allora i miei cugini mi prendevano in spalla e attraversavamo di corsa, ridendo, quella distesa di erba alta quasi quanto noi alla volta del ruscello punteggiato di fiori azzurri e bianchi.

Volevo vedere i cavalli al di là del corso d’acqua: da lì potevo sentire il profumo del fieno ed il suono dolce dei loro nitriti.

Chiedevo sempre di andare lì.

Quella piccola parte di bosco e di prato aveva per me il fascino di un universo diverso, parallelo rispetto a quello nel quale stavo.

Crescendo, persi il timore di imbattermi in improbabili bisce e in quel prato ci tornavo, anche se non così spesso. Andavo al centro esatto di quell’oceano verde e mi ci sdraiavo. Alle volte osservavo i piccoli insetti che camminavano sul terreno, ad un palmo dal mio naso. Li vedevo arrancare in paesaggi dalle tinte marroni e cioccolato del ricco strato superficiale di terra, ed immaginavo come ogni sasso dovesse sembrare una montagna, ogni stelo d’erba una colonna dal diametro di braccia e braccia, oppure come una di quelle foreste di bamboo del lontano Giappone. Le formiche trasportavano i loro carichi con stoica dedizione, ed il vento faceva oscillare ogni stelo d’erba. Altre volte, invece, guardavo all’insù, verso il cielo blu che veniva attraversato da branchi di strani animali bianchi, fatti di vapore, ed immaginavo cose vaghe, pigre, ma che mi riempivano ore ed ore di silenzi.

La Primavera è come il Natale: amplifica le gioie – se gioie ti porti dentro – allo stesso modo dei dolori. Chi custodisce un peso, vive in un perenne inverno, gelido ed implacabile; ti ritrovi ad osservare quei fiori delicati e bellissimi, appesi ai rami come il più fine origami, e ti fa quasi arrabbiare almeno tanto quanto sa riempirti di gioia esaltata. La Primavera arriva, sempre e comunque, ed è un’esperienza ogni volta diversa, che dipende da quale altezza o abisso raggiunge il tuo cuore.

 

SPRING #1

La natura si risveglia lentamente dal gelo dell’inverno, ma io dormo ancora. Forse in cuore d’Ostrica mi smarrirò, come faro su una scogliera, tra flutti e onde di tempesta. C’è solo il vento, su queste sponde rocciose modellate dalla lezione del silenzio, dello “stare a se stessi”.
Ciò che in certe rive saprà approdare, sarà ciò che – come vento d’uragano – darà senso a tutto il viaggio, ad ogni cammino, a questo rifugio da cui posso vedere il mare.
Intanto c’è così tanto azzurro, e cobalto e turchese e zaffìro. Onde, merlettate di schiuma che si ripetono in successione come crinoline e taffetà.
Il tempo sospeso, come in apnea.
Qualcosa di cui prendersi cura.
Una perla, in cuore d’Ostrica.

 

SPRING #2

C’è questo cielo ancora azzurro, e questa primavera che si sente nell’aria; un po’ di malinconia mi mette tra le labbra un sussurro lieve mentre parlo con il vento.

“Aspetta Primavera, è presto per me. Anche quest’anno, come ogni anno, qui è ancora inverno. Io non sono pronta. C’è polvere su di me, neve sui rami. Aspettami. Sono fuori dal tempo e senza del tempo; fuori posto e senza locazione. Dislocata in altri luoghi e in altri universi. Quando qui è Primavera, da me il ghiaccio è perenne; quando è estate, qui piove come a Novembre.”

Ma la Primavera è una bimba capricciosa, vestita di taffetà, e se ne frega che tu sia pronta o meno.
Arriva e basta.

Ti lascia lì come una sposa vestita di bianco e senza cavaliere; ti fa sentire un po’ scema con un bouquet disordinato tra le mani e quell’espressione che dice “indietro, arretro, non sono pronta, raggelo”.

Poche palle – ti risponde lei, sbrigativa.

Devo fiorire, ragazza.

Il mondo è a posto, procede e sboccia.
Fiorisci, se ne sei capace.

E tu non sai se mandarla a fare in culo, sta bimbetta viziata, o riderle in faccia. Che poi, mica vorrai farti prendere per i fondelli da una bomboniera di rosa vestita, ti pare?!
Fioriamo, vah – ti dici – che se me la mette giù a sfida, scoprirà colline di rose sotto alla mia neve e ai miei cipressi.

Per inciso, io ho sempre odiato il colori confetto.

 

SPRING #3

È sempre stato il mio fiore preferito, il non-ti-scordar-di-me.

