IMPRESSIONI SUL METRO’

Sono stato colpito dalla premessa alle “Finzioni” di Borges: c’è questo tipo che parla di specchi in fondo al corridoio e il paragone con l’Alice tanto amata a causa di De André mi sobbalza nella testa in questo preciso istante. Perché, a ben parlare, quando ho letto di questi specchi rivoltanti e tenebrosi che come per magia ti fanno scoprire libri dimenticati – in un continuo gioco di rimandi e contro rimandi che rischia di non finire facilmente – mi trovavo in metropolitana.
Ora, per chi non è mai stato in metropolitana, questa offre un preziosissimo campionario della condizione umana del XXII° secolo. Un po’ come gli ascensori.
Se il tizio malcapitato sul sedile freddo del metrò si azzarda ad alzare lo sguardo – ammesso che vi sia uno spazio sufficiente per girare gli occhi – scopre facce tramortite dall’aspettativa di qualcosa che dovrebbe trovarsi, almeno nella mente incosciente del tizio, alla fine della corsa. E allora tutto il tempo che si passa lì, in quella scatoletta che corre a quasi 100 km/h, diventa un tempo di mera attesa ansiosa per quella fine, per quella linea immaginaria che, se oltrepassata, nello stesso gioco di rimandi di cui si parla nel libro di Borges, ti riporta al punto di partenza. Ad una corsa successiva che non finisce mai.
Ed essa stessa non sa di vivere da sempre, ma è come se non fosse mai nata.
Non sono propriamente le riflessioni che ci si aspetterebbero da uno studente di materie scientifiche; eccetto i risvolti tecnici, quelli facilmente desumibili da equazioni predeterminate e riportabili con assurda facilità ad altri sistemi numerici di fattura artificiosa, non ci si aspetterebbe un ragionamento strabico e senza pretese su specchi che nella maggior parte dei casi vengono visti – nell’immaginario collettivo – come portatori di sventure se, malauguratamente, venissero rotti.
E allora, caro lettore, nega a te stesso l’impotenza che ti gela, nel cuore della notte, al riconoscimento di quella parola desueta che scuote nell’animo e che ridesta i sensi: fai tuo l’intelletto, immedesimati con tutte le ingerenze del vivere umano.
Lascia la tecnologia a chi ha voglia e diletto nel progettarla; se hai voglia di sprecare parole ed elucubrazioni matte, a mo’ di Alice nel Paese delle Meraviglie che beveva pozioni mascherando la sua fasulla età primordiale – chi non ha mai voluto diventare piccino e buttarsi nelle tasche della gente? -, lasciati andare al potere della parola spiccia. Le parole possono far male, più degli schiaffi buttati alla rinfusa nelle risse da strada; mettono in tensione gli animi, non lasciano a cuore e cervello la possibilità di parlare come si deve e ti buttano nell’angolino del perenne rimorso.
Ché a giudicare siamo bravi un po’ tutti; a far le cose, giuste o sbagliate che siano, forse un po’ meno.
Ecco, le solite divagazioni dettate dalla notte. Non ho specchi per la stanza, per (s)fortuna, e non posso dire se vi siano libri scritti nell’aria o raccolti nella polvere nell’attesa che qualche insieme di dita magiche li tiri fuori dall’oblio.
So solo che, forse, non conviene più leggere Borges seduto nel metro’.

di Vincenzo Di Giorgio

 

photo: Marcello Piu

 

 

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