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SGNAPPAMPERO

SGNAPPAMPERO

 

Racconti brevi

SGNAPPAMPERO

 

Che cosa tiene unito un paese? La bandiera? La storia? Le tradizioni?

Il paese di Sgnappampero era tenuto assieme dalla gomma da masticare. Il chewingum, il cicles, la cicca, la cingomma. Insomma, quella roba là, morbida ed appiccicosa, teneva insieme tutto. Ma proprio tutto! I tetti ai muri. I marciapiedi alle strade. Gli alberi alla terra. Le persone alla propria comunità.

 

Nel paese di Sgnappampero camminare lungo i viali era una gran fatica, poiché le suole si attaccavano alla pavimentazione stradale. Cemento o sanpietrini. Sterrato o lastricato. La terra si aggrappava agli sgappamperesi e non li mollava più.

La signora Ciccetti, con i suoi fianchi ballonzolanti, si reggeva al braccio del marito e urlava: “Antonio aiutami, tira, tira che non mi si stacca la ciabatta!” E Antonio tirava, tirava.

I bambini che volevano andare in bicicletta, si dovevano organizzare: uno stava dietro a spingere, uno in mezzo a pedalare e un altro davanti a tirare. “Oh issa! Oh issa!” e si facevano così stanchi da abbandonare l’impresa e appiccicare il sedere al marciapiede.

I pneumatici della Panda di Luisa Bianchina non riuscivano a girare sull’asfalto; il motore faceva un gran fumo nero, cingomma e ruote si fondevano in un nauseante miscuglio. Alla fine la povera ragazza aveva dovuto persino lasciare il fidanzato che tanto le piaceva, perché andarlo a trovare nel paese a valle era diventata un’impresa impossibile. “Non è colpa tua, ma di Sgnappampero” gli aveva sospirato al telefono prima di riagganciare e piangere per una settimana.

Pure a Marco Cervelli era toccata una rinuncia importante. Lui, che aveva sempre sognato di fare l’ingegnere ed era il più intelligente dal paese, aveva dovuto lasciare il liceo di città. Le corriere non andavano  più su, e lui non ce la faceva ad andare giù. Quindi aveva abbandonato gli studi e si era messo a raccogliere tappi di plastica per la parrocchia. Che di trovare qualcosa di meglio, con la crisi che c’era, non vi era proprio speranza. Di giorno raccoglieva tappi e di sera, per lo sconforto, svuotava le bottiglie.

Ma quello che stava messo peggio di tutti era il signor Triste Pietro, un vecchietto tutt’ossa che si era arreso da tempo all’abbraccio appiccicoso di Sgnappampero. Non passeggiava più per le strade, non usciva più di casa, non si alzava più dal letto. Ormai non lo si vedeva più da quasi un mese, chissà come stava il signor Pietro. Chissà.

 

E pensare che una volta il paese era un luogo completamente diverso, dove la gente era così leggera che, invece di camminare, zompettava felice molleggiando come un astronauta sulla luna, con la testa rivolta ai sogni e la terra che faceva da tappeto elastico.

Poi, a poco a poco, le cose avevano iniziato a cambiare.

Molti anni prima, quando la signora Ciccetti era poco più che una bambina, il lavoro aveva cominciato a scarseggiare, il raccolto a non fruttare e gli animali a dimagrire. La popolazione, che per anni era stata abituata a star serena e ben pasciuta, a poco a poco aveva preso ad avere pensieri che da rosa erano diventati viola, poi blu oltremare ed infine nero notte, senza stelle.

La gente, da leggera e libera quale era, si fece pesante, sempre più pesante; il suolo, invece di aiutare lo slancio verso le stelle, cominciò ad aggrapparsi alle caviglie degli sgnappamperesi, trattenendoli e limitandoli, e dopo il corpo si bloccò anche la mente. Inesorabilmente.

Dopo Triste Pietro, furono in molti a non uscire più di casa: alcuni erano spaventati di fronte ad un mondo che non capivano più, altri erano solo tanto arrabbiati. Arrabbiati con tutti ma soprattutto con chi non c’entrava niente: poveri, stranieri, effeminati, vecchi, donne, giovani, vicini e parenti. Gli sgnappamperesi, che una volta erano stati allegri e curiosi, divennero rancorosi e mediocri. Chiusi nel loro paesello, decisero di bastare a sé stessi e si fecero assorbire dalla terra e dal fango fino a quando, di loro, non rimase più nulla.

Ora Sgnappampero è un paese fantasma. Gli abitanti sono tutti scomparsi.

Ma c’è chi giura che di notte, da quelle mura spoglie, provengano pianti e grida.

Lamenti d’infelici.

 

testo Rossana Rotolo aka Jane Pancrazia Cole

 

photo dal web

 

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