Così si chiama. 
Quasi un’implorazione. 
Curioso che ami così tanto un fiore che a sua volta implora. Implora di non essere dimenticato, di non venire stropicciato, di non venire abbandonato. Umile, piccolo, si nasconde in mezzo all’erba e scompare dinnanzi agli altri fiori più alti, più belli e più appariscenti di lui. Ma lui sempre lì, questo fiorellino minuscolo, che scongiura con voce esile e smarrita che indossa come nome “….non ti scordar di me…..”.
Quanto amo questo fiore.
Quanto amo la tenerezza che mi trasmette.
Ti vedo, piccolo fiore.
Io ti vedo, ti sento, ti ascolto, e ti capisco. 
Anche io sono stata scordata, dimenticata, anche io ho sempre chiesto “….non ti scordar di me….” senza essere udita. E sono stata immancabilmente abbandonata.

Ti sento, piccolo fiore; ti sento, mentre sussurri.

Non ti scordar di me.
No piccolo fiore.

Mai.

Mai.

 

SPRING #4

C’è un modo più meditativo, per guardare un cielo stellato, del semplice alzare il naso all’insù. Se semplicemente lasciate vagare gli occhi, ciò che vi pare di vedere è uno sfondo nero, con qualche puntino qua e là. Ma sapete, le luci della città, del paese, seppur lievi, sfumano fino ad uniformare col nero gli astri più piccoli e più lontani.
Quindi ciò che vediamo, del nostro cielo notturno, altro non è che la sua versione “sfoltita”. Ma se sforzate la vista, se strizzate un po’ le palpebre e socchiudete le iridi, quello sfondo nero vi apparirà via via sempre più puntinato, sempre più brulicante di puntini bianchi, di varie dimensioni e luminescenze. 
Non potrete vedere la volta celeste appieno come la vedreste, ad esempio, nella savana dove la totale assenza di inquinamento luminoso ve la mostrerebbe in tutto il suo splendore. Ma ne vedrete comunque una versione profonda, nascosta, che normalmente non vedreste.
Forse per questo ciò che vedrete “in più” della nostra notte cittadina, vale in modo ancora più pregnante, più viscerale. Perché è cercata, questa visione; è meditata, impegnata, va oltre la sommarietà.

Quell’oltre che, proprio perché riferito a qualcosa che abbiamo sotto agli occhi tutti i giorni, diventa ancora più consapevole.

 

SPRING #5

Quanto tempo ci vuole per creare un infante? 
Forse un’intera era geologica, aspettando la polvere di stella cometa più bella, più luminosa, con cui originarlo. 
Forse anni per conoscersi, per lasciare testimonianza di sé, del proprio “eravamo“. 
Forse il tempo di un sorriso, ma non uno qualsiasi: uno di quei sorrisi in cui l’altro appare finalmente, appare veramente e, in quel palesarsi c’è il definitivo “è lui“, il definitivo “è lei“.
Forse il brivido di un caso, forse l’incuria di un sospiro.
Una promessa giurata, un progetto, una sorpresa. 
È un istinto ancestrale.

Sa essere un bisogno o un bel sogno; sa far vibrare il ventre di una donna se ancora non ne ha creato uno, e riempirlo di tutto ciò che le manca, se dispone di questo onore. Dona un orgoglio gonfio di tutto, di tanto, all’uomo che se lo ritrova tra le braccia con la consapevolezza di essere parte di quel miracolo. Incanta sempre, come un’alba da contemplare che non sarà mai obsoleta o come una realtà che, ripetuta miliardi e miliardi di volte, così quanti sono gli individui sulla terra, lascia sempre e comunque ammutoliti ed annientati di struggente dolcezza.
Quanto tempo ci vuole, per creare un infante? 
Pochi istanti, circostanze casuali, polvere di stelle. 
Elementi semplici, essenziali.

Per un “per sempre” come non ne esistono di eguali.

Muti, cambi, trasformi te stesso e la Primavera si ripete, sempre lei, mentre tu la vivi in mille modi diversi, in mille evoluzioni diverse di pensiero.

Dilati la prospettiva delle tue riflessioni, portandole dall’infinitamente piccolo (la misura di te stesso), all’infinitamente grande: la dolcezza della vita, l’importanza racchiusa nelle piccole cose, in due manine piccole come petali di fiore, nella profondità di un cielo stellato, e persino nel fare la pace con la solitudine sentita, assaggiata, vissuta, analizzata, sconfitta.

Poi sei tu, che ti fai Primavera quando prendi tutto questo e lo metti insieme, rendendolo parte della tua personale rinascita, del tuo personale risveglio dall’Inverno.
testo e foto di Cinzia Catena

 

Rispondi